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Agenda contro gli sfascisti

Lavoro, immigrazione, Europa. Perché bisogna dire no ai professionisti della paura. Gelmini, Carfagna, Bernini, Ronzulli (FI) dialogano sul libro di Cerasa

12 Luglio 2018 alle 18:01

Caro Salvini, la rabbia non va cavalcata. Lo stato deve essere severo, ma non crudele

di Mara Carfagna

Quello di Claudio Cerasa è un libro utile e prezioso non solo per chi fa politica ma anche per chi, semplicemente, vuole capire un po’ di più della società che ci circonda. Per quello che mi riguarda, è tempo di dare delle risposte al Sud, perché la crisi economica che ha stravolto e travolto il Paese e che viene da lontano, parte dai mutui subprime e che poi si è trasformata in crisi dei debiti sovrani, e da crisi finanziaria in crisi economica e poi sociale, ha piegato il sud più di quando non abbia fatto nel resto del Paese. Il Mezzogiorno ha pagato un prezzo altissimo alla crisi economica: oltre 12 punti percentuali di Pil sono andati persi, negli ultimi anni; oltre cinquecentomila posti di lavoro sono stati bruciati e abbiamo pagato un costo anche sociale della crisi (degrado urbano, alta dispersione scolastica, basso tasso di immatricolazione universitaria), insomma il Sud sembra veramente venuto fuori da un guerra, e non c’è dubbio che i Cinque stelle abbiano saputo meglio di altri intercettare la rabbia, la paura, l’angoscia, che sono sentimenti dinnanzi ai quali la politica non può girarsi dall’altra parte, nel Sud come nel resto del Paese. Noi stiamo lavorando a un piano Sud e lo stiamo facendo da un paio di mesi con Mariastella Gelmini, che ci ha suggerito e sollecitato a lavorare a un piano che sarà pronto nelle prossime settimane e che parte proprio dai bisogni di quei territori, dal bisogno di legalità, di giustizia, di occupazione, ma che parte soprattutto da una impostazione: la rabbia non va cavalcata. La rabbia va trasformata in desideri da esaudire e questa impostazione viene suggerita anche dal libro di Cerasa: qui sta la differenza tra populisti e popolari, tra quelli che si nutrono della rabbia e dell’angoscia – parlano il linguaggio della paura, sono capaci di speculare sulla paura e si accontentano di trasformare la paura in voti – e poi non sono capaci di andare oltre, e quelli che, come noi, invece, hanno l’ambizione non di sottovalutare la paura – perché chi è stato in questi anni al governo lo ha fatto ed ha pagato un prezzo molto caro – ma di guardarla in faccia, identificarla, definirla e andarle oltre.

 

Abbiamo l’ambizione di dare delle risposte a quelle angosce: lo faremo con il Sud, su tutti i temi e le grandi sfide con cui l’Italia oggi si trova a fare i conti. Faccio due esempi, che sono quelli forse più familiari per chi ci segue: prima di tutto, il tema dell’immigrazione. A temere l’immigrazione incontrollata non sono dei pericolosi razzisti, bensì cittadini che manifestano, attraverso la paura, un desiderio che noi abbiamo il dovere e l’ambizione di cogliere: il desiderio di difendere il proprio livello di benessere, la propria civiltà, la propria identità da un fenomeno che, se non gestito con rigore e severità, rischia di apparire come un’invasione che mette in discussione identità, civiltà e anche magari posti di lavoro. Sulla severità, sul rigore e sulla fermezza – e lo dico da donna di centrodestra che ama tutte e tre queste cose – lasciatemi dire che ho a cuore il rispetto delle regole e della legalità, perché uno Stato severo non è uno stato crudele, ma non mi sento a mio agio e non mi sentirei a mio agio in un centrodestra che, quando affronta il problema dell’immigrazione, lo affronta sì con severità e rigore, ma magari definisce “pacchia” il fenomeno dell’immigrazione, ignorando la compassione che abbiamo il dovere di manifestare e testimoniare di fronte alle grandi tragedie umanitarie che hanno accompagnato i fenomeni migratori degli ultimi anni. Le risposte che dobbiamo dare ai nostri cittadini sono quelle della severità e del rigore, senza dimenticare la solidarietà e la compassione, perché si possono fare le stesse cose che si stanno facendo adesso, senza però parlare di pacchia dei migranti. Magari si può parlare di pacchia delle ONG, quello sì, o dei trafficanti degli esseri umani, un traffico criminale che va debellato senza se e senza ma, ma definire quella dei migranti una pacchia sconfina nella crudeltà e non è questo il centrodestra che mi piace.

