La necessità dei nemici immaginari  per non guardare dentro noi stessi

Annalena Benini

'E la cecità, il sonno della mente il nostro principale nemico, non i complotti di uno sconosciuto o la cattiveria di una ex amica su cui abbiamo deciso che è giusto riversare tutta la nostra rabbia

Che la colpa sia sistematicamente di altri, con i quali perciò posso prendermela, è già facilmente verificabile nelle spicciole quisquilie domestiche, laddove se, per esempio, urto un soprammobile, che cade e si rompe, è perché qualcun altro lo aveva messo male; se sbaglio strada è a causa di chi mi stava distraendo; se prendo una multa in divieto di sosta lo devo al vigile odioso.

Nicoletta Gosio, “Nemici miei, la pervasiva rabbia quotidiana” (Einaudi)

  


 

Il signor Malausséne, personaggio creato da Daniel Pennac, grandioso capro espiatorio di professione, stipendiato per accollarsi le colpe a fronte dei reclami dei clienti, lavora in un grande magazzino chiamato Tempio del benessere. E quando nel reparto giocattoli cominciano a esplodere bombe, ovviamente i sospetti ricadono su di lui. “Vede – gli dice il commissario – il Capro Espiatorio non è solo quello che all’occorrenza paga per gli altri. E’ soprattutto, e anzitutto, un principio esplicativo… E’ la causa misteriosa ma evidente di qualsiasi evento inspiegabile”. Il capro espiatorio, cioè la tendenza a individuare un nemico (molti nemici) colpevole di tutto quello che non va nelle nostre vite, è il protagonista del saggio della psichiatra Nicoletta Gosio. E’ colpa tua, è colpa sua, è colpa di chi non mi ha amato abbastanza, è colpa di quella che ha fatto carriera al posto mio, è colpa di mio marito, è colpa di tua moglie, è colpa della società, è colpa dei politici, è colpa dei migranti, è colpa dei cinesi, è colpa dei ricchi, è colpa dei poveri, è colpa di mia cugina, è colpa della pubblicità, è colpa di mia madre, è colpa di quella seduttrice, è colpa del mio capo, è colpa delle cavallette, del traffico, del femminismo, dei supermercati aperti la domenica, della corruzione, delle email. Quand’è che riusciremo a dire: è colpa mia? Se sono infelice, se non ho capito, se ho litigato, se è andata male. Secondo Sigmund Freud, fuggiamo da noi stessi e aggiriamo i problemi. “Utilizzando la proiezione come antidoto di angosce e mancanze, buttate fuori in cerca di un nome che ne risponda, scrive Freud, ‘l’oppressione interna è soltanto sostituita da un affanno che viene dall’esterno’”. Quel che non va dentro di noi viene rovesciato fuori da noi, e finiamo con il moltiplicare la percezione di paure e minacce per difendersi dalle quali usiamo sfiducia e ostilità da distribuire ai nostri capri espiatori (che vivono con noi, che ci hanno deluso, che non conosciamo, che vivono semplicemente la loro vita meglio di noi). “Si costruisce in tal modo un mondo popolato di mostri, infido e malevolo, in una circolarità infernale di botte e risposte, di accuse e rabbia”.

 

Senza l’aiuto dei nostri nemici interni, il numero dei nemici esterni si ridurrebbe considerevolmente. Se conoscessimo noi stessi, le nostre mancanze, le nostre debolezze, allora saremmo anche capaci di riconoscere gli altri, di comprenderli e se necessario di perdonarli. Ma è la cecità, il sonno della mente il nostro principale nemico, non i complotti di uno sconosciuto o la cattiveria di una ex amica su cui abbiamo deciso che è giusto riversare tutta la nostra rabbia. Siamo molto narcisisti e perciò resistenti all’idea di assumerci la responsabilità del nostro sentire e agire, che occlude qualsiasi possibile messa in discussione. “… E preclude la capacità di fare appello alle proprie risorse e di incrementarle per far fronte alle difficoltà della vita e dei rapporti interpersonali”. Io non c’entro. Io non c’entro. Vale per gli adulti, per i ragazzi, vale per tutti noi. Io non c’entro. La responsabilità del fallimento non è mia. Con un po’ di sforzo, possiamo riconoscere molte parti di noi in questo quadro. E cercare di cambiare. O di fare, almeno, come Zeno Cosini. “Che io forse abbia amato tanto la sigaretta per poter riversare su di essa la colpa della mia incapacità? Chissà se cessando di fumare io sarei divenuto l’uomo ideale e forte che mi aspettavo? Forse fu tale dubbio che mi legò al mio vizio perché è un modo comodo di vivere quello di credersi grande di una grandezza latente”. Grandi di una grandezza latente, e pieni di nemici.

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  • Annalena Benini
  • Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.