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Italia, sud con la vita

Assistenzialismo, incompetenza, tic antindustriali. Lega e M5s si candidano a battere il record di inefficienza dei governi precedenti nelle politiche per il mezzogiorno. Oltre l’Ilva: perché sarà il sud a dare una spallata all’immobilismo del governo. Inchiesta

10 Settembre 2018 alle 14:09

Italia, sud con la vita

La vignetta di Makkox per il Foglio del lunedì

Il reddito di cittadinanza con i fondi europei sottratti alle regioni negligenti nella spesa. E dieci anni a zero tasse per i pensionati italiani o stranieri che trasferiranno la residenza fiscale in Sicilia, Sardegna o Calabria. Così, con due fulminee quanto bislacche intuizioni di fine estate, una dei Cinque stelle e l’altra della Lega, il sud può diventare il più grande gerontocomio del pianeta, una enorme casa di cura pubblica che si mantiene da sé. A dispetto di quei fastidiosi oleodotti, che deturpano un certo “pensiero meridiano” assai più dell’ambiente, o di quelle cattedrali industriali come l’Ilva, il cui salvataggio in zona Cesarini ora mette a rischio il rapporto tra la leadership di Di Maio e la base pentastellata. Se queste sono le idee che contano – altre non se ne trovano nel contratto di governo – il futuro del Mezzogiorno è già bell’e scritto. E la maggioranza gialloverde può battere un record proibitivo: fare peggio di quanto hanno fatto i governi di centrosinistra e centrodestra con i loro inutili incentivi, programmi, patti, contratti, bonus e quant’altro la fervida fantasia lessicale dei burocrati ha partorito nei venticinque anni della negletta Seconda Repubblica.

  

Nando Santonastaso, editorialista del Mattino e attento osservatore dell’economia meridionale, non ha dubbi: “Il braccio di ferro con Bruxelles l’Italia non lo farà sulla flessibilità, ma sulla destinazione di quel tesoretto. Decine di miliardi sui quali avere mano libera per finanziare il reddito minimo. Le prime mosse della ministra Barbara Lezzi sono state più che un indizio. Ha messo in mora i governatori in ritardo, ha fatto intendere senza mezze misure che a lei le grandi opere fanno lo stesso effetto della benzina su una ferita aperta. Ho la netta sensazione che la strategia sia quella di dirottare i fondi europei verso i centri per l’impiego. Che, in fondo, sono sempre in carico alle regioni. E il gioco è fatto. Sperando che l’Europa accetti, magari in nome del male minore”.

  

L’intera macchina dell’interventismo statale resterà lì, eretta a Mezzogiorno, come una cattedrale degli sprechi 

Non è scontato. La Commissione europea non è un passacarte che mette timbri al buio. Lo sapeva bene Padoan. Quando è andato a chiedere l’autorizzazione per il credito d’imposta sugli investimenti, i burocrati di Bruxelles hanno preteso un piano di valutazione rigorosa degli effetti. Che cosa diranno ora di un sussidio che al sud somiglia tanto a un vitalizio, se è vero che per perderlo occorrerà dire tre volte no ad altrettante offerte di lavoro sotto casa? “L’Italia ha bisogno di uno strumento contro la povertà – dice Nicola Rossi, presidente dell’Istituto Bruno Leoni, custode di un pensiero liberale che da queste parti non se la passa proprio bene – La nostra spesa assistenziale vale sessanta miliardi e non funziona. Per il 15 per cento finisce nelle tasche dei benestanti. Se loro, i Cinque stelle, dicessero di voler rifondare il welfare spazzando via le indebite e inutili elargizioni, allora sì che il reddito di cittadinanza avrebbe un senso. Ma l’idea di giustapporlo all’esistente è figlio di crassa ignoranza, perché rischia di accentuare l’iniquità del sistema. Riflettano i nuovi signori del Palazzo”.

