Salvini in mutande dopo il caso Diciotti

Giuliano Ferrara

Il linguaggio liberatorio che serve contro l’intimidazione di cui ci siamo ammalati

Basta uno spillo per sgonfiare un palloncino. Basta un incidente mentale per individuare un principio di demenza annidato nell’appello al buonsenso di un ministro. Siamo sospesi tra la debole Repubblica di Weimar, origine della Machtergreifung del 1933, e Bagnacavallo, patria dello strapaese di Longanesi e Maccari. Matteo Salvini dev’essere nato nel Novecento, ma non è tenuto a sapere alcunché della sua storia letteraria, e di Papini e di Malaparte, sarebbe snobistico pretenderlo. Però l’idea di lasciare al largo, per ordine del Viminale, un’imbarcazione italiana, causa eventuale rissa a bordo, sa di elzeviro o di vignetta del Selvaggio o dell’Italiano, quando cosmopolitismo ed esterofilia erano miti negativi per baruffe da caffè, e forse qualcos’altro. Qualcuno deve pagare, o i negher o gli armatori bianchi, ha sentenziato. E deve scendere in manette dalla passerella della guardia costiera, nave U. Diciotti, a favore di telecamere. Ne va della certezza della pena, ha aggiunto dopo che Mattarella e Conte l’hanno mandato a quel paese con tutto il Viminale, saltando a piè pari l’eventualità di un’indagine e di un processo. Due giornate da leone ha vissuto Salvini, con un esito da pecorone, da guappo di cartone. Cessato allarme, in un certo senso. Ma se ci teniamo la legge, e le navi e i marinai e il loro carico di esseri umani, dobbiamo ancora per qualche tempo tenerci un cane da tartufo alla guida della sicurezza nazionale, e il tartufo è l’intimidazione da consenso.

 

 

 

L’italiano geniale sragiona, di questi tempi. Sostiene che a Salvini va bene così, comunque. Perché si è battuto per la certezza della pena contro un nemico oscuro e temuto (a chi la pena? a noi), non importa se con risultati efficaci, e non importa come stabilite, con quali indagini e processo, la pena e la colpa, e chissenefrega se abbiamo rimediato una figuraccia da quattro soldi facendo aggirare nel mare un’imbarcazione con la bandiera tricolore e le Repubbliche marinare che sventolava a poppa. Mah. I sondaggi premiano sempre l’uomo forte, ma a vederlo debole, in mutande da bagno, incapace di far rispettare la sua legge del più forte perché ignaro della legge comune, dello stato di diritto, a vederlo sceriffo senza corda per impiccare all’albero il ladro di cavalli, a vederlo infido amico delle forze di sicurezza e soccorso così umiliate, a vederlo contraddittorio e insicuro, teneramente e penosamente scompagnato perfino dai suoi improvvisati avventurieri di riporto, c’è da sottovalutare parecchio l’orecchio del popolo per credere che non abbia sentito il rintocco della campana, il din don dan che ha suonato Matteo.

 

Il problema non è il Truce, che sta facendo di tutto per sembrare ridicolo, ma proprio di tutto; siamo noi che per un momento abbiamo ceduto alla cupa azione stregonesca del demagogo ruspante in chief. Dopo un diciassette per cento elettorale a sorpresa, nemmeno un Diciotti, il bel tomo si è alleato con i venditori di Bellurie, i Don Vito Lizio di Vincino, ai quali tra non molto verrà finalmente chiesto conto del promesso reddito a gratis, e ha pensato che il suo ruolo era quello di castigare da solo l’Africa, mentre bavaresi e austriaci castigano lui e noi. L’Italia che non ci sta è molte cose. E’ la sinistra ahi quanto sputtanata dall’antipatia delle élite, è il senso comune anche conservatore ahi quanto indebolito dalla débauche del liberalismo sognante infinocchiato dalle balle del Pallone Arancione, ma è sopra tutto, per adesso, un’espressione geografica senz’anima, tutta intenta a recitare riti di contrizione, a imporsi la penitenza del consenso e della sociologia delle cause. Quelli che abbiamo perso il contatto con il popolo sofferente, con la miseria della globalizzazione che affatica i ceti medi, quelli che considerano il loro paese un gommone alla deriva nel mare tempestoso e non vedono la tristizia che si infliggono da soli.

 

Ma se è bastato uno spot della Chicco per farci pensare che si può far altro, magari in casi estremi anche amare e provare piacere, invece di recitare filastrocche onaniste sul declino e mettere nel cielo di una strana estate tutto lo scuro nuvoloso dell’ideologia castrante e afflittiva, bè, anche l’episodio imbarazzante e losco della Diciotti dice qualcosa di più profondo della sua goffa trama istituzionale: tiriamo fuori un linguaggio liberatorio contro l’intimidazione di cui ci siamo ammalati, rilanciamo la verità delle cose, che è un pallone gonfiato, ma d’acciaio.

  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.