Contro le scissioni farlocche e i romanzi centristi del Pd

Claudio Cerasa

Sveglia: le alternative non si costruiscono con le stampelle ma con leadership visionarie

Il punto da capire in fondo è tutto lì: ma quello spazio che tutti dicono di vedere esiste oppure no? Lo spazio di cui parliamo coincide con quella fetta di elettori che oggi non si riconosce né tra i partiti che si trovano all’opposizione né tra quelli che si trovano in maggioranza e da una parte all’altra degli schieramenti fioccano ogni giorno i nomi di esponenti politici che per una ragione o per un’altra sembrano essere intenzionati a dar vita a un nuovo famigerato e attesissimo partito di centro. Nessuno nega che ci siano molti elettori che darebbero chissà che cosa per avere un’offerta diversa rispetto a quella rappresentata oggi da coloro che si trovano a lavorare per creare un’alternativa al governo. Ma la storia recente del nostro paese ci insegna che quando la discussione sull’alternativa si concentra non sull’assenza di leadership ma sull’assenza di contenitori quella discussione ha buone probabilità di diventare farlocca.

 

Può piacere oppure no ma in Italia un’alternativa ai partiti di governo esiste e ha il profilo ora del Partito democratico e ora di Forza Italia. Tra i due, l’unico che negli ultimi tempi ha dato un qualche segnale di vitalità è certamente il Pd, ma fino a che nel Pd ci sarà qualcuno convinto che il problema vero del Pd sia legato all’alleato che non c’è – e non al modello politico che c’è – sarà difficile avere un’alternativa all’altezza dei tempi.

 

Carlo Calenda, che alle europee ha incassato il maggior numero di preferenze all’interno della lista del Pd, ieri ha inviato una lettera al Corriere della Sera per rilanciare un suo cavallo di battaglia che ci permettiamo di sintetizzare così: è necessario lavorare alla creazione di una forza liberale che in vista delle elezioni possa diventare una stampella del Pd. Il ragionamento di Calenda è lineare ma nasconde un problema di fondo che meriterebbe di essere affrontato: se un partito che ha un consenso superiore al venti per cento zoppica, non sarebbe il caso di occuparsi, oltre che della stampella, anche delle ragioni della zoppia? Storicamente, il problema di un partito che non riesce a sviluppare al meglio il suo potenziale non è legato alla sua incapacità di avere una buona stampella, ma alla sua incapacità di correre come dovrebbe.

 

Il Pd di Renzi, prima di sprofondare al 18 per cento, arrivò dal 25,4 per cento del 2013 al 40,8 per cento del 2014 senza stampelle ma con un progetto innovativo e considerato credibile. La Lega di Salvini, prima di arrivare al 34 per cento di oggi, è passata dal 4,3 per cento del 2013 al 17,3 per cento del 2018 senza stampelle, ma con un progetto innovativo e considerato credibile. Il Pd di Nicola Zingaretti non sembra avere ancora spiccato il volo ma se c’è un modo per impedirgli di farlo crescere è cercare delle stampelle senza preoccuparsi di come guarire un partito che non è morto, ma che semplicemente non riesce più a correre. Piuttosto che ragionare su come costruire scissioni a tavolino per consentire a un nuovo soggetto politico di fare quello che il vecchio soggetto politico non riesce a fare, dunque, bisognerebbe avere il coraggio di sfidare dall’interno, e non dall’esterno, le leadership che non si considerano in grado di riportare il più importante partito d’opposizione d’Italia ai risultati di un tempo: creando concorrenza, competizione, sogni e alternative possibili.

 

Far nascere un nuovo partito liberale, moderato, europeista, riformista, visionario, macroniano è un’idea suggestiva ma che non tiene conto di un dato di realtà: il Pd è un partito che soffre, che si trascina, che ha difficoltà a crescere, ma non è un partito morto, non è un partito finito, ed è un partito che in alcuni casi riesce ancora a esprimere, anche sui territori, una classe dirigente viva, valida e trasversale. Il partito di centro che in molti vorrebbero creare in realtà esiste già e si chiama Pd. E se quel partito non riesce a essere forte come potrebbe non è perché quel partito non ce la può più fare a essere quello che dovrebbe, ma è perché si è scelto di costruire un’alternativa pensando più all’algebra delle alleanze che alla leadership visionaria. Il M5s e la Lega hanno dimostrato che nel giro di pochi mesi i consensi possono lievitare alla stessa velocità con cui possono sparire. Piuttosto che pensare alle stampelle, e alle scissioni, non sarebbe ora di ricominciare a pensare a come far correre il Pd?

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.