Davide Casaleggio e Luigi Di Maio (foto LaPresse)

Il tilt non è di Rousseau, è della democrazia

Claudio Cerasa

Dai gilet gialli al no al processo a Salvini: cosa rischia un paese che chiude gli occhi di fronte alla nascita del maoismo digitale

C’è un filo politico tanto sottile quanto incandescente che tiene insieme due fatti importanti al centro dei quali si trova il Movimento 5 stelle. C’è un filo politico tanto sottile quanto pericoloso che tiene insieme le due storie e che ci permette di legare in un unico ragionamento il sostegno offerto dal M5s alla rivolta dei gilet gialli in Francia e il voto truffaldino chiesto ieri su Rousseau agli iscritti sull’autorizzazione a procedere contro il ministro Salvini (il 59 per cento degli iscritti alla piattaforma ha detto no al processo per il vicepremier). Sembrano due storie diverse, lontane, non sovrapponibili. Ma a guardar bene attraverso le due vicende è possibile avere un’idea ancora più compiuta rispetto a ciò che nella grammatica del grillismo rappresenta la parola democrazia.

 

Stupisce che qualcuno ancora si stupisca, stupisce che ci sia qualcuno che scopre solo ora la passione per gli strumenti dell’eversione da parte del grillismo, stupisce che ci sia qualcuno che ancora pensa che il grillismo potesse essere altro rispetto a quello che in questi giorni ha dimostrato di essere. Ma il fatto che il M5s abbia appoggiato in Francia un movimento che ha invocato la guerra civile, chiesto la destituzione del presidente, proposto l’instaurazione di un regime militare, provato a buttare giù con una ruspa la porta di un ministero, che rivendica l’appoggio alla propria azione di diversi paramilitari pronti a intervenire per far cadere il governo francese e portare il paese sull’orlo della guerra civile, tutto questo non è un fatto così diverso rispetto alla messa in scena andata ieri in onda sui canali di Rousseau, dove il primo partito italiano, come ha sintetizzato Bruno Vespa su Twitter – e ho detto tutto – ha scelto di organizzare una consultazione online per stabilire se il potere legislativo possa consegnare o no il potere esecutivo al potere giudiziario. E il filo in fondo è sempre lo stesso.

 

L’abiura della democrazia rappresentativa. L’utopia del potere della rete che riesce a dare dignità a minoranze incompetenti. La trasformazione dei nemici dei populisti in nemici del popolo. Il tentativo di creare una nuova forma di democrazia per far sì che gli unici che abbiano il controllo siano coloro che controllano da remoto i meccanismi della rete – e che per questo fanno di tutto per trasformare la democrazia digitale in una democrazia del like. L’affermazione di una democrazia plebiscitaria in cui la presenza di un tribunale del popolo – che ora si fa potere legislativo indicando ai rappresentanti come votare sull’autorizzazione a procedere contro un ministro e che ora si fa giustiziere decidendo di aggredire un intellettuale francese colpevole di essere ebreo – diventa parte integrante dei meccanismi di un nuovo totalitarismo digitale.

 

L’espressione populismo digitale coniata dal sociologo Alessandro Dal Lago sintetizza bene la presenza sul terreno di gioco di un movimento neo peronista gestito con metodi autoritari. Ma per ragionare ancora meglio sul filo che collega lo spirito con cui i gilet gialli giocano con la stabilità democratica della Francia (Dio benedica Macron) e lo spirito con cui i gilet casaleggiani giocano con la stabilità della democrazia rappresentativa italiana (Dio benedica Mattarella) occorre allargare la nostra inquadratura e tornare a un personaggio francese che più di chiunque altro è il vero fil rouge dei due moti che spacciano per nuova democrazia la negazione della democrazia: Jean-Jacques Rousseau.

 

Isaiah Berlin, filosofo, politologo e diplomatico britannico, nel 1952 trasmise con successo sulla Bbc sei memorabili lezioni di sei filosofi nemici della libertà e quello considerato più pericoloso da Berlin era naturalmente Rousseau. E lo era per una ragione semplice: secondo Rousseau la libertà è possibile solo se viene in qualche modo resettata la natura umana, solo se l’individuo viene denaturalizzato e ricostruito a opera dello stato. E il concetto è stato così sintetizzato proprio da Berlin: “Se il nostro problema è come un uomo possa essere a un tempo libero e in catene, diremo che se le catene le ha scelte lui stesso perché in questa scelta si esprime la sua natura, la sua libertà allora non saranno più catene. Un uomo che si è incatenato da sé non è un prigioniero”.

 

L’idea di divinizzazione della libertà formulata da Rousseau finisce così per assomigliare a poco a poco a una forma progressiva di dispotismo e così diventa chiaro che a prescindere dal risultato finale della votazione su Salvini il filo che tiene insieme l’abbraccio con i gilet in Francia e l’umiliazione della democrazia rappresentativa via Casaleggio Associati in fondo è sempre lo stesso: ridicolizzare il Parlamento, calpestare i princìpi cardine dello stato di diritto e legittimare ogni mezzo per spacciare un fine pericoloso: la trasformazione progressiva della nostra democrazia in una forma di maoismo digitale. Prima ancora del futuro del governo, c’è in ballo il futuro della nostra democrazia. E i gilet grillini, in qualche modo, ci hanno ricordato qual è la loro pericolosissima direzione. E’ ora di non farsi più fregare. E’ ora di aprire gli occhi contro i nuovi nemici della democrazia.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.