Perché le svolte di Salvini sui migranti sono fughe dalla realtà destinate a peggiorare i guai italiani

Claudio Cerasa

Le bozze del decreto immigrazione che verrà presentato all’inizio della prossima settimana confermano che anche su questo terreno il governo del cambiamento ha scelto di imboccare una strada pericolosa

Le bozze del decreto immigrazione che Matteo Salvini presenterà all’inizio della prossima settimana confermano che anche su questo terreno il governo del cambiamento ha scelto di imboccare una strada pericolosa, che rischia di aggravare alcuni problemi che esistono in Italia sul tema della gestione dei migranti, dei profughi e dei richiedenti asilo. Al contrario di quello che si potrebbe credere, il guaio del decreto non è l’approccio duro nascosto dietro alla cancellazione della formula dei permessi umanitari per i richiedenti asilo (salvo qualche eccezione), ma è l’ulteriore certificazione di un cambio di paradigma scelto dal governo: promettere agli elettori un’Italia capace di fermare il “dramma” dell’immigrazione mettendo però in fila una serie di strategie destinate a trasformare problemi risolvibili in emergenze strutturali.

 

Il cambio di paradigma del governo riguarda la sua strategia in Europa e la sua strategia in Italia ma per quanto le storie siano diverse alla fine il tema è sempre lo stesso. I dati dei flussi dei migranti ci dicono che il guaio dell’Italia sull’immigrazione da almeno un anno non riguarda più gli sbarchi (oggi siamo a meno 80 per cento rispetto al 2017) ma riguarda la necessità di avere una distribuzione di rifugiati e di richiedenti asilo più omogenea rispetto al presente. E per redistribuire meglio i migranti le strade sono due e complementari: ottenere più solidarietà dall’Europa ed evitare di caricare sulle spalle di pochi comuni il peso della gestione dei migranti. Prima dell’arrivo di Salvini, la redistribuzione dei migranti in Europa aveva fatto segnare alcuni passi significativi. Nel corso del 2017 (i dati che vi offriamo verranno presentati nelle prossime settimane dall’Anci), i ricollocamenti erano aumentati del 332 per cento rispetto all’anno precedente (11.464 contro 2.654) e nei primi sei mesi del 2018 i ricollocamenti erano già arrivati a quota 12.272. Da una parte, in Europa Salvini e Di Maio hanno scelto di allearsi con gli stessi paesi che non hanno accolto neppure un migrante dall’Italia e in fondo la scelta ha una sua coerenza: se prometti di fermare per sempre i migranti non puoi permetterti di lavorare affinché l’Europa si occupi di accoglierli meglio.

 

Dall’altra parte, la logica con cui ha scelto di muoversi Salvini in Italia è simmetrica a quella messa in campo in Europa: i migranti non vanno accolti meglio, ma devono essere messi nelle condizioni di non venire più. Negli ultimi anni, l’Italia ha provato a mettere in campo una strategia finalizzata a distribuire profughi e richiedenti asilo in un numero sempre più ampio di comuni e in un numero sempre maggiore di realtà in cui fosse possibile per il migrante trovare una strada per l’integrazione. A marzo del 2018, i comuni coinvolti nell’operazione Sprar (sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) sono passati dal 34 per cento al 43 per cento del totale dei comuni italiani. E investire sullo Sprar significa combattere un approccio emergenziale legato alla gestione dei migranti. A oggi il 74 per cento dei profughi e dei richiedenti asilo viene gestito all’interno di un circuito coordinato dai prefetti (Cas) e di fronte a questo numero un governo ha due strade da seguire: incentivare la formula degli Sprar, che consente di avere piccoli numeri, controllo del territorio e attenzione ai possibili disagi della  comunità, o incentivare la formula prefettizia (Cas), ammassando profughi e richiedenti asilo in un unico posto, creando condizioni per far esplodere bombe sociali e togliendo ai sindaci voce in capitolo in merito alla distribuzione sul proprio territorio. Il decreto che Salvini porterà la prossima settimana in cdm va nella seconda direzione e presenta anche un ulteriore elemento di rischio. Eliminare la protezione umanitaria dei richiedenti asilo significa far diventare irregolare un numero significativo di migranti (circa 60 mila secondo l’Ispi).

 

Ma senza occuparsi di come rimpatriare i nuovi irregolari – l’Italia ha accordi con Egitto, Nigeria, Tunisia e Marocco, ma i beneficiari della protezione vengono prevalentemente da altri paesi, come Gambia, Pakistan, Mali, con cui non abbiamo accordi – alla fine il governo non farà altro che creare una nuova illegalità che difficilmente riuscirà a combattere. Il primo decreto del Capitano verrà dunque salutato come il segno di una grande svolta rispetto al passato. Ma come spesso succede ai campioni del cambiamento la vera svolta rischia di coincidere non con la risoluzione dei problemi ma con un problema destinato a diventare la vera cifra del populismo: semplicemente, la fuga dalla realtà.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.