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La divergenza infinita tra nord e sud

Restano antiche frizioni che frenano l’integrazione dell’Eurozona. Idee per superarle

14 Gennaio 2018 alle 06:00

La divergenza infinita tra nord e sud

I rappresentanti dei paesi del sud Europa riuniti nel vertice di Roma. Foto LaPresse / Roberto Monaldo

Il peccato d’origine non è purificato dal lavacro della fonte battesimale. La volontà politica di tagliare traguardi nel processo di integrazione fece proclamare l’Unione europea sorvolando sulla principale questione di fondo: il ravvicinamento tra le economie dei paesi partecipanti, più agevolmente realizzabile anni addietro, non è, fin qui, riuscito a prender corpo. Le diversità strutturali tra di esse prorompono sul proscenio appena si mette mano ad assetti della complessa architettura europea, condizionando ogni decisione. Le diversità ora risultano accentuate con una propensione a ulteriori, significative, divaricazioni. Difficile porvi rimedio, insistendo su pretese di ottuso rigore o, per converso, su richieste di flessibilità senza controllo, per politiche assistenziali. In questo contesto sono avvenute mercoledì a Roma le discussioni tra sette paesi dell’Europa del sud – Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Grecia, Malta e Cipro – che condividono orizzonti comuni sulla crisi migratoria e sulla riforma della unione economica e monetaria in vista del vertice di marzo.

  

In questa fase è utile soffermarsi proposta della Commissione, sui ruoli di Ems (di febbraio 2012), del Fiscal compact (di cui al Trattato di stabilità di marzo 2012) e sulla creazione del ministro delle finanze dell’Eurozona da orientare verso strategie utili all’integrazione. Le divergenze, vedremo, restano. Per dotarsi di un meccanismo permanente di gestione della crisi di cui sopra, si concepì l’“istituzione finanziaria internazionale” Ems – col potere di emettere titoli per reperire risorse –, facendole ereditare le funzioni del fondo salva stati e di quello europeo di stabilizzazione finanziaria. All’Ems fu assegnato il compito del sostegno ai paesi dell’Eurozona in difficoltà, con l’obbligo, dello stato assistito, di rispettare vincoli di rigore, del tipo di quelli imposti alla Grecia. I paesi “virtuosi” propendono per la sua trasformazione in organizzazione intergovernativa, sul modello del Fmi; quelli “cicala” in uno strumento per venire a capo delle crisi bancarie. Le soluzioni, non incompatibili, vennero combinate e sperimentate proprio nel caso ellenico. Il Fiscal compact fu varato per realizzare l’unione dei bilanci nell’area Ue mediante il coordinamento e la governance delle politiche monetarie ed economiche. La “golden rule” del pareggio di bilancio negli ordinamenti degli stati firmatari è proprio di questo congegno, introdotto in un assetto nel quale già vigeva il Six pack (2011) e, con esso, l’obbligo della riduzione, in misura di 1/20 per anno, dell’eccesso di debito pubblico di uno stato, rispetto al livello “fisiologico” del 60 per cento del pil, pena la procedura d’infrazione. Sul Fiscal compact, in particolare, si accentua ora la contrapposizione tra paesi “virtuosi”, indisponibili a sopportare l’onere di diseconomie e debiti non propri, e quelli “cicala”, reputati spendaccioni e, comunque, meno sensibili alle politiche di stabilità. Unione dei bilanci, crescita sostenibile, sviluppo, competitività e coesione sociale, obiettivi dell’Ue, varando i congegni in discussione, allo stato delle cose, continuano ad apparire difficilmente perseguibili, in mancanza di appropriati strumenti per superare le criticità segnalate. Nelle economie deboli dell’euro riesce problematico uniformarsi a essi. Il dibattito sul Fiscal compact continua a oscillare tra la pretesa di perseverare con le politiche di deficit sino al 3 per cento del pil e quella opposta di perseguire senza esitazioni il pareggio di bilancio del Trattato di stabilità.

    

La scelta del deficit finisce con l’alimentare l’espansione del debito pubblico e di ampliare il divario tra paesi “virtuosi” e “cicala”; l’altra, del pareggio di bilancio senza se e senza ma, rischia di acuire e peggiorare le difficoltà delle economie già deboli, non potendosi nemmeno confidare nell’automatismo che, dal suddetto pareggio, fa discendere la certa riduzione del debito, dipendendo il tutto dalle decisioni e dalle azioni dei singoli governi. Con le politiche di spesa improduttiva e/o con l’insistenza su quelle di rigore diventa irragionevole ascrivere a puro scetticismo l’accentuazione dei divari tra economie in sofferenza e più progredite: non possono ulteriormente convivere insistendo nell’invocare, quelle più deboli, flessibilità nelle politiche di bilancio e, quelle più forti, perseverando nel manifestare crescente insofferenza nei confronti delle prime. Come colmare le distanze tra le suddette aree dell’Eurozona? Combinando misure di sostegno e controlli. Indispensabile stimolare, nelle aree con criticità, programmi d’investimento in infrastrutture materiali e umane (scuola e ricerca), per innescare la spirale (di keynesiana memoria) investimenti, reddito, risparmio, nuovi investimenti, supportati anche con finanziamenti della Banca Europea per gli Investimenti (Bei), da rendere sempre più attiva e impegnata sul punto. La “flessibilità”, a fronte di piani per la crescita, è realistica strategia per rilanciare le aree sofferenti e per far programmare la riduzione credibile dell’eccesso di debito in esse accumulatosi. In questa logica, comprensibile l’istituzione del ministro delle Finanze europeo, con appropriati strumenti di bilancio ed adeguati poteri per la messa in pratica di calibrate misure, compatibili con gli obiettivi di cui innanzi. In tal contesto ben si giustifica la stessa conversione del Ems in Fme (Fondo monetario europeo), prefigurando, con assennatezza, la sua governance, in maniera da assicurarne la sobria e puntuale gestione, evitando di farne preda di qualche rigorista forsennato. Mettendo in pratica le scelte suindicate si offrono, tempi, modi e strumenti per innescare un circolo virtuoso coerente con l’integrazione europea. Sullo sfondo, nel contempo, l’Ems, trasformato in Fme, visto l’esempio greco, può rappresentare uno strumento di dissuasione nei confronti degli stati che ancora si illudono di accarezzare politiche di lassismo e spesa improduttiva.

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