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Elvira Seminara e i segreti del giovedì sera (e di una vita intera)

Abbandonare i cinquanta con un giro di giostra, nell'ultimo romanzo della scrittrice siciliana

11 Luglio 2020 alle 06:00

Elvira Seminara e i segreti del giovedì sera (e di una vita intera)

Tutti abbiamo bisogno di una quota d’amore al giorno, – mi guarda – , senza quel minimo cadi in depressione e ti ammali, è come un piano dietetico, devi assumere energie, comunque le prendi, anche a pezzi, intervalli, in modo discontinuo. A volte raccogli un mucchio di amore tutto in un punto, e per un po’ sei a posto, altre volte raccatti briciole qua e là, metti insieme e impasti, ma ti basta appena per un giorno.

Elvira Seminara, “I segreti del giovedì sera” (Einaudi)


E l’amica continua: “Tu non fai mai l’accattona? A rovistare tra i resti, gentilezze buttate a caso, nemmeno rivolte a te, o fra ricordi ancora buoni, li rimaneggi e stai un po’ meglio?”. Ci si racconta cose, si chiede aiuto, si riflette sul tempo che è passato e sul tempo che verrà, ci si specchia gli uni negli altri, si notano le disperazioni altrui e si cerca di nascondere le proprie, si chiacchiera il giovedì sera tra amici, nella magnifica Catania, cercando di trovare un filo, e un posto, per quest’età tremendamente adulta. La voce narrante è Elvira, detta Elvis, totalmente coinvolta nel bilancio di giovinezza in fuga, in questo turbinio che a furia di giri di giostra sta accompagnando tutto il gruppo fuori dai cinquant’anni, senza pomposità ma con matrimoni più o meno finiti, nuovi amori traballanti e certe domande davanti alla granita al cioccolato: “Quanti anni ci restano di vitalità sessuale?”. Come in una commedia francese, Elvira Seminara accarezza con precisione la vita quotidiana, i pettegolezzi, le tragedie e la malinconia dell’amicizia che accompagna la vita e la nutre di un confronto continuo, a volte feroce a volte affettuoso, sempre necessario, come necessario è questo senso dell’umorismo che dopo la separazione dal marito fa chiamare “Come può uno scoglio” il gruppo whatsapp delle amiche, e quando va ancora meglio e il mare è stato arginato, il nome del gruppo viene cambiato in “Il mio canto libero” (questa generazione crede nel primo Battisti, nel primo Battiato, nel primo Von Trier e nel primo Paul Auster, come ogni generazione che ha condiviso qualche bel sogno, qualche grande infatuazione e altrettante delusioni).

 

Si va adesso verso qualcosa di ignoto, che coinvolge anche il corpo, i capelli, le guance, che fa notare la tracotanza delle trentenni che si aggirano fra gli scaffali della Coin: se ne è andata la forza accecante della giovinezza, ma la vitalità è intatta. La saggezza è sempre altrove, il tormento invece ha sempre la stessa intensità, solo per cose diverse, e “non siamo depressi ma disincantati”. “Sulla panchina di fronte al mare tre ragazze sui vent’anni si facevano i selfie avvinghiate, una diceva che la luce era fantastica e non c’era bisogno di filtri, un’altra metteva il rossetto, ridevano. Sentivo la voce del medico che elencava cifre, un tumore al seno minaccia una donna su quattro, e qui la quarta ero io, loro tre dovevano essermi grate: anch’io avrei dovuto essere abbracciata. O almeno entrare in quel selfie”.

 

Nel suo romanzo precedente, “Atlante degli abiti smessi”, Elvira Seminara scriveva: “Avevo fatto un uso imprudente, sconsiderato della felicità. L’avevo usata tutta, perfino sprecata”. In questi giovedì sera c’è invece la consapevolezza di quello che non si può più sprecare, c’è uno sguardo più indulgente verso i noi stessi dell’attimo dopo. L’attimo dopo la pienezza, l’attimo dopo l’estate, l’attimo dopo l’aver smesso di considerare il talento, la bellezza, la salute e la fortuna dei semplici doni comuni. Il segreto di ogni giovedì sera allora è qui: si vive per vivere, non per imparare a vivere. Si può continuare a sbagliare, ed è un grande sollievo, ma con una nuova delicatezza, e a patto di non smettere di riderne. Il segreto è anche che non si diventa mai grandi, e anche questo è un sollievo.

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