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Salvini in mutande dopo il caso Diciotti

Il linguaggio liberatorio che serve contro l’intimidazione di cui ci siamo ammalati

13 Luglio 2018 alle 20:52

Salvini in mutande dopo il caso Diciotti

Foto LaPresse

Basta uno spillo per sgonfiare un palloncino. Basta un incidente mentale per individuare un principio di demenza annidato nell’appello al buonsenso di un ministro. Siamo sospesi tra la debole Repubblica di Weimar, origine della Machtergreifung del 1933, e Bagnacavallo, patria dello strapaese di Longanesi e Maccari. Matteo Salvini dev’essere nato nel Novecento, ma non è tenuto a sapere alcunché della sua storia letteraria, e di Papini e di Malaparte, sarebbe snobistico pretenderlo. Però l’idea di lasciare al largo, per ordine del Viminale, un’imbarcazione italiana, causa eventuale rissa a bordo, sa di elzeviro o di vignetta del Selvaggio o dell’Italiano, quando cosmopolitismo ed esterofilia erano miti negativi per baruffe da caffè, e forse qualcos’altro. Qualcuno deve pagare, o i negher o gli armatori bianchi, ha sentenziato. E deve scendere in manette dalla passerella della guardia costiera, nave U. Diciotti, a favore di telecamere. Ne va della certezza della pena, ha aggiunto dopo che Mattarella e Conte l’hanno mandato a quel paese con tutto il Viminale, saltando a piè pari l’eventualità di un’indagine e di un processo. Due giornate da leone ha vissuto Salvini, con un esito da pecorone, da guappo di cartone. Cessato allarme, in un certo senso. Ma se ci teniamo la legge, e le navi e i marinai e il loro carico di esseri umani, dobbiamo ancora per qualche tempo tenerci un cane da tartufo alla guida della sicurezza nazionale, e il tartufo è l’intimidazione da consenso.

 

 

 

L’italiano geniale sragiona, di questi tempi. Sostiene che a Salvini va bene così, comunque. Perché si è battuto per la certezza della pena contro un nemico oscuro e temuto (a chi la pena? a noi), non importa se con risultati efficaci, e non importa come stabilite, con quali indagini e processo, la pena e la colpa, e chissenefrega se abbiamo rimediato una figuraccia da quattro soldi facendo aggirare nel mare un’imbarcazione con la bandiera tricolore e le Repubbliche marinare che sventolava a poppa. Mah. I sondaggi premiano sempre l’uomo forte, ma a vederlo debole, in mutande da bagno, incapace di far rispettare la sua legge del più forte perché ignaro della legge comune, dello stato di diritto, a vederlo sceriffo senza corda per impiccare all’albero il ladro di cavalli, a vederlo infido amico delle forze di sicurezza e soccorso così umiliate, a vederlo contraddittorio e insicuro, teneramente e penosamente scompagnato perfino dai suoi improvvisati avventurieri di riporto, c’è da sottovalutare parecchio l’orecchio del popolo per credere che non abbia sentito il rintocco della campana, il din don dan che ha suonato Matteo.

 

Il problema non è il Truce, che sta facendo di tutto per sembrare ridicolo, ma proprio di tutto; siamo noi che per un momento abbiamo ceduto alla cupa azione stregonesca del demagogo ruspante in chief. Dopo un diciassette per cento elettorale a sorpresa, nemmeno un Diciotti, il bel tomo si è alleato con i venditori di Bellurie, i Don Vito Lizio di Vincino, ai quali tra non molto verrà finalmente chiesto conto del promesso reddito a gratis, e ha pensato che il suo ruolo era quello di castigare da solo l’Africa, mentre bavaresi e austriaci castigano lui e noi. L’Italia che non ci sta è molte cose. E’ la sinistra ahi quanto sputtanata dall’antipatia delle élite, è il senso comune anche conservatore ahi quanto indebolito dalla débauche del liberalismo sognante infinocchiato dalle balle del Pallone Arancione, ma è sopra tutto, per adesso, un’espressione geografica senz’anima, tutta intenta a recitare riti di contrizione, a imporsi la penitenza del consenso e della sociologia delle cause. Quelli che abbiamo perso il contatto con il popolo sofferente, con la miseria della globalizzazione che affatica i ceti medi, quelli che considerano il loro paese un gommone alla deriva nel mare tempestoso e non vedono la tristizia che si infliggono da soli.

 

Ma se è bastato uno spot della Chicco per farci pensare che si può far altro, magari in casi estremi anche amare e provare piacere, invece di recitare filastrocche onaniste sul declino e mettere nel cielo di una strana estate tutto lo scuro nuvoloso dell’ideologia castrante e afflittiva, bè, anche l’episodio imbarazzante e losco della Diciotti dice qualcosa di più profondo della sua goffa trama istituzionale: tiriamo fuori un linguaggio liberatorio contro l’intimidazione di cui ci siamo ammalati, rilanciamo la verità delle cose, che è un pallone gonfiato, ma d’acciaio.

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  • Nambikwara

    Nambikwara

    15 Luglio 2018 - 16:04

    Oggi è il 15/7: i 2 "sabotatori" ( famoso "richiamo pavloviano" di quelli che lottano continuamente) sono in manette e in galera, la Francia dei motociclisti a scontro, insieme alle "scie chimiche" dei jet che vorrebbero emulare le Frecce unite al ricordo di Holland che va a cuccare l'amante con brioscina e....uno scooter italiano, insieme a Germania e Malta , prenderanno quote dei migranti. Salvini non è in mutande ma lei si; d'altro canto lei è uso all'intimo, nel film "Azzurro" (long culotte) e manifestando in favore di Berlusconi (mutande in asciugatoio). Chi di mutande ferisce di mutande perisce. Il buon Salvini non sarà Churcill (lo statista giusto al momento giusto) come lo è Di Maio (lui sta sempre, ovvero è uno "statista") ma di sicuro ottiene ciò che promette anche a costo di andare, qualche volta "sans culotte" come ogni tanto dovremmo andare tutti ( auspicando come lei, amiamoci anche per fare figli).

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    14 Luglio 2018 - 21:09

    Caro Ferrara. In pace. Può accadere che la vis polemica debordi e ammicchi ai toni del populismo narrativo. Tutto normale, mai la cultura ha potuto sottrarsi alla potenza delle passioni e dei sentimenti. E, possiamo dircelo anche degli interessi materiali? Ma non serve esegizzare quando la “cultura” stessa s’imbarca in una devastante utopia: pensare sia realizzabile una Schengen universale del pensiero e delle culture e della morale. Passata la sbornia ci ritroviamo coi cocci. Quelli del multiculturalismo, dell’Internazionalismo, del terzomondismo. E, anche dell’egalitarismo. Cocci per noi, prebende succulente per il loro corifei.

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  • imentori@ophiere.it

    imentori

    14 Luglio 2018 - 11:11

    Magari un po' meno cripitico la prossima volta! :-) Nel senso capito ma in onde alfa. Trattasi di articolessa, poteva pure far pace con due o tre sillogismi.

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  • bezzicante

    14 Luglio 2018 - 11:11

    Comunque da Bagnacavallese rivendico Longanesi! :-)

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