Il nuovo libro di Franco Arminio a tratti è amaro come una medicina

Annalena Benini

Le istruzioni di un uomo spaventato valgono più delle riflessioni di chi sente di avere capito tutto

Noi insieme facciamo cinema e letteratura, assistenza al malato terminale che sono, ammirazione alla bestia luccicante che sei. Un amore che coinvolge le nuvole e le vene metallifere, un amore che coinvolgemolte discipline: la chimica e la fisica,la storia e la geografia. Il nostroè un amore che studia perché vuole diventare importante, il più importante della tua vita,il primo e l’ultimo della mia.

Franco Arminio, “La cura dello sguardo”, nuova farmacia poetica (Bompiani)


 

Questi versi appartengono a una poesia dal titolo “Il rimedio universale”, dentro il nuovo libro di prose di Franco Arminio, che uscirà il 22 luglio con il desiderio di curare molte ferite. Con il tentativo costante di curare se stesso. Ferite d’amore, ferite di vita, ferite quotidiane.

 

E’ più facile accettare consigli da un poeta che si dichiara irrimediabilmente ferito, incapace di vivere anche un solo giorno di felicità, convinto di stare vivendo i tempi supplementari della sua vita, convinto di morire tra un’ora. Da un poeta che non è mai in trionfo, e che non ha mai detto che avevamo bisogno di questa pandemia per ritrovare noi stessi. Arminio celebra questa fratellanza con la paura, mentre si inginocchia per i morti, mentre cerca sollievo in un albero, o negli occhi di una donna, e le istruzioni di un uomo spaventato valgono più delle riflessioni di chi sente di avere capito tutto, di avere tutto chiaro. “Da bambino ogni tanto mi veniva la febbre e mia madre si allarmava. Ogni mio piccolo malanno per lei era la prova che non stavo bene. Mia madre aveva un problema sicuro: ero io. La mia febbre annunciava ai suoi occhi la disfatta imminente. Io ero colui che poteva avere la febbre, non colui che poteva vivere. Ancora oggi provo a uscire da questa crepa profonda in cui nascendo sono caduto”. La poesia, e la prosa poetica, hanno un potere balsamico dato dalla limpidezza e dalla semplicità, ma anche dall’offerta di sé. Questo è ciò che fa Arminio continuamente nelle parole: offre se stesso (lo fa anche in altri modi che gli sono congeniali: offrendo il suo numero di telefono a chiunque abbia bisogno di chiacchierare, impacchettando e spedendo i suoi libri a chi li desidera, in cambio di una bottiglia di vino o di un pezzo di formaggio, qualcosa di tipico del paese, da uomo entusiasta dei paesi, soprattutto quelli disabitati, ed entusiasta del baratto, ed entusiasta del segreto che porta con sé un pacchetto arrivato per posta).

 

“Il mondo è fatto così: se non lo allarghi si stringe”. Questo è il mio preferito di tutti i consigli poetici di un libro medicamentoso e a volte amaro come una medicina, per quanto è immerso nella coscienza della morte e del tempo sempre più piccolo, insufficiente, pieno di equivoci e di solitudine, che resta. “Sappi che si continuerà ancora per un poco con le solite manfrine ma nel complesso è finita, appartieni a una specie stanca, superata. Puoi essere sicuro che si muore e su quello che accade prima cerca di rimanere incerto”. Una volta ingoiato (e subito dimenticato) questo monito, ci si può dedicare a tutt’altro: a guardare ogni cosa come se fosse bella, ad allargare il mondo attraverso gli occhi, le mani e le parole. A stare bene, stando vicini alle cose.

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  • Annalena Benini
  • Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.