Luigi Di Maio (foto LaPresse)

Di Maio e Salvini alla prova della Rai

Salvatore Merlo

L’azienda in attesa di un nuovo inizio che però è sempre uguale a se stesso

Roma. La formazione del governo, le inclinazioni dei nuovi potenti, i loro umori e le loro intenzioni, quelle vere e quelle presunte, le predilezioni di Rocco Casalino, precipitano sulla Rai, sulla grande azienda pubblica di Viale Mazzini, agitando uno sconfinato oceano da cui sorgono le bufere e i miraggi: “Che ne sarà di noi? Si salvi chi può, o s’imbarchi chi può”. E ormai da settimane infatti, e sempre più da quando s’è capito che il governo Salvini-Di Maio si fa, chi può (appunto) telefona a Gianluigi Paragone che ormai viene preferito a Emilio Carelli, inizialmente incaricato di occuparsi di Rai ma poi accantonato per questo ruolo dai capi del Movimento cinque stelle. Tutti al telefono con Paragone, dunque, con l’ex conduttore della “Gabbia”, l’ex vicedirettore di Raidue in quota Roberto Maroni, ex direttore della Padania in quota Umberto Bossi, ora senatore del Movimento cinque stelle in quota Di Maio. Anche Carlo Freccero – che è stato eletto nel cda dell’azienda (in scadenza) dal M5s – racconta spiritosamente di averlo fatto. “Pure io ho chiamato Paragone, certo”, dice ridendo, “ma solo per dirgli che il governo nascituro è il governo della ‘Gabbia’”, la trasmissione di La7 dove sono germogliati personaggi simpaticamente incongrui oggi a un passo da Palazzo Chigi. Dalla Gabbia sono usciti infatti Alberto Bagnai e Claudio Borghi, che adesso stilano il programma di governo chiusi in una stanza di Montecitorio, in un angolo del Senato (o a Milano nello studio del commercialista di Davide Casaleggio) e – chissà – potrebbero presto diventare ministri, viceministri o sottosegretari.

       

Ma chi sarà il ministro della Comunicazione? E chi sono gli uomini Rai del nuovo regime grillo-leghista? In un’atmosfera sospesa tra rassegnazione e sovraeccitazione, con i direttori di rete che hanno già pronte le valigie, con il direttore generale che sta per lasciare l’azienda, con le candidature per il nuovo consiglio d’amministrazione che cominciano ad arrivare a Viale Mazzini (i curricula vanno presentanti entro fine mese), ecco che si spacca l’Usigrai, ed ecco che dal grande sindacato interno – che va a congresso – si separa un’inedita ma speranzosa corrente grillo-leghista che scommette sul futuro, lanciando il cuore oltre l’ostacolo: o la va, o la spacca. Al cda si candiderà invece Michele Santoro, senza sponsor politici e dunque per questo anche senza speranze, mentre Luigi Di Maio ha già detto che sorteggerà i direttori dei tg “tra i migliori giornalisti del paese” (selezionati da Casalino?). E molti guardano speranzosi a Milena Gabanelli e a Ferruccio de Bortoli, sognando che possano avere ruoli operativi, poiché i Cinque stelle sono per adesso sguarniti di persone colte e competenti. “Ma c’è anche Dino Giarrusso!”, suggerisce qualche spiritoso (ma anche no), riferendosi all’ex Iena, ex candidato non eletto alla Camera, e attuale impiegato all’ufficio stampa del M5s alla regione Lazio (ma già ospite televisivo in… Rai). La verità è che i più, in azienda, rimangono guardinghi. Personaggi straordinari per i lacci che sanno tendere, per le invenzioni quasi miracolose con le quali riescono a mantenersi a galla e superare tutte le difficoltà, sanno che è meglio restare fermi, immobili, come un geco sul muro, e saltare sul carro solo un minuto prima che diventi davvero quello vincente. Non si sa mai.

         

  

Così i dubbi, i tormenti, le speranze da giorno del giudizio s’intrecciano nel solito valzer che a Viale Mazzini sempre precede l’assunzione verso l’alto di un nuovo potere. Che ne sarà di Raitre? La lasceranno all’opposizione, o la espugneranno, come non aveva fatto nemmeno Silvio Berlusconi dopo la vittoria napoleonica del 2008? E i palinsesti? Quando ci sarà – finalmente – la prima trasmissione sulle scie chimiche, sugli orrori dell’euro, sul complottone del Bilderberg? Purtroppo non prima del 2019. Il palinsesto stagionale è stato infatti già disegnato da Mario Orfeo, e cambiarlo in corsa è quasi impossibile. Il funzionario Rai – uomo spesso senza età, senza vizi gravi, senza nessun credo personale e senza la minima audacia – è dunque sospeso, in attesa di un nuovo inizio che però è sempre uguale a se stesso. Da Andreotti a Berlusconi fino a Renzi e Di Maio-Salvini, a Viale Mazzini le hanno viste tutte, e sono stati con tutti. Così, come dice Santoro, ogni volta che un nuovo potere zompa sul cavallo Rai, “tutto continua un po’ come sempre”.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi universitaria in Inghilterra. Ho vinto alcuni dei principali premi giornalistici italiani, tra cui il Premiolino (2023) e il premio Biagio Agnes (2024) per la carta stampata. Giornalista parlamentare, responsabile del servizio politico e del sito web, lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.