  

Hanno già riflettuto. E hanno detto già in campagna elettorale che gli 80 euro, vituperata “mancetta” di Renzi, non si toccano. Tutto ciò che è acquisito in Italia non si tocca. Fatta eccezione per i vitalizi retributivi di una pattuglia di vegliardi ex parlamentari, da punire ed esporre alla pubblica gogna, per umiliare la politica come conviene ai tempi. Il resto, l’intera macchina dell’interventismo statale resterà lì, eretta a Mezzogiorno, come una cattedrale degli sprechi e della cecità. In nome di un consociativismo che, con i nuovi democristiani pentastellati, diventa tripartisan.

  

Il reddito minimo non porterà allo sviluppo del sud né più né meno di quanto abbiano fatto venticinque anni di politiche distributive

Ma è qui che non tornano i conti. Il reddito minimo non porterà allo sviluppo del sud né più né meno di quanto abbiano fatto venticinque anni di politiche distributive seguite alla fine dell’intervento straordinario e cofinanziate con i fondi europei. La Banca d’Italia su questo ha pochi dubbi. Lo certifica ormai un decennio di analisi empiriche, condotte con tecniche statistiche di tipo controfattuale, come quelle usate per testare l’efficacia dei farmaci: si prendono due gruppi di controllo, al primo si somministra il principio attivo, al secondo solo un placebo. Poi si valutano gli effetti. E gli effetti sono pressoché nulli, dal 1994 ad oggi. Dalla prima legge 488 (qualcuno ricorda i finanziamenti a fondo perduto alle imprese?) fino all’ultima pioggia di agevolazioni, gli incentivi agli imprenditori non rilanciano gli investimenti in maniera strutturale, i bonus ai disoccupati non producono lavoro oltre il tempo della loro validità, gli aiuti alle famiglie non cancellano la povertà. Lo stesso accade per i fondi europei connessi ai tanti contratti di programma, contratti d’area, patti territoriali e altri alambicchi burocratici, usciti dalla fantasia dell’ex ministro Fabrizio Barca nell’era Ciampi e transitati fino al governo Gentiloni. Il loro timido beneficio è concomitante con l’assegnazione dei fondi sul breve periodo, ma si estingue del tutto con la cessazione della misura. Lo testimonia per primo uno studio di due economisti di Bankitalia, Emanuele Ciani e Guido De Blasio, intitolato “Soldi dei fondi strutturali a impatto zero” e pubblicato su lavoce.info nel 2015. 

  

Senonché altrove le cose non vanno allo stesso modo. Paesi come Spagna, Portogallo e soprattutto Irlanda con lo stesso ammontare dei finanziamenti hanno rimesso in piedi l’economia di interi territori, mentre l’Italia si colloca da sempre sotto la media europea. Una spiegazione condivisa ormai dalla maggior parte degli esperti di settore la fornisce un economista tedesco, Sasha Becker: la produttività dei finanziamenti dipende in larga misura dalla qualità delle istituzioni e dalla loro interconnessione. Poiché si tratta di programmi complessi, si fermano quando si interrompe la linea di trasmissione tra livelli centrali e locali. Tra Bruxelles e un comune dell’Irpinia, per fare un esempio, i livelli sono troppi e non sempre sintonizzati. L’indagine dell’economista tedesco, pubblicata sul portale VoxEU.org, individua alcuni indicatori di qualità istituzionale, che vanno dal funzionamento della macchina comunale alla capacità di gestire i servizi di pertinenza come i rifiuti. A una pagella più virtuosa degli enti locali si associa in maniera direttamente proporzionale un risultato migliore dei finanziamenti europei. Da ciò una convinzione si fa strada nelle élite tecnocratiche della Commissione: la gestione dei finanziamenti presupporrebbe un approccio differenziato. Dove ci sono amministratori capaci, i fondi attecchiscono nel territorio e producono sviluppo stabile. Dove il livello istituzionale è degradato c’è bisogno di un’assistenza tecnica continua tra il centro e la periferia. E nei casi più gravi è opportuno ricentralizzare la spesa. Ammesso che al centro si riscontrino, ed è circostanza questa tutta da verificare in Italia, competenze maggiori.