 

C’è poi il tema della globalizzazione, dietro la paura della quale non ci sono sempre dei pericolosi sovranisti e protezionisti schiavi delle ideologie, ma ci sono spesso cittadini appartenenti ai ceti medi produttivi che esprimono un desiderio che, ancora, abbiamo il dovere di intercettare: quello di ritornare ai livelli di benessere pre-crisi, perché è vero che la globalizzazione ha fatto uscire dalla povertà larghi strati della popolazione mondiale, ma nei paesi industrializzati – e in Italia soprattutto – ha fatto piombare nella povertà i ceti medi produttivi, ne ha assottigliato il reddito e allora bisogna dare delle risposte agli artigiani, ai commerciati, ai piccoli imprenditori, ai professionisti. Naturalmente, le risposte da dare non sono quelle di Di Maio, il quale anziché far crescere l’occupazione scoraggia gli imprenditori ad assumere: le risposte sono quelle che stiamo tentando di mettere in cantiere con Mariastella Gelmini e con Anna Maria Bernini, al Senato e alla Camera, e che puntano all’introduzione dei voucher, per i settori come l’agricoltura e il turismo; alla riduzione del cuneo fiscale; all’introduzione della flat-tax per le Partite Iva: queste sono le risposte da dare per sconfiggere le paure. Da un lato c’è l’atteggiamento di chi le cavalca e basta, dall’altro c’è quello invece di chi le sottovaluta: io credo che Forza Italia debba trovare il suo posizionamento provando a intercettare i desideri che si nascondono dietro alle paure.

 

I capitoli del libro di Claudio Cerasa si snodano attraverso una serie di dicotomie (ottimisti/pessimisti; reale/percepito; gerarchia/anarchia; competenti/incompetenti) e Cerasa fa spesso riferimento a quel populismo che si nutre di pessimismo: noi abbiamo il dovere di essere ottimisti, naturalmente, cercando di capire però le angosce con cui fanno i conti quotidianamente i cittadini italiani. Dobbiamo anche dire che se l’Europa – e parlo di Europa perché è chiaro che di fronte a sfide come l’immigrazione, la globalizzazione e il terrorismo, pensare di reagire con la politica delle piccole patrie e dei confini non è velleitario, ma semplicemente folle – vuole reagire alla sfida del populismo, deve necessariamente ripartire dalle richieste e dai bisogni dei popoli europei, esattamente come avvenne più di sessant’anni fa, quando i padri fondatori dettero avvio alla costruzione dell’Unione. Cosa chiedevano i cittadini, allora? Pace e benessere. Oggi, i cittadini europei chiedono protezione dalle diseguaglianze, protezione dalla povertà, protezione dalla disoccupazione, gestione del fenomeno migratorio all’interno di una cornice di legalità, lotta e contrasto al terrorismo: l’Europa deve fare questo, non può occuparsi della dimensione degli ortaggi, non può occuparsi di intralciare la vita dei cittadini, delle imprese, delle famiglie con una burocrazia ottusa e con delle leggi incomprensibili. La battaglia va portata in Europa, non serve fare la voce grossa o battere i pugni sul tavolo, anche qui serve la lezione di Silvio Berlusconi, quando nel 2005 riuscì a cambiare le regole del Trattato di Maastricht introducendo la flessibilità. In Europa bisogna sfidare i populisti non facendo a gara tra chi urla di più, tra chi la spara più grossa, tra chi fa il tweet più accattivante, ma tra chi usa il buonsenso e riesce a capire i cittadini e a parlare prima ancora che alla loro pancia, alla loro testa e al loro cuore.

