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Non serve un Berlinguer a capo del Pd

Molte delle difficoltà nel costruire un partito nuovo e libero dall’eredità comunista derivano proprio dall’incapacità di fare i conti con l’ombra dello storico segretario

12 Giugno 2019 alle 16:42

Non serve un Berlinguer a capo del Pd

Enrico Berlinguer (foto LaPresse)

Sarà, come scriveva Vladimir Nabokov, che “nel proprio passato ci si sente sempre a casa”, fatto sta che il richiamo ai bei tempi andati, a quella mitica età dell’oro che la postmodernità e la globalizzazione ci avrebbero rubato, è diventato la principale caratteristica della politica italiana. Specie a sinistra, dove il dibattito si avvita sempre su questioni identitarie e affettive e sembra ancora che, come ai tempi della “svolta”, il confronto sia tra chi amava e rimpiange il Pci e chi, invece, no.

 

In questi giorni, nell’anniversario della sua scomparsa, si ricorda Enrico Berlinguer. La morte drammatica sul palco di Padova lo ha consegnato al mito e, della sua eredità, ciascuno ha scelto la parte che più gli è congeniale. Nicola Zingaretti si dice convinto che “nel patrimonio genetico del Pd ci sia ancora quella spinta propulsiva che deriva dall’aspirazione a cambiare l’ordine delle cose, di cui parlava Berlinguer”. E Scalfari – al quale ormai si perdona tutto – arriva a dire che “il Pd non è altro che il Partito comunista di Berlinguer”. Ma allora perché stupirsi del fatto che la maggioranza degli italiani continui a diffidare della sinistra (togliendole addirittura consensi per premiare, come dimostrano le analisi sui flussi elettorali, la Lega di Salvini)? Il Pci non era un partito socialdemocratico e non voleva diventarlo; l’austerità che gli italiani dovevano abbracciare come visione e stile di vita doveva essere la premessa di un radicale cambiamento del modello di sviluppo fuori dal quadro e dalla logica del capitalismo; l’attacco all’individualismo era centrale nella cultura del partito ed il superamento del capitalismo e lotta all’imperialismo americano erano opzioni ideologiche di fondo e, in quanto tali, del tutto estranee alla tradizione politica occidentale: Antonino Tatò, tra i principali collaboratori di Berlinguer, arrivava infatti a sostenere che “i paesi socialisti sono superiori ai paesi con i governi socialdemocratici, l’Urss è comunque superiore alle socialdemocrazie”.

 

Come ha osservato Claudia Mancina nel saggio che ha dedicato al segretario del Pci, molte delle difficoltà nel costruire un partito nuovo e libero dall’eredità comunista derivano proprio dall’incapacità di fare i conti con l’ombra di Berlinguer. Ma quell’orizzonte non esiste più. E il Pd dovrà necessariamente fondare la propria identità sul suo impegno per promuovere, qui e oggi, lo sviluppo del paese, creare opportunità e ridurre le disuguaglianze di una società profondamente diversa da quella di allora. Rifarsi a Berlinguer non è necessario; e non è necessario “avere un Berlinguer a capo del Pd”. Specie se si considera che buona parte degli italiani ha ormai più dimestichezza con la figlia Bianca, che conduce l’ormai consueto teatrino con Mauro Corona, una trasmissione che, secondo Aldo Grasso, “è nata sul modello di Casa Vianello e di La Bella e la Bestia: pura finzione, tra sitcom e favola”.

Alessandro Maran

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Commenti all'articolo

  • giorgio.coen

    13 Giugno 2019 - 16:04

    Quantomai vero quanto scrive il giornalista. La figura del Berlinguer evocata dai postcomunisti e' fuori posto e non corrisponde alle opinioni dei più. Provo un senso di orrore a ricordarla, e la sinistra e non lo capisce e' destinata a naufragare.

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  • miozzif

    13 Giugno 2019 - 01:01

    A considerare con i parametri moralistici di oggi la figura del nobile sardo a capo del Pci ne verrebbe fuori qualche scandaloso risvolto. Perché la spinta propulsiva dell'Urss era pure in via di esaurimento ma la tombola di rubli sovietici veniva ancora incassata alle Botteghe Oscure. Né si ricambiava solo a parole il sovvenzionamento di Mosca. Si scendeva in piazza contro quegli euromissili che contribuirono al crollo dell o Stato comunista. Un piccolo scambio di favori criminali che finì presto in ombra travolto dalle piccole ruberie democratiche delle tangentopoli. E che gira e rigira torna attuale con i gialloverdi che per qualche motivo non troppo misterioso sembrano fare il gioco di Putin.

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  • carloalberto

    13 Giugno 2019 - 00:12

    "Il Pci non era un partito socialdemocratico e non voleva diventarlo": giustissimo. Adesso spiegatelo a una certa prof. Simona Colarizi dell'Università La Sapienza (e di dove, se no? Lì i geni li coltivano in serra), la quale ha pubblicato un volumetto di storia dell'Italia repubblicana nel quale sentenzia che il Pci era diventato un partito sostanzialmente socialdemocratico.

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  • luigi.desa

    12 Giugno 2019 - 19:07

    Berlinguer era persona onesta perbene intelligente ma non ho mai capito dove voleva andare a parare .Il mondo sapeva in dettaglio le nequizie del regime sovietico e a me sembrò la sua una battaglia persa intellettualmente e storicamente. Ho scampato per qualche anno il plebiscito dc/pci del '48 e avrei votato ( turandomi il naso?) Dc e la storia ha sancito che Berlinguer aveva imboccato una strada a imbuto la cultura l'intelligenza non gli hanno reso un buon servizio. La fede accieca e la ragione si confonde.

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