Vent'anni di “Grande Fratello”. Grillo e il grillismo erano già nel reality con Taricone

Andrea Minuz

Cartina di tornasole del cattivo gusto, così,la tv ha dato un contributo formidabile alla crisi dell'“expertise”, alla autenticità della “ggente”. Perché linguaggio, estetica e ideologia dei reality sono stati assorbiti dal M5s

Le promesse sono state mantenute. Rimesso nelle mani di Barbara D’Urso il “Grande Fratello” ci ha già regalato una rissa sfrenata per un tiramisù, l’abiura del 25 aprile del concorrente di CasaPound, un fiume di insulti sessisti, inviti al femminicidio e scorregge contro Aida Nizar, star della tv spagnola in cerca di un appoggio esterno in Italia; e poi ancora una querela di Asia Argento, una denuncia del Moige, un’altra del “Telefono Rosa”, l’invocazione dell’AgCom, un comunicato indignato del “Grande Fratello” in persona, il richiamo di Cristiano Malgioglio al decoro, gli appelli di Simona Izzo per un corretto uso del congiuntivo nella casa e la fine della storia d’amore di Nina Moric affidata a un post su Instagram pieno di massime da tatuarsi in font gotico sull’avambraccio: “Sapere quando andar via è saggezza. Essere in grado di farlo è coraggio. Andare via, a testa alta, è dignità”. Tutte cose successe tra la prima e la terza puntata. La trasparenza e la democrazia diretta della “casa” generano rabbia, ferocia, voglia di sbranarsi l’uno con l’altro. Dovrebbe essere d’insegnamento. Poi, alla quarta puntata, è arrivato Rodrigo Alves, il “Ken umano”, imprenditore brasiliano e habitué di “Domenica Live” sottoposto a oltre sessanta interventi di chirurgia plastica per diventare un incrocio tra una marionetta dei “Thunderbirds”, Renato Balestra e il fidanzato di Barbie. Si può essere ottimisti. Sembra di essere tornati agli inizi, all’alba della prima edizione, quando Avvenire e L’Osservatore Romano chiedevano a gran voce la chiusura del programma prima ancora della messa in onda della prima puntata, perché “nel ‘Grande Fratello’ si scardina la sfera personale per farne merce sul mercato dell’audience”. Oggi invece indigna senza più incuriosire. “E’ una finestra aperta su una discarica”, dice Maurizio Costanzo.

 

 

Il “GF15” è partito all’insegna degli haters, del bullismo, del sessismo più arcaico e sfrenato. Se non altro è il segno che gli autori provano ad aggiornarsi inseguendo l’agenda del momento e chiedendo l’attenzione del #MeToo (Aida Nizar,

Il “GF 15” ci ha già regalato una rissa per un tiramisù, un fiume di insulti sessisti, inviti al femminicidio e scorregge contro Aida Nizar

invece, unico personaggio televisivo degno di questo nome, era lì a ricordarci il sorpasso della Spagna sull’Italia fotografato dal Fondo monetario internazionale). Si potrebbe pensare che tutto questo non ci riguardi. Anche perché nel frattempo il “Grande Fratello” è diventato un mondo a immagine e somiglianza del pianeta Barbara D’Urso. Un mondo abitato da sue creature, egoriferito e narrativamente impenetrabile per chi non ha mai visto una puntata di “Domenica Live”, un mondo dove è sempre più difficile ritrovare quella fatidica “rappresentanza” dei tipi sociali messi in gioco nella casa, ormai più post-umani che post-italiani. Dunque, dovrebbe importarcene qualcosa? Infondo, basta non vedere “certi programmi”, come si dice sempre in questi casi. Solo che non si può far finta che la televisione non esista (“spegnere il vostro televisore”, scriveva Adriano Sofri, “è come mettersi la manina sugli occhi e gridare alla mamma: non mi vedi, non mi vedi”; un po’ come quando Veltroni pensò di battere il Cav. e lasciarsi per sempre l’antiberlusconismo alle spalle per il solo fatto di non nominarlo mai più se non come “il principale esponente dello schieramento politico a noi avverso”. Sappiamo come è andata).

