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Condono a Ischia e legittima difesa: il baratto del cambiamento

Lo spettro della riforma della Severino, Buffagni contrario alla “pace fiscale”. Le truppe litigano, Di Maio e Salvini ricuciono

17 Ottobre 2018 alle 20:38

TERREMOTO ISCHIA

Ischia dopo il terremoto dell'agosto 2017 (foto LaPresse)

Roma. La tensione tanto a lungo accumulata svapora d’improvviso intorno alle sei del pomeriggio, quando i deputati grillini si lasciano andare a un sorriso di sollievo: “Abbiamo trovato l’accordo: l’emendamento non ci sarà, in cambio via libera alla legittima difesa”.

  

L’emendamento, nella fattispecie, è quello relativo al condono totale per le case terremotate di Ischia, inserito nel decreto Genova. Lo ha voluto Luigi Di Maio, quell’articolo 25, che pure così poco ha a che fare con l’emergenza legata al crollo del viadotto Polcevera. E infatti in tanti, tra i grillini, hanno storto il muso: “Una porcheria”. I leghisti, dal canto loro, hanno subito fiutato l’aria: e così ieri, in mattinata, hanno preparato un emendamento che rendeva più stringenti le maglie del condono: “Proponiamo di adottare quantomeno i requisiti delle sanatorie Berlusconi, anziché quelli più laschi del condono Craxi del 1985 resuscitati da Di Maio”. E lì, nel M5s, scatta il panico. “Se lo bocciamo, passiamo per quelli che favoriscono l’abusivismo; se lo votiamo, smentiamo Luigi”. E insomma è scacco matto.

  

I leghisti se la ridono, ma attendono l’ordine di aprire il fuoco. Che però non arriva: e anzi, nel tardo pomeriggio, nelle commissioni Ambiente e Trasporti riunite in seduta congiunta, cala improvvisa la pace. “Accordo ai piani alti”, commentano nel Carroccio.

  

E d’altronde non c’è solo quello edilizio, di condono. C’è pure quello fiscale, inserito in manovra e camuffato senza neppure grande creatività con lessico più acconcio. Anche in quel caso le tensioni ci sono state, e non solo nell’ala più ecologista del M5s. Perfino un fedelissimo di Di Maio, Stefano Buffagni, ha espresso al capo le sue perplessità. Lo ha fatto anche nel vertice di martedì a Palazzo Chigi: “Ne ricaveremo assai poco, in termini economici, e però ci faremo attaccare per fare un favore a Salvini”. Nulla da fare, però.

   

Funziona sempre così, del resto, in questo governo dei veti incrociati, che si tiene in piedi grazie a spinte contrapposte che s’annullano tra loro. Il nervosismo cresce in Transatlantico, le polemiche si alimentano in modo scomposto, ma poi tutto, colà dove si puote ciò che si vuole, viene detonato un attimo prima della deflagrazione. La contrapposizione è più recitata che reale. Anche quando le divergenze si rivelano ampie, perfino laddove i consiglieri dei leader suggeriscono lo sgarbo verso gli alleati, poi Salvini e Di Maio ricompongo le fratture, concedendosi l’un l’altro una mutua non belligeranza. Insomma i leghisti ieri hanno evitato di stanare i grillini su Ischia, e in cambio hanno ottenuto la promessa che sulla legittima difesa, vessillo salviniano, non ci saranno imboscate.

   

Del resto proprio la giustizia è uno degli argomenti più delicati. E lo sarà ancor più quando, passata – se passerà – la buriana sulla manovra, si comincerà a parlare di una riforma al momento innominabile: quella della legge Severino. Ai leghisti non piace così com’è. “Sarebbe necessario fare qualche correttivo, ma non so se al momento ci sono le condizioni”, ha ammesso ieri, alla buvette, il capogruppo Riccardo Molinari. Un riferimento evidente alla contrarietà del M5s, e in particolare del guardasigilli Alfonso Bonafede. Ma il caso che ha riguardato Edoardo Rixi ha dato nuova attualità alla questione. Potrebbe essere allora Forza Italia ad approfittarne, presentando un disegno di legge ad hoc e mettendo la Lega con le spalle al muro: cambiare la Severino o restare fedeli ai grillini? Per ora il Carroccio temporeggia. Attendendo, magari, che l’eventuale – e tutt’altro che improbabile – condanna a Virginia Raggi, nella sentenza del 10 novembre prossimo, spinga, chissà, anche i grillini a ricredersi. E a quel punto, una volta di più, Di Maio e Salvini potrebbero ritrovarsi a darsi una mano a vicenda – fingendo prima, però, di azzuffarsi quanto basta.

Valerio Valentini

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