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Giustizialismo, malattia infantile del populismo

La gogna e le botte, l’arroganza dell’azione penale e l’abuso dell’autorità poliziesca. Ovvero il diritto ucciso in nome di un fine. Di Maio e Salvini sono figli del tempo più buio della storia repubblicana. Un’anticipazione del libro di Alessandro Barbano

25 Febbraio 2019 alle 09:18

Giustizialismo, malattia infantile del populismo

Foto Imagoeconomica

Un ritratto e un’analisi della “nuova notte della Repubblica”: “Le dieci bugie. Buone ragioni per combattere il populismo” è il titolo del nuovo libro di Alessandro Barbano (Mondadori, 192 pp., 18 euro), da domani in libreria. Ne anticipiamo in questa pagina un capitolo: “Morte del diritto in nome di un fine”.

 


 

Un punto più di tutti accomuna i due leader populisti, a dispetto di quanto non indichino alcune prese di posizione in apparenza dissonanti: il giustizialismo. Di Maio e Salvini sono giustizialisti in maniera radicale, ancorché diversamente declinata. Vale per entrambi un paradigma sostanzialista di matrice totalitaria, per cui il mezzo è sempre giustificato dal fine. Il mezzo è il diritto penale. Il fine è politico o morale. Con il diritto penale Salvini affronta il dramma dell’immigrazione, Di Maio combatte la corruzione e punta a redimere la società. Questa impostazione è agli antipodi di uno spirito liberale che al diritto penale assegna il compito minimale, ma non meno importante, di perseguire i reati tassativamente indicati dalla legge.

 

Quando il diritto penale inquina i mezzi in nome dei fini, fa strame delle garanzie, calpesta i diritti dei singoli, insegue verità fittizie o nasconde le prove, la democrazia stessa è in pericolo. Di Maio e Salvini sono anzitutto figli di questa fragilità civile, tutta italiana, che viene molto prima di loro e tiene insieme la gogna mediatica contro i corrotti, o i supposti tali, e le botte a un povero tossicodipendente di nome Stefano Cucchi, l’arroganza moralistica dell’azione penale e l’abuso spregiudicato dell’autorità poliziesca, la prescrizione senza termine contro i presunti colpevoli, ma innocenti fino a prova contraria, e una lunga inestricabile catena di occultamento di indizi, depistaggi, reticenze sul decesso di un ragazzo picchiato a sangue da un gruppo di carabinieri. Gli uni e gli altri, la gogna come le botte, il processo persecutorio come i depistaggi investigativi, tutti si legittimano in nome di fini apparentemente nobili, comunque superiori: stroncare il malaffare nel primo caso, difendere il buon nome dell’Arma nel secondo.

 

Il programma del governo del cambiamento è un mix di cattiveria di stato e giustizia del sospetto: c’è l’inasprimento delle pene, anche per i minori, la dilatazione dei reati, la riduzione dei riti alternativi, l’aumento delle confische e dei sequestri, l’impiego dell’agente infiltrato

Il giustizialismo e la logica securitaria vanno a braccetto, perché in realtà ciascuno è l’ombra riflessa dell’altro. Perciò Di Maio e Salvini, che di questi principi sono il simbolo, si assomigliano come due gemelli, pur pensando di essere diversi. Sono figli del tempo più buio della storia repubblicana. E di questo tempo interpretano lo spirito, in consonanza con un senso comune forcaiolo, che si è impadronito dell’opinione pubblica.

 

Viviamo in un paese i cui cittadini, in maggioranza, sono convinti che sia giusto disporre e diffondere intercettazioni penalmente irrilevanti, ma utili a conoscere i segreti e il malcostume dei politici; o che la prescrizione sia “un’amnistia selettiva per colpevoli ricchi e potenti, che salvò dalla galera quasi tutti i ladroni di Tangentopoli ”, come scrive Marco Travaglio, o “uno scandalo”, come pure hanno detto in questi anni magistrati mediaticamente autorevoli. Pochi ricordano non solo le vittime di Mani Pulite, che non furono poche, ma neanche i nomi di Ilaria Capua, Federica Guidi, Silvio Scaglia e i tanti altri innocenti triturati nella gogna delle intercettazioni. Pochi sanno o ricordano che la prescrizione è l’essenza stessa dello Stato di diritto, in quanto garanzia per il cittadino di non essere sottoposto senza limite alla potestà punitiva del pubblico ministero.