 

 

L’Italia dei reality non è quella che guarda “L’Isola dei famosi” o il “Grande Fratello”, l’Italia dei reality è quello che siamo diventati dopo quasi vent’anni di reality-show. Vent’anni in cui i reality hanno cambiato tutto: la politica, la comunicazione, la società, la televisione. “Da semplice reality”, diceva il direttore di Rai Due, Antonio Marano, commentando il successo della prima edizione dell’“Isola dei famosi” nel 2003, “il programma si è via via trasformato in una fiction realizzata dagli stessi telespettatori”. Una fiction realizzata da tutti. Una fiction che ci ha portato al punto in cui siamo oggi.

 

Un mondo a immagine e somiglianza del pianeta Barbara D’Urso. Un mondo abitato da sue creature, egoriferito

Programmi come “Big Brother”, “Survivor”, “American Idol”, definirono la prima compiuta, strutturale forma di globalizzazione della tv. Erano format costruiti attorno a un’idea semplice, pensati per essere adattati in tutto il mondo seguendo pochi aggiustamenti “locali”. Rispetto a tutto ciò che c’era stato prima, le differenze erano notevoli. La casa del “Big Brother” e l’isola di “Survivor” erano due spazi replicabili in ogni contesto nazionale per essere venduti a un mercato globale. Come spiegava, Gary Carter, all’epoca executive del gruppo Endemol: “Nella casa del ‘Grande Fratello’ spagnolo abbiamo messo la piscina, in quello olandese o belga no, perché in quei paesi è considerata un lusso”. Giorgio Gori e i produttori italiani si spinsero più in là: “Siamo andati oltre il modello spagnolo, nella nostra casa c’è anche il bidet”. I “vip alle prese con il problema del cibo e della sopravvivenza quotidiana”, diceva Michele Santoro sbeffeggiando l’“Isola” di Simona Ventura, “sono il simbolo del naufragio delle speranze degli italiani”.

 

Barbara D'Urso e Cristiano Malgioglio durante una puntata del Grande Fratello 15 

 

In quegli anni i reality erano i simboli di tante cose. Ma oggi appaiono più chiari di ieri. Prima dello scandalo Facebook-Cambridge Analytica e dell’oscura influenza sulle elezioni di Brexit e Trump, ci fu Lele Mora che acquistava pacchi di call-center per far vincere “L’Isola dei famosi” al suo pupillo, Walter Nudo, perito chimico, aspirante attore, campione di karate, spogliarellista, cantante e personaggio televisivo lanciato da Maurizio Costanzo. Le fake news ci sono sempre state, ma nella loro accezione moderna cominciano quando il povero Pietro Taricone trova nel giardino della casa del “Grande Fratello” un biglietto buttato dalla strada dove c’è scritto che nella casa potrebbe esserci un’epidemia, che è tutto infetto e pericoloso, con lui che ovviamente va su tutte le furie e vuole darsela a gambe.

 

Nei primi anni Duemila, la diffusione della “reality television” innescò una serie di discorsi, polemiche, dibattiti che non riguardavano più l’eventuale volgarità della tv o quel che le persone erano disposte a fare per inseguire la celebrità, ma questioni rilevanti come la privacy, la spettacolarizzazione del quotidiano, la connessione permanente, i confini etici del voyeurismo, della sorveglianza, del narcisismo. Temi chiave di quegli anni, raccontati da film come “The Truman Show”o “EdTv”, entrambi del 1999. Rivisti oggi sembrano di un’epoca lontana, eppure per renderli

