Un murales su un palazzo di Bruxelles (foto LaPresse)

E se il populismo fosse già in declino?

Antonio Funiciello

Buone ragioni per ritenere esagerato il tanto atteso exploit dei movimenti sovranisti alle prossime elezioni europee

Le elezioni europee offriranno un’indicazione importante sullo stato di salute del populismo. Tra cinque mesi sapremo se il populismo in Europa è ancora nella sezione ascendente della sua parabola o in quella discendente. Ascendente, se i partiti variamente populisti riscontreranno un successo elettorale tale da condizionare la formazione dei nuovi assetti istituzionali, dalla composizione della commissione fino alla successione di Draghi. Discendente, se diversamente i partiti tradizionali (tra cui, per capirci, ci sono anche i Verdi, ultimo partito novecentesco) terranno botta e nelle istituzioni comunitarie si replicheranno equilibri in sostanziale continuità con quelli presenti.

  

D’altronde il populismo è un fiume carsico. Quando riemerge dalle profondità dell’opinione pubblica, tende a essere piuttosto vorace imponendosi come fenomeno dominante. Tuttavia la sua durata è sempre limitata nel tempo. Raramente il populismo s’istituzionalizza. Più spesso, o apre la strada a ribaltamenti di regime, o viene superato dal sistema dei partiti di riferimento che, rinnovandosi, ne ingloba le istanze e ne disinnesca le cause. Difficile, invece, ricordare casi nei quali movimenti populisti siano stati sconfitti da partiti personali, storicamente improvvisati e organizzativamente ideati per imitazione degli schemi concettuali del populismo.

 

Venerdì Christian Rocca sulla Stampa ha scritto che il sistema dei partiti tradizionali dell’Europa continentale è spacciato o prossimo al suo superamento. Forse è vero. Di certo stanno parecchio peggio i movimenti personalisti incapaci di darsi una sana e robusta costituzione politica. Oggi il leader più clamorosamente in crisi in Europa è Emmanuel Macron. Il “giovane tecnocrate prestato frettolosamente alla politica”, come lo ha definito Mauro Calise sul Mattino di pochi giorni fa, gira in tondo come un attore improvvisato che non ha letto e mandato a memoria il copione. L’artificio costituzional-elettorale francese (semipresidenzialismo e doppio turno) consente a Macron di non andare a casa prima del tempo. Ma l’assenza di una cultura politica articolata e di una struttura di partito organizzata, rende la sua permanenza all’Eliseo dannosa per se stesso e sgradita od ostile ai francesi.

 

In altri paesi, come la Spagna, è in corso una ridefinizione della vecchia diade destra/sinistra, sulla spinta di un partito di centrodestra come Ciudadanos e uno di sinistra come Podemos. I nuovi soggetti agiscono sulle due aree di riferimento, rinnovando il sistema dei partiti fondato sull’alternanza tra Popolari e Socialisti (che si ridimensionano, certo, ma non spariscono). Lo schema destra/sinistra si va ridefinendo, ma regge bene alla pressione populista del movimento Vox. Movimento che, come l’Afd tedesca o i nazionalisti svedesi, gioca un ruolo marginale. E’ possibile che i movimenti populisti o sovranisti s’impongano a guida di governi europei? Al momento ciò è accaduto solo in Italia. Non parrebbe prossimo ad accadere altrove.

 

La prudenza è d’obbligo nella lettura di fenomeni politici dei tempi che corrono. E però se si guarda a ciò che probabilmente avverrà con le prossime elezioni europee, l’impressione è che lo sfondamento populista non ci sarà. Stando ai dati delle elezioni nazionali o regionali dell’ultimo anno e ai sondaggi, lo strano mix di forze populiste e/o sovraniste che fa parlare di sé, potrebbe andare incontro a un proprio rafforzamento. Ma non tale da condizionare direttamente la formazione della commissione post Juncker e la successione a Draghi. Ovvio che i partiti tradizionali che usciranno vincitori dovranno tener conto della più forte presenza dei movimenti antisistema. Tuttavia la rivoluzione (?) antieuropea sarà rimandata almeno di cinque anni ed è probabile, a quel punto, che la presa del populismo sull’opinione pubblica cominci a farsi più debole.

 

Non bisogna farsi ingannare dall’Italia. Il nostro è un paese anomalo per definizione. La circostanza di aver avuto per quarant’anni una democrazia bloccata, non ha fatto scuola in Europa. Anzi. Siamo stati noi che, scardinato il blocco, abbiamo cominciato a somigliare alle altre nazioni continentali. Aver avuto per quarant’anni l’egemonia a sinistra di un partito comunista, anticapitalista e antieuropeo, non ha determinato alcuna imitazione da parte delle sinistre continentali. Il fatto che il proprietario di tre televisioni (e altre cosette) sia diventato il protagonista di vent’anni di vita politica italiana, non ha portato bene agli imprenditori europei con simili velleità.

  

E’ ragionevole pensare che anche oggi l’Italia non riesca a farsi emulare da nessuno. E, quindi, accresca il proprio isolamento. L’amicizia con l’Ungheria non può sostituire quella con la Germania. Ancor più se l’Ungheria stessa è, per mille ragioni, interessata ad andare d’accordo più coi tedeschi che con gli italiani. Insomma, la democrazia occidentale è in uno stato di confusione e affaticamento, non c’è dubbio. Ma tra qualche mese potremmo accorgerci che pure il populismo non è messo meglio.