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No, non è stato l’“accogliamoli tutti” ad aver provocato l’estremismo di oggi

Dove vedete l'estremismo umanitario? Mentre cresceva, fino a trionfare nelle urne, una politica della chiusura e del rifiuto, dall’altra parte semplicemente non c’era alcuna politica

1 Settembre 2018 alle 06:00

No, non è stato l’“accogliamoli tutti” ad aver provocato l’estremismo di oggi

Migranti soccorsi nelle acque internazionali tra Malta e Libia (foto LaPresse)

E’ vero: nel 2013, pubblicai per il Saggiatore un testo, scritto con Valentina Brinis (una tra le ricercatrici italiane più competenti in materia), dal titolo: “Accogliamoli tutti”. Il sottotitolo recitava: “Una ragionevole proposta per l’Italia, gli italiani e gli immigrati”. Non era una provocazione, ma – appunto – una ragionevole proposta, che si affidava a dati economici, demografici e sociali. Una proposta contestabile ma non irresponsabile né infondata: se è vero – com’è vero – che, per dirne una, secondo l’ufficio studi di Confindustria e altri autorevoli analisti, l’Italia avrebbe bisogno per i prossimi lustri di un flusso costante di circa 160 mila lavoratori stranieri all’anno. E ciò per mantenere l’attuale livello della popolazione in età lavorativa e la capacità produttiva del sistema economico. Insomma, se non è “accogliamoli tutti”, poco ci manca. Ma non è questo il punto. Claudio Cerasa, riprendendo un editoriale dell’Economist, scrive che si fronteggerebbero “due simmetrici estremismi”: uno, diciamo così, sovranista ed escludente (“stop all’invasione”), tutto fondato sulla paura; l’altro umanitario, che si affida alla “retorica farlocca del prendiamoli tutti”.

   

Lo chiedo con sincero interesse intellettuale e con una punta di esasperazione, tanto quella rappresentazione mi sembra futile e pericolosa. Il primo estremismo esiste, eccome, al punto che oggi è non solo urlo e declamazione (retorica), ma anche e soprattutto programma di governo (politica). Ma dove si anniderebbe l’altro estremismo? Al di là delle elaborazioni culturali e delle opzioni morali men che minoritarie, di un libro qua e di una ricerca là, vedete un campo e un insieme di programmi e di politiche, di scelte economiche e di provvedimenti legislativi e istituzionali, che possano costituire quella “visione politica” così perniciosa da aver prodotto tanti disastri? Ma dov’è? Ma quali soggetti organizzati, quali partiti e sindacati, quali associazioni imprenditoriali hanno non dico praticato, ma anche solo predicato, l’“accogliamoli tutti”, alimentando l’opposto estremismo? A chi pensi, caro direttore?

  

La Caritas, che è la Caritas, non dice questo; Papa Bergoglio, che è Papa Bergoglio, non dice questo; lo dice (forse) padre Alex Zanotelli e altre rarissime voci ingenue o profetiche che non dettano e nemmeno condizionano alcuna politica. Sì, ci sono ridottissime aree culturali o ideologiche o religiose che così pensano, ma sono lontanissime dal costituire un’aggregazione di forze capace di mobilitare vasti consensi e tantomeno un programma politico, e nemmeno uno straccio di questo. Dunque, a incentivare l’estremismo sovranista e intollerante è stato ben altro (chessò? La crisi economico-sociale). E invece, ancora una volta, si ingigantiscono grottescamente rispettabilissimi sentimenti e orientamenti di minoranza per attribuire loro una responsabilità che non hanno in alcun modo. Ciò che è accaduto è altro. Mentre cresceva, fino a trionfare nelle urne, una politica della chiusura e del rifiuto, dall’altra parte semplicemente non c’era alcuna politica. E così è ancora oggi, tragicamente. E non è interesse di alcuno alimentare il fantasma di un presunto “estremismo umanitario”, che talvolta – lo confesso – verrebbe quasi da invocare di fronte a tanto estremismo disumano.

  

Dopodiché c’è da costruire un’alternativa vera – e sarà un’impresa di decenni – e a tal fine alcune delle idee esposte dall’Economist-Cerasa possono andar bene. Ma – attenzione – alle illusioni illuministiche. “La paura degli italiani” è qualcosa di assai difficilmente decifrabile e razionalizzabile. E’ ciò che dobbiamo definire xenofobia, che è cosa assai diversa dal razzismo. E che non è destinata – né fatalmente, né rapidamente – a trasformarsi in razzismo. Per questo, da decenni, ritengo che vada usato con estrema parsimonia e solo quando strettamente indispensabile il termine “razzista” e che vada manovrata con estrema delicatezza la sua negazione “antirazzista” affinché gli incerti, gli insicuri e gli angosciati non si trasformino in altrettanti ostili.

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  • gertrud

    01 Settembre 2018 - 17:05

    Il vero problema è stata (e continua a essere) la mancanza di una seria politica di inserimento dopo la prima accoglienza. In un primo periodo, finché è stato possibile, si è lasciato che gli sbarcati sfuggendo a ogni controllo si dirigessero verso altri paesi oltre confine. È un'immigrazione di transito, si diceva. E in parte era vero. Poi gli sconfinamenti non sono più stati facili. Intanto, non si è predisposto nulla per un vero inserimento, lasciando senza controllo le varie cooperative sorte come funghi e in molti casi interessate solo a far profitti sul fenomeno (vedi anche il caso recente di Padova). E ora tutto questo viene usato nella propaganda xenofoba e antieuropea, come se il disordinato raggrupparsi di migranti in quartieri abbandonati a se stessi, l'inserimento delle mafie, lo sfruttamento vergognoso nelle campagne fosse colpa dei migranti stessi e dell'Europa che "ci lascia soli".

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