 

Ma questo brodo di insipienza e spregiudicatezza morale è il punto di maggiore continuità tra il populismo e le culture politiche che lo hanno preceduto. Perché l’idea di fermare senza limite la prescrizione dopo la sentenza di primo grado, tradotta in provvedimento approvato dalla maggioranza gialloverde e in vigore dal 2020, non nasce nella fantasia del guardasigilli pentastellato Alfonso Bonafede. A proporla è stato nella scorsa legislatura il senatore del Pd Felice Casson, uno dei tanti magistrati militanti che in venticinque anni la sinistra riformista italiana ha corteggiato, imbarcato e armato, salvo poi finire impallinata dal fuoco amico.

 

La prescrizione è stata, prima ancora che la bandiera della crociata pentastellata, la frontiera di tutte le bugie e le ipocrisie della sinistra di governo. E’ stato il guardasigilli del Pd Andrea Orlando a dilatarla e ancorarla a un aumento dei massimi di pena, facendo sì che un indagato per corruzione possa restare per un ventennio sotto la scure dell’azione penale, salvo poi essere giudicato innocente. Orlando ha preteso e ottenuto due voti di fiducia sul suo disegno di legge, votato in Parlamento a fine legislatura, per superare i dubbi e le contrarietà di parte della maggioranza che sosteneva il governo Gentiloni. Eppure, l’ex ministro sapeva bene che il ricorso alla prescrizione è quasi del tutto assente nella maggior parte degli uffici giudiziari, perché è concentrato solo in poche sedi e non ha nessuna correlazione né con il numero di reati né con la dotazione di magistrati e cancellieri. Ci sono infatti Corti d’appello sotto organico che riescono a espletare tutti i processi in tempo, evitando la prescrizione, e altre a pieno organico che invece denunciano ritardi inaccettabili. Sapeva, Orlando, che la prescrizione è solo la cartina al tornasole della virtù organizzativa degli uffici giudiziari. Invece di adoperarsi per riorganizzarli e sanzionare le negligenze, ha preferito far pagare l’inefficienza del sistema agli indagati, aumentando i tempi di durata dei processi, per compiacere la magistratura militante e il suo populismo giudiziario. Ma come sempre accade quando i partiti tradizionali inseguono il populismo, quest’ultimo accelera, doppiandoli. Perché i Cinquestelle hanno prima mandato a casa il ministro, travolgendo un rissoso Pd nelle urne, e poi hanno preteso un’ulteriore dilatazione del tempo di prescrizione.

 

Con i Cinquestelle al governo il giustizialismo non è più una strategia occulta da perseguire dissimulandola, ma una volontà esplicita, la prevalenza manifesta di una parte processuale e di una sola ragione su tutte le altre. Ma è anche la riduzione della complessità della democrazia, che è fatta di un delicato equilibrio tra saperi e poteri, all’unica dimensione della volontà popolare, nella convinzione che su di essa sia riposto il primato della politica. Senonché questa volontà popolare finisce per coincidere con la volontà di minoranze organizzate con i cui interessi la politica transige al ribasso. Così, nella valutazione tecnica delle modifiche alla prescrizione, le Commissioni giustizia e affari costituzionali della Camera ascoltano in audizione prima di ogni altro i familiari delle 32 vittime della strage ferroviaria di Viareggio del 29 giugno 2009. L’effetto di questa scelta è quello di trasferire l’intero dibattito sulle politiche pubbliche in un registro sentimentale, cosicché la risposta all’esigenza di garantire un giusto equilibrio tra l’efficacia processuale e le garanzie degli indagati finisce per coincidere con il risarcimento morale delle vittime. E’ come se, dovendo valutare la validità di una molecola chemioterapica nel distruggere le cellule tumorali, i ricercatori medici ascoltassero per primi i pazienti.

