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Perché sugli 80 euro ha ragione Tria (ma non se ne farà nulla)

Il bonus di Renzi è stato l’ennesima distorsione del sistema fiscale. Serve un riordino dell’Irpef, ma mancano i soldi

23 Maggio 2019 alle 06:15

Perché sugli 80 euro ha ragione Tria (ma non se ne farà nulla)

Giovanni Tria (foto LaPresse)

Un recente intervento del ministro Tria ha rimesso in discussione il “bonus 80 euro” di Renzi. Non è la prima volta che Tria esprime il suo scetticismo verso questo provvedimento. In un’intervista al Sole 24 Ore dell’agosto scorso aveva dichiarato che “il bonus 80 euro crea complicazioni infinite”, concludendo che “tutto il sistema va rivisto con la garanzia che nessuno perda nel passaggio dal vecchio al nuovo”. Non è chiaro quanto la linea di Tria sia condivisa dai partiti che formano il governo ed è lecito sospettare che non se ne farà nulla, visto che le risorse per assorbire il bonus in una riduzione generalizzata dell’Irpef non ci sono. Però, anche se è probabile che questo governo non farà nulla, è importante capire perché è giusto superare il bonus 80 euro, spiegando le ragioni per cui è un provvedimento fatto molto male.

 

Cosa non va negli “80 euro”? E’ utile passare velocemente in rassegna gli argomenti dei difensori del provvedimento. Un esempio è dato da un articolo di Marco Fortis pubblicato sul Foglio lo scorso 3 aprile. Il punto principale dell’argomentazione è che, cito dall’articolo, il provvedimento ha “spinto all’insù i consumi come non accadeva da un bel pezzo, dando al pil un’accelerata notevole”. La retorica è fuori luogo, dal momento che la crescita del pil italiano ha continuato a essere inferiore di circa un punto percentuale rispetto all’Eurozona, ma prendiamo pure tutto questo per buono e accettiamo la retorica del più grande taglio di tasse delle storia. Purtroppo tali argomentazioni non servono a difendere gli “80 euro”. Gli interventi fiscali si valutano sempre a parità di gettito. Quindi la domanda non è se è una buona idea ridurre le tasse per 9 miliardi di euro l’anno. Certo che lo è, ma le tasse si possono ridurre in tanti modi. La domanda a cui devono rispondere i difensori del provvedimento è: posto che si intendono ridurre le entrate per 9 miliardi di euro, qual è il modo migliore per farlo? Il provvedimento sembra pensato da qualcuno che ha voluto fornire un caso da manuale su come non fare una riduzione delle tasse. Vediamo perché.

 

Qualunque riduzione dell’imposta sul reddito mette soldi nelle tasche dei contribuenti. Il punto è farlo in un modo che aumenti il più possibile la quantità di lavoro offerta. A tal fine quello che rileva è l’aliquota marginale. Più prosaicamente, ciò che conta è la risposta alla domanda: se faccio un’ora di straordinario in più, quanto mi resta in tasca? Sotto questa dimensione, il bonus degli 80 euro è pessimo. E’ riuscito nel compito quasi impossibile di aumentare brutalmente le aliquote marginali pur riducendo il gettito. E’ un caso da manuale di cattiva politica economica.

 