“Big Brother”, “Survivor”, “American Idol” definirono la prima compiuta, strutturale forma di globalizzazione della tv

concreti mancava solo l’arrivo dei social media. Le persone comuni in tv c’erano sempre andate. Non era certo quella la novità di un reality come il “Grande Fratello”. Ma ora erano riprese ventiquattro ore su ventiquattro, il pubblico influiva direttamente sull’andamento del racconto e il programma era pensato per essere “multimediale”, come si diceva allora, cioè fatto non solo per lo spettatore televisivo ma costruito in funzione di un’audience che avrebbe seguito e interagito con il programma anche attraverso internet e il telefono. In Italia, il “Grande Fratello” mise in piedi un inedito accordo tra Canale 5, il portale Jumpy, la tv a pagamento Stream e Omnitel (difficile a credersi oggi ma c’era gente disposta a pagare per sentire al telefono i dialoghi dei reclusi nella casa). Come diceva in quel periodo John De Mol, l’olandese inventore del format: “Il Grande Fratello è arrivato al momento giusto”.

 

 

Verso la fine dell’estate del Duemila, a ridosso della prima edizione italiana del “Grande Fratello”, Eugenio Scalfari mise tutti in guardia. In un accorato editoriale su Repubblica disse che sì, il paese era pieno di problemi, lo stato sociale era al tracollo, la legge elettorale non si riusciva ad approvare e c’era quel maledetto conflitto di interessi che ci condannava tutti al regime. Tutto vero. Lui però avrebbe parlato di qualcosa di più grave. Avrebbe parlato “della trasmissione in corso di allestimento su Canale 5 dal titolo ‘Il Grande Fratello’”. Perché questa, disse, sarà “la fine del giornalismo, del teatro, della letteratura, del cinema”, perché sarà “seppellita la poesia e con essa i poeti e le persone aiutate dalla poesia a vivere attimi di commozione a partecipazione al creato”. Perché ormai, anche “tornassero Flaubert o Stendhal, Dostoevskij o Tolstoj, Faulkner o Virginia Woolf” non se li filerebbe più nessuno. Cosa potevamo fare? Scalfari intravedeva due soluzioni. La prima era sperare nella tenuta degli ascolti di “Un medico in famiglia”, “fiction ottimamente riuscita”. Però, “conoscendo l’indole dei nostri concittadini che sono tutti voyeur”, diceva Scalfari, era un’ipotesi da scartare. Ecco allora l’idea. Una radicale resistenza attraverso la poesia: “Sembra che parecchi giovani siano sensibili alla poesia. Forse bisognerebbe organizzare nelle case e magari nei teatri letture di poeti mentre la tivù trasmette il ‘Grande Fratello’; sarebbe un modo di fare resistenza. Brigate partigiane che leggono poesie; è un’idea, parliamone: da cosa nasce cosa”. Di nuovo la mano davanti agli occhi.

 

Qualcuno però la prese a cuore. Forse oggi se lo ricordano in pochi, ma all’epoca della prima edizione, l’allora ministro della Cultura, Giovanna Melandri, scossa dall’ignoranza dei partecipanti al programma inviò nella casa una cesta piena di libri. “Cari ragazzi, abbiamo notato che nella casa del ‘Grande Fratello’ manca uno scaffale di libri e abbiamo pensato di regalarvene un cestino sperando di fare cosa gradita”, diceva la lettera di accompagnamento firmata da Melandri (e probabilmente ideata dalla mente di Veltroni). “Quelli che troverete qui”, spiegava Melandri nella lettera, “sono titoli scelti tra i classici più amati, si leggono facilmente e in poco tempo; alcuni sono tra i più vicini al comune sentire della giovinezza. Sceglierli è stato un divertimento ed è stato difficilissimo limitarsi a venti titoli”.

