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Contro le scissioni farlocche e i romanzi centristi del Pd

Sveglia: le alternative non si costruiscono con le stampelle ma con leadership visionarie

14 Giugno 2019 alle 06:00

Contro le scissioni farlocche e i romanzi centristi del Pd

Carlo Calenda (foto LaPresse)

Il punto da capire in fondo è tutto lì: ma quello spazio che tutti dicono di vedere esiste oppure no? Lo spazio di cui parliamo coincide con quella fetta di elettori che oggi non si riconosce né tra i partiti che si trovano all’opposizione né tra quelli che si trovano in maggioranza e da una parte all’altra degli schieramenti fioccano ogni giorno i nomi di esponenti politici che per una ragione o per un’altra sembrano essere intenzionati a dar vita a un nuovo famigerato e attesissimo partito di centro. Nessuno nega che ci siano molti elettori che darebbero chissà che cosa per avere un’offerta diversa rispetto a quella rappresentata oggi da coloro che si trovano a lavorare per creare un’alternativa al governo. Ma la storia recente del nostro paese ci insegna che quando la discussione sull’alternativa si concentra non sull’assenza di leadership ma sull’assenza di contenitori quella discussione ha buone probabilità di diventare farlocca.

 

Può piacere oppure no ma in Italia un’alternativa ai partiti di governo esiste e ha il profilo ora del Partito democratico e ora di Forza Italia. Tra i due, l’unico che negli ultimi tempi ha dato un qualche segnale di vitalità è certamente il Pd, ma fino a che nel Pd ci sarà qualcuno convinto che il problema vero del Pd sia legato all’alleato che non c’è – e non al modello politico che c’è – sarà difficile avere un’alternativa all’altezza dei tempi.

 

Carlo Calenda, che alle europee ha incassato il maggior numero di preferenze all’interno della lista del Pd, ieri ha inviato una lettera al Corriere della Sera per rilanciare un suo cavallo di battaglia che ci permettiamo di sintetizzare così: è necessario lavorare alla creazione di una forza liberale che in vista delle elezioni possa diventare una stampella del Pd. Il ragionamento di Calenda è lineare ma nasconde un problema di fondo che meriterebbe di essere affrontato: se un partito che ha un consenso superiore al venti per cento zoppica, non sarebbe il caso di occuparsi, oltre che della stampella, anche delle ragioni della zoppia? Storicamente, il problema di un partito che non riesce a sviluppare al meglio il suo potenziale non è legato alla sua incapacità di avere una buona stampella, ma alla sua incapacità di correre come dovrebbe.

 

Il Pd di Renzi, prima di sprofondare al 18 per cento, arrivò dal 25,4 per cento del 2013 al 40,8 per cento del 2014 senza stampelle ma con un progetto innovativo e considerato credibile. La Lega di Salvini, prima di arrivare al 34 per cento di oggi, è passata dal 4,3 per cento del 2013 al 17,3 per cento del 2018 senza stampelle, ma con un progetto innovativo e considerato credibile. Il Pd di Nicola Zingaretti non sembra avere ancora spiccato il volo ma se c’è un modo per impedirgli di farlo crescere è cercare delle stampelle senza preoccuparsi di come guarire un partito che non è morto, ma che semplicemente non riesce più a correre. Piuttosto che ragionare su come costruire scissioni a tavolino per consentire a un nuovo soggetto politico di fare quello che il vecchio soggetto politico non riesce a fare, dunque, bisognerebbe avere il coraggio di sfidare dall’interno, e non dall’esterno, le leadership che non si considerano in grado di riportare il più importante partito d’opposizione d’Italia ai risultati di un tempo: creando concorrenza, competizione, sogni e alternative possibili.

 

Far nascere un nuovo partito liberale, moderato, europeista, riformista, visionario, macroniano è un’idea suggestiva ma che non tiene conto di un dato di realtà: il Pd è un partito che soffre, che si trascina, che ha difficoltà a crescere, ma non è un partito morto, non è un partito finito, ed è un partito che in alcuni casi riesce ancora a esprimere, anche sui territori, una classe dirigente viva, valida e trasversale. Il partito di centro che in molti vorrebbero creare in realtà esiste già e si chiama Pd. E se quel partito non riesce a essere forte come potrebbe non è perché quel partito non ce la può più fare a essere quello che dovrebbe, ma è perché si è scelto di costruire un’alternativa pensando più all’algebra delle alleanze che alla leadership visionaria. Il M5s e la Lega hanno dimostrato che nel giro di pochi mesi i consensi possono lievitare alla stessa velocità con cui possono sparire. Piuttosto che pensare alle stampelle, e alle scissioni, non sarebbe ora di ricominciare a pensare a come far correre il Pd?

