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I renziani non esistono

Il berlusconismo preesisteva alla discesa in campo, il renzismo no. E per sopravvivere deve correre.

10 Agosto 2016 alle 10:12

I renziani non esistono

Bologna, Matteo Renzi alla Festa de l'Unità Bosco Albergati (foto LaPrese)

Poiché è figlio di Berlusconi, ma non è Berlusconi, non è cioè un fenomeno pre-politico e antropologico, demiurgico e irrazionale, non è il padrone del suo partito e non è nemmeno l’impresario dell’universo consumistico della televisione commerciale, non è il creatore del “Drive-in” e delle isole dei famosi, di “Dallas” e delle televendite, quei fenomeni di massa che hanno plasmato nel bene e nel male l’Italia del riflusso, e poiché insomma non è l’uomo che ha trasformato milioni di telespettatori in altrettanti elettori, e poiché in definitiva la sua constituency e il suo elettorato, il suo pubblico e il suo personale politico, lui se li deve conquistare ogni giorno costruendoli dal nulla, allora Matteo Renzi sa che per sopravvivere è condannato a governare, a fare, a inventare, a tenere insieme, a frullare, dentro e fuori del Palazzo, e con meticolosa impazienza, perché, pare se ne sia accorto pure lui gettando uno sguardo alla tribù promiscua del Pd, “i renziani non esistono”.

 

E così, seduto sulle puntine da disegno e non sugli allori, prepara l’offensiva d’autunno, il presidente del Consiglio, e chiede nuove idee sulle tasse da abbassare prima del referendum, e sempre pretende attorno a sé un’assordante, ubiqua frenesia di riforme, d’invenzioni, di suggestioni, d’immagini, dunque battaglie del grano e bonus di ottanta euro, il Jobs Act e la Buona scuola, richiami a Blair ed echi di Obama, un’insieme di cose udite, lette, viste, una specie d’intreccio che lui amministra con consumata perizia, poiché, circondato com’è da svolazzanti individui, dai cosiddetti “renziani”, dai tanti deputati e senatori che oggi lo sostengono in Parlamento ma domani chissà, la sua stessa esistenza dipende dalla capacità di creare e rimodellare continuamente una cosa che nel suo partito e forse anche nella società, a differenza del berlusconismo, non esisteva, cioè il renzismo: quel luogo geometrico i cui lati vanno continuamente ridisegnati, allargati e ristretti, corteggiando di volta in volta la sinistra e poi la destra, dalle piccole concessioni concertative fino ai conflitti sull’articolo 18, dalle riforme costituzionali alla disponibilità sulla legge elettorale, tutto un gioco di complicati affanni che  fa assomigliare Renzi a un funambolo che per non cadere è costretto ad accelerare, spettacolarmente in equilibrio, sul filo.

 

Berlusconi è divampato come una fiamma, e la sua immagine di politico-impolitico, d’impresario e circense, ha mimato correttamente quel fuoco in una società che guardava la sua televisione, che gli assomigliava, ed era già pronta ad accoglierlo. Al contrario, Renzi può anche indossare il giubbotto di Fonzie, visitare Maria De Filippi e Barbara D’Urso, può affacciarsi in maglietta bianca dal balcone di Palazzo Chigi, può andare alle Olimpiadi, ma la sua maledizione resta la politica, la continua ricerca di un’identità attraverso gli atti di governo. E se il Cavaliere ha sempre tiranneggiato un partito-azienda sul quale imperava grazie a un fiuto crudele per le debolezze dei suoi impiegati della politica, per Renzi è diverso: il Pd non è Forza Renzi, ma una folla turbolenta, un mare che si arruffa di creste candide. E nessuno, tranne i pochi toscani trapiantati, è davvero renziano, malgrado tutti dicano di esserlo, ma per ragioni d’opportunità, necessità, contingenza: tutti pre-esistono al segretario e presidente del Consiglio, che per stringere in pugno i fili delle marionette è allora continuamente costretto al rilancio, allo sforzo creativo del governare. Se si ferma è perduto.

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