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Il nazionalismo è un affare da topolini

Claudio Cerasa

L’Italia che diventa il primo paese del G7 a firmare un memorandum con la Cina. Lega e M5s che a Strasburgo fanno l’interesse di Russia e Cina. Per non rimanere schiacciati dagli elefanti la protezione giusta non è il protezionismo: è l’Europa

La notizia più importante di ieri riguarda la scelta del governo italiano di firmare ufficialmente un memorandum d’intesa tra Italia e Cina sulla famosa Belt and Road Initiative (Bri). La Belt and Road Initiative non è solo un programma attraverso il quale la Cina ha scelto di stanziare molti capitali per costruire in giro per il mondo infrastrutture strategiche, ma è anche, come vi ha raccontato con anticipo su questo giornale la nostra Giulia Pompili, “un progetto strategico che guarda ai prossimi cinquant’anni e non ai prossimi cinque, capace di mettere in sicurezza gli interessi cinesi in ogni angolo del globo e contrastare l’egemonia dell’altra potenza: quella americana”.

 

L’importanza del memorandum d’intesa ha poco a che fare con i contenuti del documento, ma ha a che fare più che altro con la potenza dei simboli: l’Italia non è il primo paese europeo a firmare il memorandum sulla Bri (lo hanno fatto, tra gli altri, anche Polonia, Ungheria, Portogallo, Grecia) ma è il primo governo del G7 a farlo. E la scelta, simbolicamente, è forte perché è avvenuta pochi giorni dopo che l’Italia ha deciso di essere l’unico paese in Europa a esprimere contrarietà rispetto ai controlli preventivi sugli investimenti strategici europei da parte della Cina.

 

L’elemento importante su cui occorrerebbe riflettere non è relativo all’opportunità che il nostro paese intensifichi i suoi rapporti con la Cina (e il fatto che il valore del saldo commerciale italiano tra import ed export sia tra i 12 e i 14 miliardi di euro dovrebbe suggerire che il governo ha un problema da risolvere con la Cina, non per quanto riguarda le entrate in Italia ma per quanto riguarda le entrate in Cina). Il problema vero è stato messo in luce la scorsa settimana dal professor Romano Prodi su questo giornale: anche un nazionalista in buona fede dovrebbe capire che se il rapporto con la Cina sarà su un piano esclusivamente nazionale, la partita non ci sarà, mentre se sarà su un piano europeo ciascun paese dell’Unione potrà trovare un modo per proteggersi senza dover ricorrere alla retorica protezionista. Da mesi, l’urlo di battaglia dei nazionalisti europei è sintetizzato dall’idea di dover dare ai propri paesi la possibilità di riprendere il controllo della propria vita, take back control. Ma a ben vedere anche il caso del rapporto con la Cina, per non parlare di quello con la Russia, ci ricorda che l’approccio scelto dall’internazionale populista per ridare maggiore sovranità ai propri paesi è destinato a produrre l’effetto contrario, take less control. E così dar vita a un circolo vizioso all’interno del quale i paesi sovranisti sono destinati a confrontarsi con gli elefanti del mondo travestendosi da topolini. L’Europa delle piccole patrie è l’Europa sognata da Salvini e Di Maio, ma la caratteristica dell’Europa delle piccole patrie è quella di essere del tutto irrilevante, del tutto inconsistente, del tutto sottomessa, del tutto incapace di difendere i propri interessi e del tutto orientata a fare gli interessi di paesi come la Russia di Putin e l’America di Trump, che per ragioni diverse e spesso non coincidenti considerano un’opportunità strategica la trasformazione dell’Europa in una casa di topolini (per l’America di Trump avere un’Europa debole è un vantaggio economico ma non nella misura in cui la sua debolezza possa diventare un vantaggio per la Cina). Eppure sia Salvini sia Di Maio, per motivi diversi, dovrebbero essersi resi conto che l’Italia per risolvere una parte dei suoi problemi non ha bisogno di meno Europa ma ha bisogno di più Europa e ha bisogno di più integrazione. Vale quando si parla di immigrazione – e se tieni in ostaggio in un porto una nave della Guardia costiera per costringere l’Europa a redistribuire meglio i migranti che arrivano in Italia involontariamente stai chiedendo più Europa e non meno Europa. Vale quando si parla di infrastrutture – e se l’Italia non ha ancora mollato la Torino-Lione lo si deve prima di tutto a un trattato internazionale che costringe il governo a non poter violare un impegno senza prima passare da un voto in Parlamento. Vale quando si parla di cyber security – e se l’Italia un domani sarà più al riparo di altri paesi nel mondo dagli attacchi informatici, lo si dovrà anche a una legge sulla sicurezza informatica votata proprio ieri in via definitiva dal Parlamento europeo con 586 voti favorevoli, 44 contrari e 36 astensioni, che creerà una certificazione a livello europeo per garantire che prodotti e servizi venduti nell’Ue soddisfino gli standard di sicurezza essenziali. L’Europa delle piccole patrie non è però solo una scelta da repubblica dei topolini.

 

E’ anche una precisa scelta di campo che mette il nostro paese sempre di più sotto l’ombrello dei governi che hanno interesse a indebolire l’Europa. E così giusto ieri – nella stessa giornata in cui il collegio dei commissari Ue riunito a Strasburgo ha varato una comunicazione congiunta al Parlamento europeo, al Consiglio europeo e al Consiglio sulla nuova visione strategica nei rapporti Ue-Cina per promuovere un’azione unitaria nei rapporti con la Cina e assicurare “la rapida, efficace e piena attuazione del regolamento sul controllo degli investimenti diretti dall’estero per identificare e aumentare la consapevolezza dei rischi per la sicurezza derivanti dagli investimenti stranieri in attività, tecnologie e infrastrutture critiche” – il Parlamento ha registrato due voti importanti. Il primo era su una risoluzione non legislativa, per alzata di mano, in cui il Parlamento, chiedendo un’azione Ue sul tema del 5G “contro le minacce alla sicurezza legate alla crescente presenza tecnologica della Cina nell’Ue”, ha proposto di “diversificare gli acquisti con diversi fornitori, introdurre procedure di appalto in più fasi, stabilire una strategia per ridurre la dipendenza dell’Europa dalla tecnologia di sicurezza informatica straniera e creare un sistema di certificazione cyber sicurezza per l’introduzione del 5G”. Il secondo voto era su una mozione importante riguardo alla Russia, pensata per prendere in considerazione “un’estensione delle sanzioni nei confronti di Mosca, vincolare una serie di accordi economici con la Russia solo a condizione che siano rispettati pienamente i cosiddetti accordi di Minsk per porre fine alla guerra nell’Ucraina orientale, condannare le attività finanziarie illecite e il riciclaggio di denaro sporco da parte della Russia che costituisce una minaccia per la sicurezza e la stabilità europea”. In entrambe le occasioni, il M5s e la Lega non hanno dato indicazione di votare a favore (ops). Nel primo caso, il M5s ha dato libertà di voto (ops) e la Lega ha dato indicazione di astenersi (ops). Nel secondo caso, sia la Lega sia il M5s (ma in questo caso anche Forza Italia e un pezzo di Pd) hanno dato indicazione di votare contro. La morale della storia è fin troppo evidente: il sovranismo sogna un’Europa più debole, e sognare un’Europa più debole significa semplicemente mettere i topolini sotto le zampe degli elefanti. In bocca al lupo.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.