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“Il nuovo programma del Pd è in linea col renzismo”, ci dice Fassina

“Ma quale svolta? Sono le stesse facce”. Il leader di Patria e Costituzione boccia il “Piano per l’Italia”, ma D’Attorre lo approva

17 Maggio 2019 alle 06:00

“Il nuovo programma del Pd è in linea col renzismo”, ci dice Fassina

Stefano Fassina (LaPresse)

Roma. Le facce. Stefano Fassina è convinto che basti guardare quelle, per capire che non è cambiato nulla. “A lato di Nicola Zingaretti, nelle conferenza stampa in cui presentava questo nuovo programma del Pd, c’erano Pier Carlo Padoan e Paolo Gentiloni. Con quelle facce lì, quale svolta ci si può aspettare?”. La domanda è retorica, ovviamente, nel senso che per il leader di Patria e Costituzione, monade alla sinistra della sinistra del Pd, con questi dirigenti, che sono poi gli stessi che hanno animato le migliori e le peggiori stagioni del renzismo, c’è poco da sperare. “Sarebbe perfino ingiusto, oltreché ingenuo, pretendere un cambio di rotta da loro”, dice Fassina, impegnato nel frattempo in un presidio a Casal Bruciato. “Noi – dice – ci andiamo anche quando non ci stanno i fascisti: oggi siamo qui per Maria Pia, una donna di 77 anni povera e malata che rischia lo sgombero per dei disguidi burocratici”.

  

Le facce, dicevamo. “Sì, appunto. Padoan e Gentiloni, accanto a Zingaretti. E insieme a loro, lì vicino, c’era pure Luigi Marattin, responsabile economico di Palazzo Chigi con Renzi. Carlo Calenda era assente solo perché, evidentemente, era impegnato in un qualche evento di campagna elettorale. Sono loro che vogliono lanciare il nuovo corso del Pd?”.

   

Sta dicendo che il loro è trasformismo? Hanno servito il rottamatore e ora stanno con chi vorrebbe rottamarlo? “No, non credo affatto che si tratti di gattopardismo. Credo semmai che siano coerenti con la loro storia recente. Renzi non è stato un intruso, un incidente della storia. Renzi ha rappresentato l’espressione più acuta di una certa cultura di subalternità al neoliberismo da parte della sinistra. Una malattia nata col Lingotto di Veltroni, e acuitasi sempre di più”.

  

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Ma con Zingaretti non doveva tornare la Ditta? “Se guardo al nuovo programma, il Piano per l’Italia, mi sembra evidente che non sia così. La proposta più importante, quella di abbassare un po’ le tasse sul lavoro per garantire uno stipendio all’anno in più ai cittadini da 1.500 euro è in fondo in sostanziale continuità con l’erogazione degli 80 euro: di nuovo c’è solo qualche ulteriore incognita sulle coperture. Sulle politiche del lavoro, di rottura ne vedo assai poca, rispetto al JobsAct. Sugli investimenti pubblici nient’altro che un contentino: 10 miliardi all’anno per cinque anni”.

  

Sono sbagliate, queste misure? “Non sono sbagliate in sé, ma non segnano certo una svolta. Noi abbiamo proposto di varare il Lavoro di cittadinanza: un piano d’investimenti in piccole opere sulla salvaguardia del territorio, così da permettere ai comuni di creare nuova occupazione”. Non c’è. “Non mi scandalizza. Non voglio fare polemica con Zingaretti. Il Pd fa il suo mestiere: rappresenta un’Italia che sta bene e che chiede un riformismo di stampo progressista. D’accordo: ma il bacino elettorale in cui può pescare, così, non si allarga. Dovremmo essere noi...”. Noi chi? “Noi uomini di sinistra, a praticare una svolta, a dare risposte ai ceti più disagiati”.

  

 

Ma guardi che anche Alfredo D’Attorre, suo compagno di Patria e Costituzione, ha plaudito al nuovo programma del Pd. “Che ha fatto?”. Si è complimento con Zingaretti. “Ma come?”. Con un tweet. Recita così: “Per la prima volta dopo molto tempo, il Pd torna a dire cose sensate e comprensibili sull’economia”. Al che Fassina tentenna, ma solo un attimo. “Bah, io non condivido queste valutazioni”. Non vi starete mica scindendo pure dentro Patria e Costituzione, no? “Ma no. Ci sta che Alfredo, che comunque non è alla Camera, e dunque non vede l’atteggiamento quotidiano dei parlamentari del Pd, abbia trovato in quel programma qualcosa che non io non ho notato”.

  

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Resta sempre convinto, comunque, che la sinistra debba dialogare col M5s? “Se vogliamo fare politica, sì. Se invece ci accontentiamo di fare testimonianza, possiamo anche risparmiarci questa fatica”.

Valerio Valentini

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Commenti all'articolo

  • luiga

    17 Maggio 2019 - 09:09

    mai con un Movimento il cui capo non ci mete la faccia, anzi percepisce tangenti da deputati eletti grazie ad un marchio di successo (!?!) che può essere conesso o tolto a propria discrezione e che ha come obiettivo lo stravolgimento della democrazia.Sarebbe rendersi complici dell'ascesa di un nuovo fascismo.

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