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Il dramma di un governo che trasforma la cultura del No in una rivoluzione positiva

Claudio Cerasa

Olimpiadi, vaccini, manovra, ponte. Un partito nato sull’onda di un vaffanculo moralista non può che considerare l’immobilismo come l’unica forma di legalità consentita

C’è un filo sottile che lega come se fossero tasselli di un’unica storia l’approccio scelto un anno fa da Virginia Raggi sulle Olimpiadi a Roma, l’approccio scelto oggi dal Movimento 5 stelle sulle Olimpiadi a Torino, l’approccio scelto dal governo sul tema del lavoro, sul tema della Tav, sul tema del Tap, sul tema dei vaccini, sul tema dell’Europa, sul tema della ricostruzione del ponte di Genova e sul tema dell’elaborazione della prossima legge di Stabilità.

 

Il filo sottile non riguarda la dubbia competenza mostrata dalla Di Maio-Salvini Associati su questi dossier, ma riguarda un problema più grande, che se vogliamo è il vero tratto distintivo del governo del cambiamento: l’incapacità di elaborare una traiettoria politica in grado di emanciparsi dall’estremismo veicolato dalla cultura del No. La ragione per cui prima Virginia Raggi e poi Chiara Appendino non hanno potuto combattere per regalare alle proprie città tormentate l’occasione di ospitare due edizioni differenti dei Giochi olimpici è esattamente la stessa che oggi porta Di Maio e Salvini a tergiversare sia sulle infrastrutture da costruire (Tav, Tap) sia su quelle da ricostruire (il ponte). E non si tratta, come ha argomentato ieri Massimo Franco sul Corriere della Sera, di un tradimento programmatico rispetto al moderatismo del Movimento 5 stelle (really, Massimo?). Ma si tratta viceversa della perfetta coerenza con le proprie origini estremiste.

 

Un partito nato sull’onda di un vaffanculo moralista non può che considerare l’immobilismo come l’unica forma di legalità consentita. E se hai abituato i tuoi elettori a considerare il non fare nulla come l’unica forma di legalità, non potrai che trasformare ogni scommessa legata al futuro in una potenziale fonte di problemi e non in una potenziale fonte di opportunità. La sottomissione alla cultura del No è destinata a far ingrossare enormemente la bolla dell’inaffidabilità di un paese e se poi la politica dell’immobilismo si fonde in modo inossidabile con la cultura dell’alibi il risultato non può che essere il frutto che verrà generato dalla prossima legge di Stabilità: la fuga dalla realtà.

 

E’ a causa della cultura del No, dove per no in questo caso si intende il no ai vincoli europei e il no al rispetto dei contratti, se negli ultimi mesi l’Italia è diventata un posto in cui investire non è più un grande affare. Ma sarà proprio a causa della sottomissione alla cultura del No se il governo – la cui maggioranza ha approvato ieri al Senato in via definitiva il Milleproroghe che per non scontentare il movimento No Vax rinvia di diversi mesi l’obbligo vaccinale per i bambini a scuola – nelle prossime settimane costruirà una legge di Bilancio tarata per andare incontro più agli estremismi degli italiani che alle priorità dell’Italia. Se scegli di trasformare nella priorità di un paese più la demolizione del passato che la costruzione del futuro, e se scegli di nascondere ogni problema di efficienza dell’Italia giocando con l’alibi della guerra contro l’Europa, alla fine sarai portato inevitabilmente a utilizzare i pochi soldi a tua disposizione solo per distribuire piccole mance, che ti aiuteranno forse a far crescere i tuoi consensi ma che difficilmente ti aiuteranno a far crescere l’economia. In un momento in cui la crescita dell’Italia registra un calo progressivo (l’Ocse ieri ha rivisto il pil al ribasso da +1,4 a +1,2), in cui le richieste di disoccupazione ricevute a luglio dall’Inps sono aumentate rispetto a un anno fa del 9,4 per cento, in cui gli ordinativi industriali calano del 2,1 per cento, in cui le esportazioni calano del 2,3 per cento, in cui la produzione industriale cala dell’1,8 per cento, avere un governo che fa dell’immobilismo e della cultura del no i propri punti di forza rischia di peggiorare gravemente i problemi di un paese. Alle elezioni, i populisti hanno dimostrato di conoscere meglio di chiunque altro le paure degli italiani. La prossima legge di stabilità potrebbe dimostrare che nonostante lo sforzo eroico del professor Tria un conto è conoscere le paure degli italiani un altro è trovare le soluzioni. Ma per quanto possa essere deluso Massimo Franco la sottomissione alla cultura del No non è un passaggio a vuoto del populismo ma è la sua essenza. E’ il vaffanculo, bellezza.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.