 

Non solo per chi fa politica ma anche per chi, semplicemente, vuole capire un po’ di più della società che ci circonda. Per quello che mi riguarda, è tempo di dare delle risposte al Sud, perché la crisi economica che ha stravolto e travolto il Paese e che viene da lontano, parte dai mutui subprime e che poi si è trasformata in crisi dei debiti sovrani, e da crisi finanziaria in crisi economica e poi sociale, ha piegato il sud più di quando non abbia fatto nel resto del Paese. Il Mezzogiorno ha pagato un prezzo altissimo alla crisi economica: oltre 12 punti percentuali di Pil sono andati persi, negli ultimi anni; oltre cinquecentomila posti di lavoro sono stati bruciati e abbiamo pagato un costo anche sociale della crisi (degrado urbano, alta dispersione scolastica, basso tasso di immatricolazione universitaria), insomma il Sud sembra veramente venuto fuori da un guerra, e non c’è dubbio che i Cinque stelle abbiano saputo meglio di altri intercettare la rabbia, la paura, l’angoscia, che sono sentimenti dinnanzi ai quali la politica non può girarsi dall’altra parte, nel Sud come nel resto del Paese.

 

Noi stiamo lavorando a un piano Sud e lo stiamo facendo da un paio di mesi con Mariastella Gelmini, che ci ha suggerito e sollecitato a lavorare a un piano che sarà pronto nelle prossime settimane e che parte proprio dai bisogni di quei territori, dal bisogno di legalità, di giustizia, di occupazione, ma che parte soprattutto da una impostazione: la rabbia non va cavalcata. La rabbia va trasformata in desideri da esaudire e questa impostazione viene suggerita anche dal libro di Cerasa: qui sta la differenza tra populisti e popolari, tra quelli che si nutrono della rabbia e dell’angoscia – parlano il linguaggio della paura, sono capaci di speculare sulla paura e si accontentano di trasformare la paura in voti – e poi non sono capaci di andare oltre, e quelli che, come noi, invece, hanno l’ambizione non di sottovalutare la paura – perché chi è stato in questi anni al governo lo ha fatto ed ha pagato un prezzo molto caro – ma di guardarla in faccia, identificarla, definirla e andarle oltre. Abbiamo l’ambizione di dare delle risposte a quelle angosce: lo faremo con il Sud, su tutti i temi e le grandi sfide con cui l’Italia oggi si trova a fare i conti. Faccio due esempi, che sono quelli forse più familiari per chi ci segue: prima di tutto, il tema dell’immigrazione.

 

A temere l’immigrazione incontrollata non sono dei pericolosi razzisti, bensì cittadini che manifestano, attraverso la paura, un desiderio che noi abbiamo il dovere e l’ambizione di cogliere: il desiderio di difendere il proprio livello di benessere, la propria civiltà, la propria identità da un fenomeno che, se non gestito con rigore e severità, rischia di apparire come un’invasione che mette in discussione identità, civiltà e anche magari posti di lavoro. Sulla severità, sul rigore e sulla fermezza – e lo dico da donna di centrodestra che ama tutte e tre queste cose – lasciatemi dire che ho a cuore il rispetto delle regole e della legalità, perché uno Stato severo non è uno stato crudele, ma non mi sento a mio agio e non mi sentirei a mio agio in un centrodestra che, quando affronta il problema dell’immigrazione, lo affronta sì con severità e rigore, ma magari definisce “pacchia” il fenomeno dell’immigrazione, ignorando la compassione che abbiamo il dovere di manifestare e testimoniare di fronte alle grandi tragedie umanitarie che hanno accompagnato i fenomeni migratori degli ultimi anni.

