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Con chi parla la sinistra?

L’Anpi contro il Pd, D’Alema contro Giachetti, Speranza contro Renzi. Immagini di un dibattito politico (tutto interno) ridotto a una partita di tennis. Però il pubblico si annoia, e voterà seguendo altri interessi.

24 Agosto 2016 alle 06:15

Con chi parla la sinistra?

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi (foto LaPresse)

Milano. Se Carlo Smuraglia andrà alla Festa dell’Unità di Bologna a sfidare Matteo Renzi, sarà il big match d’inizio stagione dello sport più bello dell’estate: il dibattito a sinistra sul referendum costituzionale. Ma per il resto, il calendario è magro.  Ieri i due giornali alfieri dei due schieramenti sì/no avevano due articoli divertenti, che sarebbero stati bene nelle pagine dello sport. L’Unità annunciava che il 16 settembre, “sul campo centrale” della Festa dell’Unità “nel popolare quartiere di Pietralata” ci sarà il confronto “più spettacolare”, quello tra Roberto Giachetti (sì) contro Massimo D’Alema (no). Sul Fatto, un simpatico articolo spiegava che alla festa romana del giornale di Travaglio non si riesce invece a mettere in piedi un confronto di cartello, per forfait della squadra avversaria. Delusione dei tifosi. Il resto del campionato prevede, per il momento, un Anna Finocchiaro contro Gustavo Zagrebelski a Reggio Emilia e un bis del presidente onorario del comitato del No a Torino, contro Luciano Violante. C’è di che rimpiangere il tiro con l’arco alle tre di notte da Rio.

 

Potrebbero sembrare spigolature di colore, ma non lo sono. Da mesi la sinistra, intesa in generale, sta lacerando se stessa – e soprattutto tiene sospeso il paese – su quello che viene presentato come l’Armageddon. Per la sinistra e per l’Italia tutta. Il pasticciato ostracismo del Pd contro l’Anpi schierata (ma non tutta) per il No è stato esecrato quasi fosse un repulisti di Erdogan. Ma, con tutto il rispetto per la Resistenza e la Costituzione, l’Anpi ha 120 mila iscritti e un peso specifico più simbolico che politico. Le minacce di D’Alema che ha convocato per il 5 settembre un’assemblea della “sinistra per il No” possono trovare alleati come Dario Fo, che ieri ha accusato Renzi di avere perso il popolo (“non può tenere un comizio pubblico, altrimenti lo coprono di parolacce”), ma si scontrano con il sarcasmo di Renzi (“se D’Alema avesse messo per combattere Berlusconi lo stesso impegno che mette per cercare la rivincita nel Pd”, ha detto alla Versiliana). E soprattutto contro l’evidenza dei numeri – Piero Fassino ha ricordato a D’Alema che non c’è spazio per scissioni – e contro la scarsa disponibilità della minoranza interna a farsi arruolare nell’impresa. Le scaramucce sulle tasse di Roberto Speranza (“errore abbassare l’Imu anche ai miliardari”) sono un altro caso di lotta in cui contano più i simboli che non la sostanza.

 


Massimo D'Alema (foto LaPresse)


 

Perché poi ci sono i fatti. Il rumoroso comitato del No ha ufficialmente chiesto di essere ricevuto da Sergio Mattarella “per spiegare le condizioni difficili in cui operiamo e chiedere attenzione da parte della presidenza della Repubblica sull’opportunità di concedere una giusta rappresentazione durante la campagna referendaria”. Ma la verità è che non è riuscito a raccogliere le firme necessarie per il referendum, il che significa non aver mobilitato una base adeguata all’obiettivo. E il “silenzio” della stampa non basta a spiegare il flop. Le intenzioni di voto sul referendum sono incerte e potrebbero alla fine condannare il premier. Ma è evidente che un successo del No non equivarrebbe alla vittoria di un sinistra “da spallata” che non è riuscita a raxcogliere mezzo milione di firme. La settimana scorsa un sondaggio dell’Huffington Post ha evidenziato un paradosso: se si votasse oggi, e a sfidare Renzi ci fosse Speranza, il segretario-premier vincerebbe col 59 per cento  contro il 7. Ma vincerebbe 55 a 15 per cento persino se contro di lui scendesse in campo Bianca Berlinguer, con le stigmate fresche dell’epurazione. Il fronte del No ha molte bocche con cui parlare e simboli da usare. Ma quante orecchie ha ad ascoltare?

 

Il fronte del Sì ha invece raccolto in fretta le sue 500 mila firme (generando anche qualche polemica “metodologica”). Però il Pd, che pure è un partito diviso fin dalla sua nascita – Ilvo Diamanti ha scritto su Repubblica che c’è ben poco da “festeggiare l’Unità” – è un partito da 400 mila iscritti scarsi. Dieci anni fa i Ds ne avevano oltre 600 mila. La base d’ascolto del renzismo è ben lontana dall’essere “il popolo della sinistra” di quando il partito era ancora un partito di massa, di tessere e d’apparato, e le Feste dell’Unità erano una trama di consenso territoriale a tenuta stagna. Ma la trasformazione-dimagrimento del maggior partito della sinistra non ha generato – e non genererà, come evidenziano tutti i politologi – un partito alternativo a sinistra. Michele Serra ha saggiamente scritto su Repubblica che senza dibattito non c’è sinistra, perché la sinistra è “un modo di concepire la politica fondato – prima di tutto – sulla parola. Se ci fu un vizio, nella sinistra storica, fu la verbosità. Se ci fu un pregio, fu l’amore per il dibattito”. Se oggi l’amore per il dibattito, che pure resta nel corpo dei militanti, trova meno audience sociale (significa meno elettori) non è colpa soltanto dei giocatori che si sfidano   al tennis referendario. Gli intellò 8di sinistra) che si sono stracciati le vesti per l’ingovernabilità del “popolo della Brexit” dovrebbero ragionare sul fatto che anche in Italia coloro che andranno a votare per il referendum saranno nella maggior parte cittadini esterni alle logiche dei partiti. E alle logiche e simbologie della della sinistra, soprattutto.

 

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