Claudio Cerasa

Claudio Cerasa

Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.

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Commenti all'articolo

  • nike13

    14 Giugno 2019 - 18:06

    Chiaro ed esplicito l'articolo di Cerasa, ma dubito della realizzazione. Ritengo che Calenda faccia bene a proporre una gamba liberale, democratica. visionaria, in quanto solo la realizzazione del progetto Calenda potrebbe consentire al PD di Zingaretti di riappropiarsi del partito ed indirizzarlo al conseguimento degli scopi per cui è nato. Per adesso il PD è immobile per le lotte interne, speriamo che la mossa di Calenda lo risvegli. Ne dubito, saremo a vedere.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    14 Giugno 2019 - 17:05

    Al direttore - Il nocciolo del problema siamo noi italiani, come insieme. Tifiamo per una leadership forte, ma il sistema italia, per come s'è sviluppato politicamente e culturalmente non la sopporta. ll vero motivo del fallimento del referendum confermativo, avrebbe rafforzato la leadership di Renzi, è racchiuso in questo atteggiamento. tipicamente nostrano.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    14 Giugno 2019 - 17:05

    Al direttore - Il nocciolo del problema siamo noi italiani, come insieme. Tifiamo per una leadership forte, ma il sistema italia, per come s'è sviluppato politicamente e culturalmente non la sopporta. ll vero motivo del fallimento del referendum confermativo, avrebbe rafforzato la leadership di Renzi, è racchiuso in questo atteggiamento. tipicamente nostrano.

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  • Giovanni Attinà

    14 Giugno 2019 - 15:03

    Una sola considerazione: dopo la sparta di Berlusconi di arrivare alla fusione con la Lega, il partito di centro moderato è una necessità. Ai nostalgici poi del governo Renzi bisognerebbe ricordare come Renzi si è presentato al Referendum , in posizione di scontro netto, senza cercare il dialogo. Invece di abolire bil Senato cullava l'idea di formarlo con le persone di su fiducia, visto il successo allora del Pd , poi ci sarebbe da dire del diniego di votare sui singoli quesiti. IN ogni caso l'Italia va riformata tutta : solo che adesso si vive di sicurezza , problema quasi inesistente, e d'immigrazione, altro problema quasi inesistente., oltre che di annunci, senza risolvere i veri problemi.

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    • leless1960

      14 Giugno 2019 - 17:05

      Signor Attinà, mi scuso in anticipo se dirò qualche sciocchezza ma ho la memoria che ormai mi fa giacomogiacomo peggio delle ginocchia. Se non sbaglio il quesito del referendum proponeva la riduzione del numero dei senatori, ma soprattutto l'abolizione della bicameralità, allo scopo di velocizzare l'iter legislativo. Ora che Renzi non fosse un mostro di simpatia lo dicono i fatti, ma magari mi può spiegare che ci avrebbe fatto il Renzi col Senato privo di suddetta funzione. La ringrazio anticipatamente.

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      • Giovanni Attinà

        14 Giugno 2019 - 19:07

        Non posso essere nella mente di Matteo Renzi, ma il Senato andava abolito completamente. Lui pensava di controllarlo , vista l'elezione dei componenti a livello regionale. Un po' ,diciamolo, è stato anche incoerente candidandosi , dopo la bocciatura del Referendum proprio al Senato. Per quanto mi riguarda non considero la Costituzione italiana la più bella del mondo, tra l'altro in applicata negli articoli più importanti, ma per le modifiche è necessario il confronto e il dialogo. Tra l'altro nelle modifiche richieste , se non ricordo male, si toccavano ben 57 articoli, con i vari richiami. Delle modiche alla Costituzione bisogna parlare ancora, anche se l'attuale classe politica, al di là di alcune modifiche, riduzioni parlamentari, questione referendum, è stato fatto il primo passaggio , quasi in silenzio. Poi è chiaro che , per quanto mi riguarda , se sento parlare di autonomia regionale o di riesumare le cosiddette province mi cadono davvero le braccia.

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