 

Il tasso di giustizialismo presente nel contratto di governo e la declinazione tranchant nelle parole del ministro Bonafede sgomentano oggi molti garantisti dell’ultima ora, di sinistra e anche di destra. Non hanno torto nel merito. Il programma del governo del cambiamento è un mix di cattiveria di Stato e giustizia del sospetto: c’è l’inasprimento delle pene, anche per i minori, la dilatazione dei reati, la riduzione dei riti alternativi, l’aumento delle confische e dei sequestri, l’impiego dell’agente infiltrato, la riduzione dei premi in sede di esecuzione della pena. Non meno giustizialista è l’idea di riformare la legittima difesa, anche se in apparenza il provvedimento preteso dalla Lega è diretto a proteggere le vittime dei reati, sottoposte spesso a processi lunghi e dolorosi per aver difeso sé e i propri familiari da un’aggressione. Ma snaturare la proporzione tra difesa e offesa significa appaltare la sicurezza pubblica alla giustizia privata. Il diritto alla difesa e il diritto alla vita non si mescolano come le uova di una frittata. Il populismo giudiziario, però, non ha altra misura se non quella di legittimare qualunque mezzo a protezione di un fine eletto come prioritario.

 

Questo clima risarcitorio e vendicativo è il frutto delle tossine inoculate nella società italiana lungo trent’anni di propaganda giustizialista. Non si può sfidare il populismo senza riscrivere i cedimenti, gli errori e le convenienze che la democrazia dei cosiddetti partiti tradizionali ha avuto nei confronti di una parte della magistratura, credendo di poter piegare a proprio vantaggio la crescente ingerenza di quest’ultima nella vita politica italiana. Non si può, ancora, dimostrare l’inconsistenza civile, prima ancora che politica, del populismo, rinunciando a riscrivere un pezzo della storia che ha visto un capo di governo e leader di partito morire all’estero, dopo essere stato selettivamente assunto a target di un’inchiesta giudiziaria che diresse mezzi di inaudita spregiudicatezza al fine di una rivoluzione politica e civile.

 

La vicenda politica e personale di Bettino Craxi è una ferita rimasta aperta, perché svela la più grande ipocrisia della storia repubblicana. Un’ipocrisia da lui dismessa e smascherata in alcune frasi indimenticabili:

 

Ciò che bisogna dire, e che tutti sanno del resto, è che buona parte del finanziamento politico è irregolare o illegale. I partiti, specie quelli che contano su apparati grandi, medi o piccoli, giornali, attività propagandistiche, promozionali e associative, e con essi molte e varie strutture politiche operative, hanno ricorso e ricorrono all’uso di risorse aggiuntive in forma irregolare o illegale. Se gran parte di questa materia deve essere considerata materia puramente criminale, allora gran parte del sistema sarebbe un sistema criminale.

 

Sono le parole pronunciate da Craxi alla Camera dei deputati il 3 luglio 1992, durante il discorso di fiducia al nascente governo Amato, concluso con una sfida al sistema dei partiti che per più di un quarto di secolo nessuno ha raccolto:

 

Questo clima risarcitorio e vendicativo è il frutto delle tossine inoculate nella società italiana lungo trent’anni di propaganda giustizialista. Non si può sfidare il populismo senza riscrivere i cedimenti, gli errori e le convenienze che la democrazia dei partiti tradizionali ha avuto nei confronti di una parte della magistratura

Non credo che ci sia nessuno in quest’aula, responsabile politico di organizzazioni importanti, che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo: presto o tardi i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro.

 

Per i non pochi che giurarono in senso contrario, troppi tacquero e si girarono da un’altra parte. Non a caso, a distanza di tanti anni, il finanziamento occulto resta la fonte di finanziamento della politica e la morale giustizialista il suo velo ipocrita.

