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Il Pd a pezzi nelle regioni

Dalla Basilicata all’Emilia Romagna, dalla Puglia all’Umbria, nel partito di Zingaretti è finita la stagione della tregua ed è scattata la resa dei conti

13 Giugno 2019 alle 06:00

Il Pd a pezzi nelle regioni

Nicola Zingaretti (foto LaPresse)

Roma. Sui mitologici territori, nel Pd, regna sovrano il caos. Dimissioni, richieste di dimissioni, ragionamenti più o meno ampi su come fermare l’avanzata della Lega (che sta conquistando una regione dopo l’altra, l’ultima è il Piemonte lo scorso 26 maggio), continuità nella discontinuità, discontinuità nella continuità. Da nord a sud non c’è regione in cui il centrosinistra non si trovi alle prese con una crisi di organizzazione e di identità. In Basilicata, il segretario del Pd regionale Mario Polese, renziano ed eletto nel 2017, si è appena dimesso. Le dimissioni, ha spiegato, “vengono da lontano, non sono legate ai risultati delle comunali o del ballottaggio a Potenza”, dove ha appena vinto il leghista Mario Guarente. 

 

“La riflessione sulle dimissioni – ha spiegato Polese – parte all’indomani della sconfitta del centrosinistra alle elezioni regionali dello scorso marzo”, quando il governo della regione fu conquistato dal candidato di centrodestra Vito Bardi: “Questa è l’unica sconfitta che ascrivo alla mia segreteria, ma non mi sono dimesso il giorno successivo per una richiesta della segreteria nazionale”.

 

In Puglia, Carlo Calenda è tornato di nuovo all’attacco di Michele Emiliano: “Questo incapace, irresponsabile (e indagato) non può essere il candidato del centrosinistra nel 2020. Siamo Europei sosterrà e aiuterà una candidatura alternativa”, ha detto l’ex ministro dello Sviluppo economico. L’anno prossimo, infatti, si vota anche in Puglia e il centrosinistra deve decidere cosa fare. Ma Emiliano non è il solo ad avere problemi, in discussione da mesi c’è anche la guida del Pd pugliese. Alcuni consiglieri regionali, peraltro molto critici anche nei confronti dello stesso Emiliano, hanno chiesto le dimissioni del segretario regionale Marco Lacarra. Tra questi c’è il presidente della commissione Bilancio del Consiglio regionale Fabiano Amati, che insieme ad altri ha costituito un’associazione “C-entra il futuro” con cui intende aprire il dibattito in vista delle regionali dell’anno prossimo. Lacarra non ha intenzione di dimettersi per ora ma ha annunciato che azzererà la segreteria. Basterà a placare lo scontro nel Pd pugliese, che alle ultime europee ha ottenuto uno dei risultati più bassi d’Italia?

 

In Emilia Romagna, dove si vota tra pochi mesi, dopo la sconfitta di Ferrara e Forlì è finito sotto accusa il segretario regionale Paolo Calvano. “Il Pd regionale – ha detto il deputato Luigi Marattin – non elegge un segretario con le primarie da 10 anni. Il primo (e unico) fu Stefano Bonaccini nel 2009. Io credo che Stefano sia il miglior candidato possibile per le regionali di autunno, perché sotto la sua guida l’Emilia Romagna ha raggiunto la vetta dei risultati economici in Italia (e non solo). Ma il modo migliore per sostenere, tutti insieme, la sua candidatura è rinnovare profondamente il Pd regionale, accantonando le mezze leadership e trovando nuova linfa in un congresso aperto all’esterno e rigeneratore di nuove energie e nuovo pensiero”. In Umbria, dopo il caos sulla Sanità, con gli arresti domiciliari dell’ex segretario regionale Gianpiero Bocci e le dimissioni della governatrice Catiuscia Marini, il centrosinistra rischia di consegnare la regione alla Lega. La vicepresidente del Pd nazionale Anna Ascani ha detto che servono facce nuove e che nessun consigliere regionale uscente deve essere ricandidato.

 

C’è poi il caso toscano. Il Pd lì ha appena resistito all’assalto della Lega a Firenze e Prato e si è ripresa Livorno dopo cinque anni di governo grillino. L’anno prossimo ci sono le elezioni regionali e il centrosinistra deve decidere chi candidare. La discussione è aperta e potenzialmente è abbastanza complicata. Il governatore uscente Enrico Rossi ha detto che serve un profilo civico, mentre il sindaco di Firenze Dario Nardella dice che la “civicità” non serve a nulla. Anzi, serve un profilo molto politico e definito (e il modello, ha aggiunto, è quello fiorentino). Resta da capire anche come sarà scelto il candidato. Con le primarie o no? E se il candidato della società civile si presentasse alle eventuali primarie? Tra gli aspiranti governatori circola il nome di Eugenio Giani, presidente del Consiglio regionale, campione di preferenze, ma anche quello della potente assessora alla Sanità Stefania Saccardi. Insomma, per Zingaretti i dossier iniziano a farsi parecchio scottanti.

David Allegranti

David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Su Twitter è @davidallegranti.

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Commenti all'articolo

  • Giovanni Attinà

    13 Giugno 2019 - 13:01

    Il problema del Pd, anche se "Il Foglio" spera sempre nel rilancio di questo partito, come opposizione all'attuale governo, è che manca di strategie, di programmi e di idee. Si fa l'enfasi del 22 e , poco più, di zero virgola per cento e per aver superato i grillini. La realtà è che, con l'attuale sistema proporzionale , il Pd ha bisogno di alleati per governare e non può guardare alle varie formazioni della galassia di sinistra, perché siamo un passo all'indietro o la solita "minestra". Sorge poi la questione di un partito di centro moderato, visto il corteggiamento di Forza Italia a Salvini, ma anche questo sempre un sogno nella breve prospettiva, purtroppo.

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