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Sfonda o smamma

Jean Rhys e la finta libertà delle ragazze povere a Londra

18 Aprile 2020 alle 06:00

Sfonda o smamma

Mi baciò e la sua faccia mi parve fredda e liscia contro la mia. Ma il caldo e il freddo della febbre mi correvano su e giù per la schiena. Quando si ha la febbre ci si sente pesanti e leggeri, si è piccoli e gonfi, ci si arrampica interminabilmente su una scala che gira come un mulinello. Gli dissi: “Stai attento, ti attaccherò l’influenza”. “Immagino di sì” disse lui. “Non posso farci niente”.

Jean Rhys, “Viaggio nel buio” (Adelphi)


  

Anna Morgan ha diciott’anni, dalla Dominica è arrivata in Inghilterra e si ammala spesso perché ha sempre freddo, in questo paese grigio e spietato, con le file di case tutte uguali e tutte ostili: i colori diversi, gli odori diversi, il fumo dello stesso colore del cielo. Ha avuto la pleurite l’inverno precedente, e i suoi vestiti non sono abbastanza pesanti, né abbastanza belli. Lei è povera, giovane, trema di freddo e le sue amiche ballerine le dicono che l’importante è la sciccheria, se impari la sciccheria poi sei a posto. Le dicono anche che gli uomini si stancano in fretta, e che la gente è più a buon mercato delle cose, e intanto le vetrine dei negozi ti ridono in faccia, beffarde. Questo romanzo, ripubblicato adesso da Adelphi con la traduzione di Delfina Vezzoli, uscì per la prima volta nel 1934, quando Jean Rhys aveva quarantaquattro anni e una grossa esperienza in fatto di umiliazioni, sconforti, alcol, e vita londinese bohémienne. Esperienza di libertà femminile a tempo determinato. Con quell’accento caraibico così marcato non era riuscita a sfondare come attrice, e le vite infernali eppure lievi di ragazze dalle non grandi speranze le aveva osservate da vicino, e forse vissute. Le stanze in affitto, le amiche troppo truccate per coprire la disperazione con l’ombretto, intere domeniche a letto senza saper dove andare, la biancheria orrida, eppure l’idea che possa cambiare tutto da un momento all’altro, in meglio. Jean Rhys aveva la sua scrittura, ma stava per scomparire e riapparire molti anni dopo con il suo capolavoro, Il grande mare dei Sargassi, e poi di nuovo sparire.

 

Ma negli anni Trenta, in Inghilterra, su che cosa poteva contare una ragazza sola, sveglia, malinconica, senza una rendita? Se il saggio di Virginia Woolf, “Una stanza tutta per sé” (pubblicato per la prima volta nel 1929) mostra le difficoltà di una scrittrice, e la necessità di denaro, e di tempo, e di sostegno, e di considerazione, una ragazza senza radici e rispettabilità non ha un destino lucente nelle tasche, per le strade di Londra. “La cosa più triste era quando mi svegliavo di notte e pensavo che ero sola e che tutti dicono che gli uomini prima o poi si stancano. (Mi invento lettere che non spedisco mai o nemmeno scrivo: ‘Caro Walter…’). Tutti parlano di ‘farcela’. Naturalmente, certa gente ce la fa. Sì, ma quanti? Per esempio, come si chiama quella ragazza? Lei ce l’ha fatta, no? ‘Ballerina di fila sposa figlio di aristocratico’. Visto? Sfonda o smamma, dicono. Sfonda o smamma”. La finzione della libertà. Anna procede verso la sua vita infernale, e Jean Rhys la accompagna, di stanza in stanza, di farabutto in farabutto, di ironia in ironia, in questo viaggio nel buio. Forse si potrà cominciare da capo? Qualcuna presto ce la farà. Sfonda, o smamma.

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