  

I casi più gravi riguardano le infiltrazioni mafiose nel Mezzogiorno, come evidenziano altri due studi. Quello di Guglielmo Barone e Gaia Narciso, intitolato “Gli effetti del crimine organizzato sui fondi pubblici”, che documentava qualche anno fa l’efficienza amministrativa della mafia come catalizzatore dei fondi della 488. E quello, recentissimo, di Ilaria De Angelis, Guido De Blasio e Lucia Rizzica, intitolato “Sugli effetti non voluti dei pubblici trasferimenti”, che mostra una relazione statistica netta tra i comuni che ricevono fondi strutturali ed episodi di corruzione censiti negli stessi comuni dagli archivi della Polizia di Stato.

  

Se la stagione degli incentivi delude i tecnici e gli accademici, non altrettanto accade nel dibattito civile e politico. Dove ci si straccia le vesti perché i soldi sono pochi, e perché non riusciamo a spenderli. Cosicché all’ultimo miglio finiamo per fare tanti inutili marciapiedi pur di non perdere i finanziamenti.

  

Paesi come Spagna, Portogallo e soprattutto Irlanda con lo stesso ammontare dei finanziamenti europei hanno rimesso in piedi l’economia di interi territori, mentre l’Italia si colloca da sempre sotto la media dell’Unione

Non per questo il sud è uscito dalla crisi che lo ha travolto nel 2008. Ci si può consolare con la filosofia dello “zerovirgola”, e raccontarsi che nel biennio 2015-2016 il suo pil è cresciuto del 2,1 per cento contro l’1,7 del nord, e che nel confronto con questo il suo reddito pro capite è passato dal 55,6 al 56,1 per cento. Oppure guardare in faccia la realtà del rapporto Svimez 2018, che la mette in tutt’altro modo. E spiega per esempio che tra il 2008 e il 2017 il sud ha perduto 10 punti di pil contro i 4 del nord, che i consumi sono ancora molto deboli, che gli investimenti pubblici sono calati del 40 per cento, che i grandi capitali stranieri hanno preso da tempo a girare al largo da queste latitudini, che l’occupazione manca di 310 mila unità rispetto ai livelli pre-crisi, che tra il 2012 e il 2016 il saldo negativo dei trasferimenti al nord e all’estero è di 783 mila persone, 220 mila delle quali laureate, che crescono i cosiddetti giovani-vecchi, cioè quei giovani non più tanto giovani in condizioni di marginalità sociale, che il tasso di occupazione tra i 15 e i 34 anni è passato in un decennio dal 35,8 al 28,5 per cento, che la povertà relativa è al 33,8 per cento contro il 13,8 per cento del centronord, che gli asili nido pubblici coprono appena il 4,7 per cento della domanda contro il 16 per cento del nord, che imparagonabili sono addirittura i posti letto negli ospedali, i livelli dei servizi essenziali, dell’assistenza domiciliare agli anziani e più in generale tutte le performance della pubblica amministrazione.

  

“Se guardiamo con onestà intellettuale a questo decennio – dice Nicola Rossi – constatiamo che il sud dalla crisi esce ancora più prostrato. Ma anche se guardiamo agli ultimi venticinque anni, dobbiamo riconoscere che l’intera politica degli incentivi succeduta all’intervento straordinario non ha prodotto nulla. Il divario con il nord è intatto, le prospettive di recuperarlo si sono addirittura ridotte. Allora, di fronte a un simile fallimento, ti aspetteresti che a destra o a sinistra si facesse autocritica e si cambiasse strada. Invece no, nonostante il fallimento conclamato quelle politiche restano in piedi e oggi transitano dai vecchi ai nuovi distributori di risorse. Il motivo è che hanno generato un sistema burocratico consociativo fatto di politici, burocrati e professionisti che ci campano sopra. Ma soprattutto sono diventate un canale di selezione della classe dirigente. Che non viene più eletta e nominata perché sa governare e amministrare. Ma perché ha imparato a pronunciare la fatidica frase: adesso faremo arrivare i soldi. Così i soldi perpetuano il consenso ed alimentano un circolo vizioso che segna il divorzio tra i saperi e i poteri nel Mezzogiorno”.

