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L'inutile ostentazione ideologica del crocifisso

Matteo Matzuzzi

Il ddl leghista è il modo sbagliato per riaffermare l’identità cristiana

Più che la copertina del nuovo numero di Famiglia Cristiana con il profilo di Matteo Salvini e l’eloquente “Vade retro”, a far discutere è il disegno di legge leghista che dispone l’obbligo di esporre il crocifisso in uffici, scuole, ospedali, porti e aeroporti, “in luogo elevato e ben visibile” – pena multa fino a mille euro. Un ddl che ha ben poco a che fare con la riaffermazione di un’identità cristiana nel deserto secolarizzato dell’occidente, dove a sempre più persone quella croce dice ben poco.

 

  

E’ l’ostentazione inutile di un simbolo da usare in guerricciole politiche che sconfinano inevitabilmente nella banalizzazione ideologica di ciò che quel segno rappresenta per chi ha fede. Il cristianesimo è una proposta di vita, non una squadra di calcio da tifare esibendo di tanto in tanto il relativo gagliardetto. Nel testo del provvedimento si legge che “rispettare le minoranze non vuole dire rinunciare, delegittimare o cambiare i simboli e i valori che sono parte integrante della nostra storia, della cultura e delle tradizioni del nostro paese”. Ecco, appunto, la banalizzazione: il crocifisso ridotto a segno di “una tradizione” diversa da quella delle “minoranze”. E’ la stessa ideologia che muove, dall’altra parte della barricata, i devoti alla sacra laïcité, indefessi elaboratori di dispositivi legislativi e ordinanze finalizzate a rimuovere le croci dai gonfaloni municipali (come a Tolosa), a spostare di qualche metro le statue della Madonna perché ree di stare su suolo pubblico e a silenziare le campane. Non c’è differenza: il furore è lo stesso, il travisamento di ciò che la croce significa è identico.

  • Matteo Matzuzzi
  • Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.