 

Le risposte che dobbiamo dare ai nostri cittadini sono quelle della severità e del rigore, senza dimenticare la solidarietà e la compassione, perché si possono fare le stesse cose che si stanno facendo adesso, senza però parlare di pacchia dei migranti. Magari si può parlare di pacchia delle ONG, quello sì, o dei trafficanti degli esseri umani, un traffico criminale che va debellato senza se e senza ma, ma definire quella dei migranti una pacchia sconfina nella crudeltà e non è questo il centrodestra che mi piace. C’è poi il tema della globalizzazione, dietro la paura della quale non ci sono sempre dei pericolosi sovranisti e protezionisti schiavi delle ideologie, ma ci sono spesso cittadini appartenenti ai ceti medi produttivi che esprimono un desiderio che, ancora, abbiamo il dovere di intercettare: quello di ritornare ai livelli di benessere pre-crisi, perché è vero che la globalizzazione ha fatto uscire dalla povertà larghi strati della popolazione mondiale, ma nei paesi industrializzati – e in Italia soprattutto – ha fatto piombare nella povertà i ceti medi produttivi, ne ha assottigliato il reddito e allora bisogna dare delle risposte agli artigiani, ai commerciati, ai piccoli imprenditori, ai professionisti. Naturalmente, le risposte da dare non sono quelle di Di Maio, il quale anziché far crescere l’occupazione scoraggia gli imprenditori ad assumere: le risposte sono quelle che stiamo tentando di mettere in cantiere con Mariastella Gelmini e con Anna Maria Bernini, al Senato e alla Camera, e che puntano all’introduzione dei voucher, per i settori come l’agricoltura e il turismo; alla riduzione del cuneo fiscale; all’introduzione della flat-tax per le Partite Iva: queste sono le risposte da dare per sconfiggere le paure. Da un lato c’è l’atteggiamento di chi le cavalca e basta, dall’altro c’è quello invece di chi le sottovaluta: io credo che Forza Italia debba trovare il suo posizionamento provando a intercettare i desideri che si nascondono dietro alle paure. I capitoli del libro di Claudio Cerasa si snodano attraverso una serie di dicotomie (ottimisti/pessimisti; reale/percepito; gerarchia/anarchia; competenti/incompetenti) e Cerasa fa spesso riferimento a quel populismo che si nutre di pessimismo: noi abbiamo il dovere di essere ottimisti, naturalmente, cercando di capire però le angosce con cui fanno i conti quotidianamente i cittadini italiani. Dobbiamo anche dire che se l’Europa – e parlo di Europa perché è chiaro che di fronte a sfide come l’immigrazione, la globalizzazione e il terrorismo, pensare di reagire con la politica delle piccole patrie e dei confini non è velleitario, ma semplicemente folle – vuole reagire alla sfida del populismo, deve necessariamente ripartire dalle richieste e dai bisogni dei popoli europei, esattamente come avvenne più di sessant’anni fa, quando i padri fondatori dettero avvio alla costruzione dell’Unione. Cosa chiedevano i cittadini, allora? Pace e benessere.

 

Oggi, i cittadini europei chiedono protezione dalle diseguaglianze, protezione dalla povertà, protezione dalla disoccupazione, gestione del fenomeno migratorio all’interno di una cornice di legalità, lotta e contrasto al terrorismo: l’Europa deve fare questo, non può occuparsi della dimensione degli ortaggi, non può occuparsi di intralciare la vita dei cittadini, delle imprese, delle famiglie con una burocrazia ottusa e con delle leggi incomprensibili. La battaglia va portata in Europa, non serve fare la voce grossa o battere i pugni sul tavolo, anche qui serve la lezione di Silvio Berlusconi, quando nel 2005 riuscì a cambiare le regole del Trattato di Maastricht introducendo la flessibilità. In Europa bisogna sfidare i populisti non facendo a gara tra chi urla di più, tra chi la spara più grossa, tra chi fa il tweet più accattivante, ma tra chi usa il buonsenso e riesce a capire i cittadini e a parlare prima ancora che alla loro pancia, alla loro testa e al loro cuore.

*Forza Italia, vicepresidente della Camera

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