  

Con i Cinque stelle al governo la storia si ripete. La neoministra per la Coesione recita, forse senza saperlo e con qualche sbavatura sintattica in più, il copione dei suoi predecessori. C’è da rendicontare entro dicembre 2018 la prima tranche di fondi europei 2014-2020. Fanno qualcosa come nove miliardi, ma ne sono stati spesi solo due. Ed ecco gettare la colpa sui predecessori, accelerare annunciando un commissariamento non compatibile con le regole della devoluzione tra stato e regioni, e promettere incentivi. Convincerò il ministro Tria, fa intendere al Fatto: “Ho già pronto un piano per sgravare di tutti i contributi le imprese che assumono per tre anni e rimedierò all’inerzia dei veti politici che fermano l’iter dei progetti degli enti locali”.

  

Nicola Rossi: “Se guardiamo agli ultimi venticinque anni, dobbiamo riconoscere che l’intera politica degli incentivi succeduta all’intervento straordinario non ha prodotto nulla” 

Finge di non sapere, la giovane leccese catapultata a Palazzo, che le modalità di spesa sono costruite in Italia sull’attesa. Perché niente cattura il consenso meglio della promessa della spesa fino al giorno prima delle elezioni. Così i fondi europei sono diventati una camicia di forza infernale sul destino del Mezzogiorno. A ciò si aggiunge che i veri gap infrastrutturali vanno oltre la competenza delle regioni, al netto della loro ormai cronica incapacità. “Dalle reti ferroviarie, come la Napoli-Bari o la Salerno-Reggio, ai porti di rilevanza continentale – dice ancora Nicola Rossi – non c’è un solo grande problema meridionale che possa dirsi regionale. Altri Paesi sono riusciti a darsi una governance in grado di concentrare massa critica su alcuni progetti di sviluppo reale, noi continuiamo a dividere la torta cercando di accontentare tutti, usando le politiche di coesione per stabilizzare il consenso. Fingiamo di non capire che lasciando alle regioni la possibilità di decidere tutto finiamo per promuovere equilibri collusivi che nulla hanno a che fare con lo sviluppo dei territori”.

   

L’elettoralismo e l’incompetenza hanno zavorrato il Mezzogiorno da un quarto di secolo. Il primo pertiene alla politica e alla cultura. Il secondo alla fragilità dei saperi nella pubblica amministrazione. Il risultato di entrambi sono i ritardi nella spesa e i progetti parcellizzati e inutili. Altrove, ponendo riparo almeno al secondo dei gap, quello tecnico, si è in parte ridotto anche il primo, quello politico. Ne è testimonianza l’esperienza inglese di “What works”, il centro per lo sviluppo della politica economica locale diretto da Henry Overman. L’economista della London School of Economic guida un gruppo di ricercatori, pagati dal governo inglese, che si mettono al servizio delle policy locali riguardanti i sussidi alle imprese, i progetti di formazione o le opere di rigenerazione urbana, fino alla realizzazione di reti infrastrutturali materiali e immateriali. Con il loro know how aiutano gli amministratori a consorziarsi e investire insieme in fattori di sviluppo reale per il territorio.

  

Nessuna centrale tecnocratica e nessuna cultura politica hanno fin qui curato la litigiosità inconcludente del Mezzogiorno, ancora rappresentato da governatori del Pd che tra loro non dialogano e che da qualche tempo sperimentano anche quanto sia difficile dialogare con il governo. Qui, anche nelle regioni più vitali la politica degli incentivi e dei patti denuncia la sua incompiutezza. Tra il 2015 e il 2017 la Campania ha preso cinque punti di pil e con il credito d’imposta e i contratti di sviluppo ha attirato investimenti nelle quattro “A”, che rappresentano i punti trainanti della sua economia: aerospazio, automotive, abbigliamento e agroalimentare. Ma i dati sociali confermano un’emergenza drammatica. “L’errore è stato quello di non costruire un ponte tra le misure strutturali e la questione sociale – spiega Amedeo Lepore, economista Luiss e assessore alle attività produttive prima del rimpasto del 2018 – Il reddito di inclusione ha funzionato su una fascia molto ristretta rispetto al perimetro del disagio. Se però adesso i Cinque stelle spostano le poche risorse disponibili sul reddito di cittadinanza tutto è perduto”.