Come è stato possibile questo? Ricordate che il bonus è in cifra fissa. Quindi le aliquote marginali sono rimaste esattamente le stesse di prima del provvedimento. Prima degli “80 euro”, un dipendente con un reddito annuo di 20 mila euro pagava 23 euro di tasse ogni 100 euro lordi guadagnati di straordinario. Dopo gli “80 euro” ha continuato a pagare la stessa cifra. Nessuna riduzione dell’aliquota marginale e quindi nessun incentivo ad aumentare la quantità di ore lavorate. Ma il capolavoro è nella zona di phase out. Il bonus diminuisce drasticamente in una ristretta fascia di reddito: passa in modo lineare da 960 euro annuali per un reddito di 24.600 a zero per un reddito di 26.600 euro. Significa che un lavoratore che guadagna 25 mila euro all’anno, subisce una riduzione del bonus di 48 euro per ogni 100 di guadagno ulteriore! Ossia, il meccanismo del phase out del bonus porta a un aumento dell’aliquota marginale effettiva del 48%. Dato che a 25 mila euro l’aliquota marginale è il 27%, a cui si aggiunge un phasing out della detrazione da lavoratore dipendente del 4,51%, un dipendente che guadagna 25 mila euro l’anno si ritrova con un’aliquota marginale effettiva pari al 79,51%! Ci vuole del genio per arrivare a una simile assurdità. Questo è il vero problema, non il fatto che ex post qualcuno si trovi a dover restituire il bonus. Si poteva fare molto meglio senza effettuare stravolgimenti della normativa fiscale. Bastava aumentare la detrazione da lavoro dipendente. Più o meno si sarebbe raggiunta la stessa platea di beneficiari, ossia lavoratori dipendenti con salario non particolarmente elevato. L’aumento poteva essere deciso in modo da ridurre complessivamente il gettito per l’erario di 9 miliardi. Si sarebbe azzerata l’aliquota marginale effettiva per un numero ampio di lavoratori, con potenti effetti di incentivo. Si sarebbe evitato il delirante aumento del 48% dell’aliquota marginale effettiva nell’intervallo di phase out del sussidio, che interessa milioni di lavoratori. Oppure si poteva fare una cosa ancora più semplice: rendere permanente e magari rafforzare la decontribuzione per i nuovi assunti. Invece la decontribuzione è stata depotenziata perché “mancavano le risorse”. Certo che mancano, se vengono sprecate in provvedimenti assurdi.

 

Perché non si sono scelte queste alternative, chiaramente migliori dal punto di vista economico? E’ inutile cercare nell’economia le ragioni. Renzi era convinto che il “bonus 80 euro” fosse un potentissimo strumento di marketing, molto più forte delle alternative. Per esempio, un aumento della detrazione per lavoro dipendente avrebbe generato valori diversi e non immediatamente riconoscibili dai beneficiari. Ebbe ragione, almeno nel brevissimo periodo: alle elezioni europee del 2014 il Pd passò da 21 a 31 europarlamentari, anche se poi alcuni se ne andarono con le scissioni successive. Tutto questo al solo prezzo dell’ennesima assurda distorsione nel sistema fiscale italiano. Come siano andate poi le cose nel periodo un po’ meno breve lo sappiamo tutti e non è il caso di ripeterlo.

Riuscirà Tria a riportare un minimo di razionalità nell’Irpef, abolendo il “bonus 80 euro”? E’ lecito dubitarne. Il governo si è messo su un sentiero di aumento esplosivo del deficit. Data la necessità di reperire decine di miliardi per evitare l’aumento dell’Iva c’è il rischio concreto che gli interventi sul bonus 80 euro non siano di riordino e a carico fiscale invariato, ma semplicemente di aumento della pressione fiscale. La realtà dei fatti è che quando il governo ha avuto la possibilità di intervenire, con la scorsa legge di Bilancio, non lo ha fatto. Cosa non sorprendente dato il livello di incompetenza economica, unito a straordinaria pavidità, di questo esecutivo.

Non trattenete dunque il respiro in attesa di riforme. La triste realtà è che gli “80 euro” – come tante altre distorsioni e inefficienze del sistema tributario – resteranno , continuando a contribuire alla stagnazione del paese.

Sandro Brusco

economista, Stony Brook University

Gli “80 euro” hanno stravolto le aliquote marginali, disincentivando l’aumento delle ore lavorate. Si poteva fare molto meglio senza deformare l’Irpef: bastava aumentare la detrazione da lavoro dipendente. Ma sono prevalse le ragioni elettorali del Pd, le stesse che ora impediscono ai gialloverdi di toccare il bonus.

Sandro Brusco

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