 

Si sottovaluta il peso di quella mancata assunzione di responsabilità sulla sorte del paese. In realtà la coraggiosa, ancorché tardiva, denuncia di Craxi fu l’ultimo tentativo di riagganciare la verità politica alla verità effettuale, dopo una separazione che aveva avuto, quattordici anni prima, il suo traumatico strappo con il sequestro e la morte di Aldo Moro. La strategia della fermezza, cioè l’idea che lo Stato non debba mai trattare con il nemico e che il sacrificio dello statista democristiano fosse la condizione necessaria per isolare e sconfiggere le Brigate rosse, era stata una grande menzogna confezionata dai partiti per difendersi senza cambiare, un tentativo maldestro di fronteggiare la prima crisi di rappresentatività del sistema mettendo la testa sotto la sabbia. Il voltarsi dall’altra parte degli stessi partiti di fronte alla denuncia del leader socialista in Parlamento segnò il divorzio definitivo della verità politica dalla verità effettuale. Il tragico epilogo della vicenda personale di Bettino Craxi, il suo esilio volontario e poi la sua morte hanno scavato un fossato tra il discorso pubblico e la coscienza rimossa del paese.

 

Da quel momento l’ipocrisia smette di essere una possibilità della politica per diventare la grammatica della politica in Italia. L’intero corso della cosiddetta Seconda Repubblica maschera, nel rumore di fondo di una contrapposizione permanente, nei conflitti di interesse palesi e occulti, e nelle accuse reciproche che mostrano una complice rinuncia ad affrontarli, la mancata risposta alla domanda che Craxi pose in Parlamento: come si riporta nella legalità il finanziamento della politica? E cioè, come si regola il rapporto tra poteri pubblici e interessi privati o, piuttosto, come si giustifica un finanziamento pubblico esaustivo dei costi del sistema, di fronte alla crescente crisi di legittimazione dei partiti? Le riforme istituzionali, nell’ultimo ventennio abbozzate, coltivate e poi tutte fallite a un passo dal traguardo, segnano un tentativo di rilegittimare la rappresentatività con uno scatto di ingegneria costituzionale. Ma forse falliscono tutte proprio perché cercano una scorciatoia per evitare di riannodare la verità politica alla verità effettuale, e finiscono per perdere la strada maestra. Nel frattempo, nel solco che la Seconda Repubblica ha aperto tra propaganda e responsabilità, germoglia la verità surrogata del populismo. Ignorare questa linea di continuità significa rinunciare a sfidarlo. Riconoscerla significa anzitutto fare i conti con il proprio passato.

 

La sinistra dovrebbe essere la prima forza interessata a promuovere una revisione di questo drammatico passaggio della storia nazionale, avendo grandemente concorso a produrlo. Dovrebbe avere il coraggio di alzare il velo della retorica populista sulla menzogna di Stato che avvolge la fine di Bettino Craxi, riabilitando in maniera sostanziale la sua figura di statista, non solo per il contributo riformatore da lui fornito alla democrazia italiana o per il prestigio internazionale della sua politica estera, ma proprio per quella coraggiosa ancorché inimitata assunzione di responsabilità sulla questione morale che stringeva d’assedio tutti i partiti e i leader della Prima Repubblica, nessuno escluso. Dovrebbe ancora, una sinistra riformista, riconoscere di aver flirtato per decenni con una parte della magistratura per contrastare l’egemonia di un rivale scomodo come Silvio Berlusconi.

 

Ne avrebbe in questo momento un motivo di chiaro vantaggio politico. Perché segnerebbe una discontinuità politicamente netta con un racconto giustizialista del paese che per anni ha adoperato, credendo di giovarsene, ma che ormai le è stato definitivamente espropriato dal populismo. Riconoscendo, anche se a posteriori, le sue responsabilità e la dignità degli avversari, tornerebbe a rilegittimare la maestà della funzione rappresentativa che il populismo vuole disarticolare.

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