  

Per salvare il sud bisognerebbe sottrarre la programmazione economica dei territori all’uso strumentale di una politica localistica che piega le scelte di lungo periodo alla difesa del consenso

Per salvare il sud bisognerebbe sottrarre la programmazione economica dei territori all’uso strumentale di una politica localistica che piega le scelte di lungo periodo alla difesa del consenso. Ciò significa rimettere mano alle regole del federalismo e ridefinire le competenze tra stato ed enti locali su base costituzionale e ordinaria. Il fallimento del referendum proposto dal governo Renzi ha gettato il Paese in una gabbia di inefficienza istituzionale che la divisività delle forze politiche nella sfida referendaria ha del tutto sottovalutato o piegato agli interessi del conflitto. A meno di due anni da quel sonoro “No”, che spense le aspirazioni riformiste del giovane leader progressista, la Repubblica somiglia a un campo di gioco dove si disputa, ad armi impari, un infuocato derby nord-sud. Da una parte ci sono i governatori leghisti che invocano il cosiddetto regionalismo e geometria variabile, in grado di rendere compiuto il federalismo fiscale per evitare che la solidarietà dei territori forti verso quelli deboli risponda alla mera logica della copertura del disavanzo dei bilanci in deficit o, peggio ancora, al ripiano a piè di lista. Dall’altra il sud invoca la riserva obbligatoria del 34 per cento della spesa in conto capitale. Che Gentiloni aveva annunciato in consiglio dei ministri, ma mai tradotto in una delibera vincolante per i ministeri a cui era rivolta. E che ora i Cinque stelle dicono di voler rendere operativa, estendendola anche alle società pubbliche e partecipate.

  

È una vecchia questione. Si trascina dai tempi della famosa legge Calderoli sul federalismo, che prevedeva una perequazione, riconoscendo un tetto minimo del 27 per cento al sud per la spesa ordinaria. La legge non fu mai applicata perché la Lega si rese conto che non avrebbe portato nulla alla sorte, allora cara in via esclusiva, delle regioni del nord. Per il presidente della Svimez, Adriano Giannola, è la “battaglia della Marna. Se in questi anni quella clausola fosse stata applicata – dice – la perdita del pil del Mezzogiorno durante la crisi sarebbe stata più che dimezzata. Ma oggi quel tetto è una garanzia anche per il nord, perché rappresenta il recupero di una visione nazionale senza la quale il Paese intero non ha futuro. I governatori settentrionali credono, accaparrandosi le risorse erariali, di godere di un residuo fiscale privilegiato. Sbagliano, la loro è una posizione di vantaggio fittizia e non strutturale. Possono esportare quello che vogliono, ma il nord non ha futuro se non riposiziona l’economia del Paese verso uno sviluppo mediterraneo sostenibile”. E snocciola una serie di previsioni catastrofiche attribuendole a dati di Bankitalia: “Qui è esplosa una bomba demografica, se non si inverte il trend in trent’anni il sud non esisterà più. Il leghismo in salsa nazionale e meridionale è un grande inganno, dietro il quale si nasconde il vecchio e suicida disegno indipendentista del nord. E i Cinque stelle rinunciano a capirlo. Dovrebbero studiare di più per difendersi”.

  

Il federalismo fiscale al nord e la riserva obbligatoria della spesa per il sud stanno insieme in un contratto di governo solo se non si guardano mai in faccia. Cioè come affermazioni di principio, buone per imbonire l’elettorato. Altrimenti sono incompatibili. “La verità è che oggi la spesa per il sud sta quasi dieci punti sotto la soglia del 34 per cento – dice Amedeo Lepore – A parità di risorse, perequare il divario significa togliere al nord. Lo consentirà mai la Lega?”

