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Il ruggito delle tigri dell'Europa dell'est

Polonia, Repubblica ceca, Ungheria, hanno performance economiche dirompenti. Nonostante i populismi, scrive Politico, la loro crescita si deve al successo dell’Eurozona

5 Febbraio 2018 alle 11:16

Il ruggito delle tigri dell'Europa dell'est

Una manifestazione a Varsavia (foto LaPresse)

Abbandoniamo per un attimo la politica e consideriamo solo l’economia”, scrive su Politico Lili Bayer. Alcuni paesi dell’Europa centro-orientale sono finiti nella lista nera di Bruxelles per aver varato delle leggi controverse, ma, se si guarda solo ai conti, sono proprio questi ad aver registrato delle performance economiche inaspettate. Il pil in Romania è aumentato del 6,4 per cento. Varsavia, Praga e Budapest crescono più rapidamente di quanto faccia qualsiasi altro paese dell’Europa occidentale. “In queste nazioni le cose sono cambiate molto rapidamente: alto livello di vita, edifici ricostruiti, tecnologia e soprattutto una pletora di investimenti stranieri”, fa notare la giornalista.

 

Il blocco orientale dell’Unione europea sta sicuramente vivendo un periodo economico molto florido, nonostante la regressione politica, ma tanta prosperità altro non è che il frutto del mercato unico europeo, dal quale i partiti nazionalisti vorrebbero uscire. Il basso tasso di disoccupazione che alimenta la fiducia dei consumatori e la domanda interna sono risultati ottenuti grazie al denaro che l’Ue continua a versare a queste regioni. In Ungheria, il tasso di disoccupazione è talmente basso che rappresenta un problema, perché questo comporta una domanda talmente elevata che trovare nuovi lavoratori non è facile, tanto che la Polonia, per esempio, ha iniziato a importare forza lavoro dall’Ucraina e dalla Bielorussia. Delle performance economiche così dirompenti portano i leader politici di queste nazioni a pretendere maggiore potere decisionale all’interno dell’Europa, soprattutto per quanto riguarda il futuro.

 

Ma dietro a questa crescita repentina, e a tratti irruenta, si nasconde il successo dell’Eurozona. L’Ungheria e la Polonia non sarebbero contente di ammetterlo, ma l’ironia sta proprio nel fatto che il boom di questi paesi dipende dal successo economico della Germania, della Francia e anche dell’Italia. La ripresa in quest’area ha stimolato la domanda di esportazione dall’Europa centrale e orientale e ha, di conseguenza, creato nuovi posti di lavoro proprio in questa regione, dove molte grandi aziende occidentali hanno dislocato le loro fabbriche e i loro uffici anche per il costo del lavoro inferiore. Il primo ministro ungherese Viktor Orbán ha più volte detto che il gruppo di Visegrad guiderà il budget europeo: “Nel 2030, l’Ue sarà finanziata soprattutto dalla Germania e dalle nazioni che fanno parte di V4”.

 

Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica ceca, sono molto più legate all’euro e all’Eurozona di quanto pensino, oppure di quanto ammettano. Secondo Politico, la crescita in realtà è una ragione in più per non far temere all’Europa una Polexit o una Czexit. E’ vero che questi paesi stanno diventando economicamente sempre più forti, e forse è anche vero che conteranno sempre di più, ma al di là dei proclami nazionalisti, sanno anche che slegarsi dai grandi finanziatori del loro boom economico sarebbe un errore. (Micol Flammini)

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