 

Prima di Cambridge Analytica, ci fu Lele Mora che acquistava pacchi di call-center per far vincere il suo pupillo, Walter Nudo

I giornali pubblicavano la lista dei libri per i concorrenti del “Grande Fratello” che inevitabilmente diventava un elenco di letture obbligatorie per chi guarda la televisione popolare e vuole provare a redimersi: “I dolori del giovane Werther”, “Siddharta”, “La linea d’ombra”, “Il giovane Holden”, “Il barone rampante”, “Natale in casa Cupiello”, “Sulla strada”, e poi ancora Pirandello, Hemingway, Tolstoj, Pavese (nella lista c’è lo zampino di Walter). Melandri consigliava di leggerli ad alta voce, come suggerito nel pezzo di Scalfari. Pietro Taricone, che aveva subito compreso la logica del programma meglio di tutti anche in fatto di riferimenti letterari (“Guagliù, ‘sto Grande Fratello mi sembra più simile a Boccaccio che a Orwell”) replicò con una richiesta più concreta: “Faccio un appello a tutti i giovani della borgate, ai ragazzi di Tor Bella Monaca e di Tor Pignattara. Venite a trovarci qui al Grande Fratello, infrangete le regole, portate le cartine” (consigliamo al lettore di rivedersi ogni tanto la formidabile raccolta del Foglio di quegli anni, “Pietromania”, rubrica di Christian Rocca dedicata al “guerriero”, Pietro Taricone, con passaggi immortali e dialoghi con Rocco Casalino che gettano un’ombra distopica sul passato: “Caro Rocco, quando da fuori ti urlano ‘a frocio’ ti incavoli perché sospettano di come cammini, poi però a proposito del processo Andreotti ti basta il sospetto. Ma allora ’ssi frocio”).

 

I reality hanno dato un contributo formidabile alla crisi dell’“expertise”, all’autenticità della “ggente”, all’ideologia dell’uno-vale-uno, come una grande, euforica prova generale di democrazia diretta o “popolocrazia”, come la chiamano Ilvo Diamanti e Marc Lazar. Nel mondo anglosassone, la diffusione della reality television e dei suoi modelli comportamentali è stata letta dagli intellettuali accademici come il sintomo di un più vasto collasso delle democrazie occidentali fondate sul welfare, insomma come l’ennesimo emblema del neoliberismo selvaggio. Reality come “Grande Fratello” e “L’Isola dei famosi” spingono sulla supremazia dell’individuo chiamato a risolvere da solo tutti i problemi che la società o la giungla gli pongono, potendo contare solo su sé stesso e sulle proprie competenze. Eppure, senza bisogno di scomodare il caso Trump, si capisce poco del populismo se non si parte dai reality. Se è vero che media, politica e democrazia viaggiano insieme e si trasformano vicendevolmente basta mettere insieme qualche nome: Ronald Reagan veniva dall’immaginario della “classic Hollywood”, Berlusconi da quello della tv commerciale, Donald Trump è un’icona dei reality-show, con quattordici stagioni di “The Apprentice” alle spalle, prima di lasciare il testimone a Arnold Schwarzenegger. Per uno storico della “long durée”, una progressione sin troppo eloquente: cinema, televisione tradizionale e reality-show, ovvero la linea di frontiera tra il consumo televisivo e la connessione permanente della rete (come si diceva allora: “Il ‘Grande Fratello’ è l’unica evoluzione possibile della fiction in tempi di internet e webcam”). Perciò alla prossima potrebbe toccare a Zuckerberg, anche se le sue ambizioni sono state molto ridimensionate. Noi che amiamo portarci avanti e confermare tra i tanti stereotipi sull’italianità anche quello dell’Italia “laboratorio politico dell’occidente”, abbiamo il primo partito generato da un esperimento simile a quello del “Grande Fratello”.

 

 

Nella sua prima edizione, il “Grande Fratello” non era raccontato come un incubatore di aspiranti celebrities, ma come un inedito esperimento di psicologia sociale. Uno show a metà tra una soap-opera, i test sull’obbedienza di Milgram e le teorie di Goffman sulla “vita quotidiana come rappresentazione”. Uno show in cui nessuno poteva prevedere quel che

All’inizio, il “GF” non era raccontato come un incubatore di aspiranti celebrities, ma come un esperimento di psicologia sociale

sarebbe successo. Le analogie con gli esperimenti di ingegneria sociale e networking aziendale che, grossomodo negli stessi anni, portava avanti il team guidato da Gianroberto Casaleggio in Webegg sono un formidabile caso di sincronicità o se preferite di “spirito dei tempi”. In entrambi i “programmi” si mettevano in gioco l’osservazione delle logiche di gruppo e la riproduzione in vitro dei meccanismi di base del consenso, il tutto ovviamente dietro la falsa idea della trasparenza, della spontaneità e della discussione apparentemente democratica e paritaria.

