Può l'Ue allargarsi ancora a est?

La storia, la Russia, la corruzione. Perché l’apertura ai Balcani dell’Unione desta dubbi e preoccupazioni

5 Febbraio 2018 alle 18:09

Può l'Ue allargarsi ancora a est?

Ana Brnabic e Jean-Claude Juncker. Foto LaPresse

Fuori la Gran Bretagna, dentro Serbia, Montenegro, Macedonia, Kosovo, Albania e Bosnia-Erzegovina. L’Unione europea potrebbe arrivare a comprendere 33 stati nel 2025. Domani la Commissione europea pubblicherà un documento con i requisiti che i paesi balcanici dovranno rispettare se intendono diventare stati membri. Alla pubblicazione del documento seguirà la discussione al Parlamento europeo e l’Ue potrebbe così iniziare la sua più grande espansione degli ultimi vent'anni, in una regione che sta ancora facendo i conti con una storia molto recente.

 

Ci sono diverse riserve sull’entrata dei sei stati balcanici: il progetto, secondo alcuni diplomatici, potrebbe essere fin troppo ambizioso e quindi, poco fattibile, ma l'obiettivo è quello di rafforzare il rapporto tra Bruxelles e le nazioni che si sono formate dalla rottura della Jugoslavia, oltre all’Albania. Montenegro e Serbia hanno già aperto le negoziazioni da qualche anno (nel 2012 il Montenegro e nel 2014 la Serbia) e potrebbero diventare stati membri prima degli altri, ma anche per loro non sarà facile.

 

Il disegno esiste da tempo, già dalla fine della guerra nei Balcani: era poi stato accantonato dopo la crisi finanziaria del 2008 e oggi che l'Europa è salva per un soffio dalle forze disgreganti, affrontare un allargamento sembra un azzardo troppo grande da sostenere. Se i fan dell’espansione ritengono che i sei non sono mai stati degli outsider, hanno fatto sempre parte dell’Unione e congiungerli a Bruxelles potrebbe portare nuova energia, c’è chi teme che potrebbero invece complicare ulteriormente le dinamiche europee. Gli stati dovranno risolvere innanzitutto i problemi di corruzione, ma nono solo. Ci sono anche diverse questioni geopolitiche da affrontare che potrebbero costringere soprattutto Belgrado a rimettere in discussione il suo ruolo nei Balcani.

  
I rapporti con la Russia

 

Storicamente la Serbia è sempre stata un avamposto russo e alla Russia è legata anche da molte questioni culturali. La religione, la lingua, l’alfabeto. Con lo sguardo più rivolto a oriente che a occidente, i serbi non hanno mai fatto mistero del loro attaccamento a Mosca e se il presidente serbo, Aleksandar Vucic, continua a promuovere l’europeismo della nazione, il primo ministro, Ana Brnabic, è stata chiara nel dire che i serbi non hanno alcuna intenzione di rinunciare al loro rapporto privilegiato con la Russia. In un’intervista al Financial Times, la premier ammette che entrare in Europa è uno degli obiettivi del suo governo, ma non vede per quale motivo la Serbia dovrebbe tagliare i ponti con Mosca. “Non è leale chiederci di scegliere se stare con l’uno o con l’altro – ha detto Brnabic – Noi siamo europeisti e russofili”. Molti sono i punti che fanno discutere: alla fine del 2017, Vucic ha ricevuto sei MiG-29 dal Cremlino e quest’anno Mosca dovrebbe inviare anche carri armati e missili; nel frattempo, ha assicurato la Brnabic, Belgrado sta portando avanti tutte le riforme necessarie per entrare nell’Ue, ma non ha alcuna intenzione di unirsi al regime di sanzioni contro Mosca.

 

Con la Serbia come stato membro, secondo alcuni parlamentari europei, sarebbe molto più facile per la Russia destabilizzare l’Europa. Secondo altri, invece, portare la Serbia dalla parte dell’Europa sarebbe fondamentale per privare Mosca di un alleato storico.

   

Il Kosovo, la Macedonia e i confini

 

E’ sempre la Serbia al centro della questione kosovara. Da quando Pristina ha proclamato l’indipendenza nel 2008, le tensioni tra i due paesi, in undici anni, non hanno mai accennato a distendersi. Il 16 gennaio è stato ucciso il leader dei serbi in Kosovo, Oliver Ivanovic, e da allora i colloqui tra Belgrado e Pristina si sono fermati. Proseguono però gli scontri e le violenze tra serbi e albanesi. Vucic dovrebbe convincere i suoi del fatto che l’indipendenza del Kosovo è fondamentale per i negoziati con l’Unione europea, ma i serbi sono nazionalisti e se Vucic insisterà troppo sul riconoscimento dello stato, potrebbe perdere molto sostegno.

 

Lo status del Kosovo non riguarda solo Belgrado: non tutti in Europa lo hanno riconosciuto come stato. All’appello mancano Slovacchia, Romania, Grecia e Spagna. Madrid e Atene sono caute sulla questione perché temono che possa rappresentare un precedente, in particolare per la questione catalana e basca nella penisola iberica, mentre i greci temono per Cipro.

 

Domenica, i greci hanno protestato contro la Macedonia, che è tra i sei candidati a entrare nell’Unione. Al centro della contesa è il nome della nazione e se il governo greco ha detto di voler raggiungere un accordo con Skopje sulla disputa che va avanti dal 1991 – il paese da allora si chiama Fyrom (Former yugoslav republic of Macedonia), i greci non sono pronti ad accettarlo. Se i macedoni perseguiranno nella loro volontà di chiamare la propria nazione Macedonia, Atene si opporrà anche al suo ingresso nella Nato. Inoltre, i Balcani devono risolvere molti problemi bilaterali relativi ai confini con la Croazia e la Slovenia.
 

Sbilanciamenti a est

 

Quando Romania e Bulgaria, nel 2007 sono entrate a far parte dell’Unione europea, sono state messe sotto sorveglianza da Bruxelles per la corruzione dei loro governi: dopo dieci anni i problemi non sono risolti. L’apertura a est è al centro dell’agenda del semestre europeo in corso.  La presidenza bulgara ha deciso di puntare molto sull’apertura dei confini europei verso i vicini dei Balcani per uscire dalla posizione di isolamento territoriale e, forse, anche ideologico. Poco prima dell’inizio del semestre, il presidente bulgaro, Bojko Borissov, aveva invitato a Varna i premier di Serbia, Romania e Grecia, suscitando qualche preoccupazione a Bruxelles sull'eventualità della creazione di un blocco regionale simile a quello di Visegrad, di cui fanno parte Ungheria, Polonia, Repubblica ceca e Slovacchia. Jean-Claude Juncker, il presidente della Commissione europea, a settembre aveva auspicato che i sei paesi dei Balcani potessero ottenere i requisiti richiesti per entrare nell’Ue e ha lanciato un summit a maggio, a Sofia, interamente dedicato alla regione.

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