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La regina delle stoviglie che prendono vita e i fantasmi della nostra clausura

“Il novanta per cento della mia vita l’ho vissuta dentro la mia testa”, ha scritto Shirley Jackson. E adesso che ci siamo tutti ritirati dentro le nostre teste possiamo sentire meglio il perturbante delle piccolissime cose

2 Maggio 2020 alle 06:00

La regina delle stoviglie che prendono vita e i fantasmi della nostra clausura

Non è possibile, ci penso spesso, camminare più in fretta che si può e allo stesso tempo prendersi a calci da soli. Certo, uno si può fermare, se proprio ci tiene, e provarci, ma sembrerà un po’ sciocco, e io sciocca lo sembro già fin troppo.

Shirley Jackson, “Pomeriggio d’estate” (Adelphi)

 

Se durante questi pomeriggi di primavera vi ritrovate in tasca un euro e novantanove ancora da spendere, dovreste davvero comprare uno degli e-book di Adelphi, nella nuova collana Microgrammi. Poche pagine e grande godimento, oppure sollievo, o sbigottimento, o euforia. Racconti inediti, come questi due di Shirley Jackson riuniti in “Pomeriggio d’estate”, e come “Dolore” di V.S. Naipaul, oppure semplicemente preziosi, come “Un delitto in Gabon” di Simenon, o “La casa dei ricchi” di Carlo Emilio Gadda. Ma l’elenco è lungo ed è una vera bellezza, con Borges, Carrère, Jean-Henri Fabre che svela le abitudini dello scarabeo come in una storia poliziesca.

 

E poi questi Microgrammi funzionano a volte da antipasto: nel caso di Shirley Jackson c’è la promessa che in un futuro prossimo e più libero verranno pubblicati da Adelphi tutti i suoi racconti, che sono tanti e che sono stati ritrovati in gran parte postumi, dentro una scatola davanti alla porta di casa dei suoi figli. Shirley Jackson, la regina delle stoviglie della cucina che prendono vita, avrebbe saputo raccontare la nostra clausura in modo affascinante e inquietante, avrebbe individuato la ferocia repressa di chi passa il tempo alla finestra a cercare qualche disobbediente da denunciare, e eventualmente linciare, e ci avrebbe fatto ridere e sobbalzare di paura.

 

“Il novanta per cento della mia vita l’ho vissuta dentro la mia testa”, ha scritto Shirley, e adesso che ci siamo tutti ritirati dentro le nostre teste (a qualcuno è andata bene, ad altri peggio) possiamo sentire meglio il perturbante delle piccolissime cose, e anche la voglia di prenderci a calci da soli. “Be’, comunque proprio oggi volevo prendermi a calci da sola, mentre camminavo con le braccia cariche di borse della spesa e un’enorme nube di tetri presentimenti localizzata da qualche parte sulla nuca”. Dimity Baxter è una bella ragazza dalle gambe lunghe, specializzata in pasticci, e pensa di dire continuamente cose troppe stupide, non essendo affatto stupida. Ha invitato a cena un uomo insopportabile, per giunta cuoco, un uomo che dice: “Il problema, con le donne, è che…”. L’ha invitato a cena per dimostrargli che le donne sanno cucinare benissimo, e che non riempiono le costolette di salse, come lui sostiene. Il problema è che lei non sa cucinare, e che le costolette le cadono dalla finestra. In un crescendo di uova per terra, e farina dappertutto, e chi legge pensa: questa è la fine, quella ragazza ora si butterà dal balcone. E invece, che meraviglia, che esaltazione, che sogno: a volte la soluzione di tutto è una doccia calda, interminabilmente lunga, proprio all’ora in cui l’ospite sta per arrivare e la cucina è un delirio. “Una volta vestita, senza più fumo nei capelli e farina sotto le unghie, mi sentii meglio. Mi sentivo quasi allegra, in effetti, al pensiero che un giorno, tra dieci anni o forse più, vivendo magari a cinquecento miglia di distanza da Hugh Talley, questa giornata avrebbe cominciato a sembrarmi meno importante, e forse perfino divertente”. Non dirò mai che cosa succede a Dimity e al suo ottuso e presuntuoso, rozzo ospite, ma grazie Shirley Jackson per averlo scritto. E grazie per il secondo racconto, perturbante come sei tu, Shirley Jackson, con quel senso di pericolo costante, che dondola tra la dolcezza e lo sbigottimento. Non basta non mettere mai giù il piede dal marciapiede per non incontrare un fantasma.

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