 

Qui entrano in gioco i ministri pentastellati. Che, al netto del reddito di cittadinanza, non hanno alcuna visione del sud. E più o meno consapevolmente si riposizionano sulle orme dei governi riformisti che li hanno preceduti, con una pregiudiziale antindustriale che impedisce loro di osare di più. “Sembra un paradosso, ma stanno puntando sulle stesse misure dei governi Renzi e Gentiloni – dice Nando Santonastaso – Vogliono allargare i bandi dei prestiti di “Resto al sud” agli over 36, per rimpinguare le tremila domande finora presentate e finanziate dall’ex ministro De Vincenti con un miliardo e duecento milioni. E vogliono decontribuire per tre anni le assunzioni a tempo indeterminato, ma tra le intenzioni e i fatti mancano cinque miliardi. Poi pretendono di scremare tutti i progetti di grande opere già selezionati dai precedenti governi, e c’è da giurare che questo fermerà i cantieri. Per fortuna le imprese iniziano a ricevere i fondi del credito d’imposta, che la burocrazia dei certificati antimafia aveva bloccato per un anno e che adesso il Viminale ha sbloccato con una circolare. Come sempre al sud quel poco di movimento che c’è lo fanno i privati”.

  

“Non bastavano i califfi del Pd, la burocrazia inefficiente, la retorica vittimista, adesso ci tocca fare i conti con il benaltrismo dei Cinque stelle…”, dice Bentivogli

Così la filosofia dello “zerovirgola” si avvia a diventare un pensiero unico dell’inconcludenza che transita intatto tra due diverse stagioni della storia meridionale. Anche il destino dell’Ilva ha rischiato di essere l’emblema di questa politica pavida, che dietro i proclami rivoluzionari procede a tentoni tra incompetenze e deficit di leadership. “Quella dell’Ilva è stata per mesi una commedia dell’arte sullo scaricabarile della cultura amministrativa e politica del Paese – dice Nicola Rossi – Tutti gli enti consultati, dall’Anac all’Avvocatura, segnalavano criticità ma nessuno, e neanche Di Maio, ha avuto il coraggio di avallare o fermare il primo percorso intrapreso, scaricando in un certo senso sull’accordo tra sindacati e impresa la responsabilità politica di difendere la continuità aziendale. Allo stesso modo tutti sanno che le politiche fin qui perseguite non funzionano, ma nessuno osa cambiarle. E scommettere su un abbattimento della pressione fiscale alle imprese, ancorando per esempio l’Ires al gap infrastrutturale del sud rispetto al nord. O, ancora, legare i contratti di lavoro alla produttività, lasciando che quello collettivo nazionale regoli solo la parte normativa e quello aziendale stabilisca i livelli retributivi sulla base delle leggi del mercato. Non accadrà mai. Senza logiche distributive la politica perderebbe il principale canale di formazione del consenso. E senza contratti nazionali molti sindacalisti andrebbero a spasso”.

  

Tutto si tiene. La politica degli incentivi inutili e la cultura antindustriale al sud s’incontrano in un valzer dell’ipocrisia pubblica. Tutte e due proclamano valori e principi. Tutte e due inseguono cinicamente il consenso. In perfetta continuità tra i vecchi satrapi del Pd, come Michele Emiliano, che per anni ha giocato d’azzardo con l’Ilva e con la Tap in una regione che ha il doppio dei disoccupati della media europea, e i nuovi signori delle piazze virtuali, come Luigi Di Maio, che proclama la sostituzione delle grandi reti di trasporto con la stampante 3D. “Di Maio purtroppo non conosce né l’impresa né la stampante 3D – dice Marco Bentivogli, sindacalista atipico alla guida dei metalmeccanici Cisl – Non bastavano i califfi peronisti del Pd, la burocrazia inefficiente, la retorica vittimista, il dumping dell’illegalità, adesso ci tocca fare i conti con il benaltrismo dei Cinque stelle. Qui serve qualcuno che inverta la desertificazione industriale, invece il contratto di governo giallo-verde riserva al sud una paginetta sui voucher e l’assistenzialismo del reddito di cittadinanza. Il popolo meridionale è rimasto vittima di un imbroglio e noi continuiamo a ricevere, nelle sedi del sindacato, cittadini che ci chiedono come fare per ottenere il vitalizio. Al sud c’è un problema che riguarda l’opinione pubblica più grave di ogni altro: il divario tra i voti generosi in pagella e i risultati impietosi dei test Invalsi sono un’ipoteca che peserà sul futuro delle generazioni”.

   

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