 

Se poi osserviamo il contratto di prestazione previsto dalla produzione del “Grande Fratello” le somiglianze col futuro sistema Rousseau aumentano. Tra il produttore i concorrenti ammessi nella casa-set era “stipulato un contratto di prestazione d’opera che verte sulla cessione dei diritti di comunicazione sia per il tempo della trasmissione che in un periodo limitato ad alcuni mesi successivi alla chiusura della trasmissione”. L’attribuzione di responsabilità alla produzione per eventuali forme di pressione psicologica subite nella casa è esclusa a priori. Nel contratto si precisava che le informazioni d’ordine privato e personale saranno rese disponibili al pubblico tramite internet e televisione. Insomma, il concorrente cedeva ogni tipo di diritto riguardo la “libertà di comunicazione” e in più gli si chiedeva “mandato esclusivo” di gestione della sua carriera “artistica” a un agente “designato dalla produzione”.

 

Rocco Casalino da Ceglie Messapica in provincia di Brindisi, concorrente della prima edizione del “Grande Fratello”, era all’epoca un promettente ingegnere gestionale laureato a Bologna. Incarnava al meglio l’idea di un programma lanciato come una “brillante metafora sociale” e uno specchio puntato sulle “trasformazioni in atto nella società”, visto che alla voce “ambizione” della sua scheda di presentazione aveva scritto: “Diventare primo ministro o amministratore delegato di una multinazionale”. Entrato nella casa, si difese soprattutto dall’accusa di essere gay, sospetto montato per via di certi suoi racconti su un’infanzia difficile, dell’odio per un padre violento, ma soprattutto per essersi infilato un paio di notti tra le lenzuola di Pietro Taricone, giustificandosi frettolosamente con un presunto “attacco di nottambulismo” (come quando parlava di Padre Pio che aveva “il dono dell’ubicazione”). Il resto, si sa, è ormai storia. I casting per le “parlamentarie”, lo streaming di Bersani con Vito Crimi e Roberta Lombardi, i video di presentazione della giunta Raggi in Campidoglio, Roberto Fico che sale a piedi al Quirinale circondato dalla folla, dalle telecamere e dalla polizia. Il linguaggio, l’estetica, la struttura e l’ideologia dei reality sono stati assorbiti, ridefiniti e rilanciati in forma di progetto politico dal M5s.

 

In questi vent’anni i reality hanno occupato lo spazio indispensabile di cartina di tornasole del cattivo gusto, limite invalicabile oltre il quale stava l’abiezione televisiva. Rispetto a un reality, qualsiasi cosa poteva essere presa sul serio o considerata “dignitosa”. “Grande Fratello”, ha scritto Aldo Grasso, “è nella storia della televisione italiana la trasmissione che ha collezionato più insulti, modello esemplare di caduta del gusto, di trionfo della mediocrità, di degenerazione dei costumi, è la sconfitta del ceto medio riflessivo, quello che oggi ama i programmi in bianco e nero lodandone la professionalità ma ieri, quando andavano in onda, li disprezzava”. Assieme a “Lascia o Raddoppia” e “Portobello”, Grasso considera “Grande Fratello” uno dei tre programmi più innovativi della tv italiana e che più di altri hanno lasciato un segno nella memoria collettiva e inciso profondamente o irrimediabilmente nell’immaginario collettivo. Per questo l’etichetta di “trash” non basta. Rincuora e appaga forse il nostro bisogno di distinguerci dai barbari. Ma non spiega le implicazioni sociali, culturali, politiche, le oscure metafore sociali che venti anni di reality-show hanno messo in scena.