La prescrizione secondo Bonafede: i processi si allungano

Giuseppe Sottile

Come trasformare certi dispositivi delle leggi eccezionali in strumenti del populismo giudiziario. E ridurre le garanzie

Lui, Alfonso Bonafede, ministro di Giustizia, sa quali splendori albergano nella sua Sicilia. Ha memoria dei capricci barocchi, delle delizie arabe, delle meraviglie normanne. E sa pure che in questa terra di lava e di miele la mafia ha perso mentre lo Stato ha vinto. Un miracolo. Che si deve anche al fatto che qui la prescrizione – quella che lui, il Guardasigilli, ha abolito erga omnes – era stata spazzata via già negli anni Novanta dalle leggi d’emergenza approvate dal Parlamento per fronteggiare le stragi mafiose e per piegare l’arroganza sanguinaria di boss che rispondevano al nome di Totò Riina e Bernardo Provenzano, di Michele Greco e Pippo Calò, di Luciano Liggio e Leoluca Bagarella.

 

Furono leggi necessarie. Sacrosante, si stava per dire. Le propose Giovanni Falcone, il giudice che portò il gotha di Cosa nostra dietro le sbarre del maxi processo e fu poi ammazzato da una spaventosa esplosione di tritolo lungo l’autostrada che collega Palermo all’aeroporto di Punta Raisi. E le pretese anche Paolo Borsellino, pure lui giudice di grande coraggio, massacrato cinquanta giorni dopo nell’attentato di Via D’Amelio. Senza quelle leggi, boss e picciotti sarebbero ancora in giro per città e campagne a spartirsi gli appalti e i traffici di droga, a devastare la politica e la vita della gente, a spargere sangue e a seminare terrore.

 

Ora però quell’emergenza si è attenuata: i terribili “corleonesi” sono quasi tutti morti e i pochi che sopravvivono sono murati vivi in un carcere di massima sicurezza. Resta in piedi la mafia dei rimasugli: quella che non trova altro capo della cupola se non un vecchio di 80 anni, Settimo Mineo, un boss di mezza tacca già bruciato da un’antica condanna e dagli sfregi che le cosche rivali hanno assestato al suo prestigio e alla sua carriera. 

 

O quella, un po’ smarrita e un po’ stracciona, che cerca di sopravvivere taglieggiando fiorai e salumieri, imponendo guardianie ai cantieri di lavoro, oppure raccogliendo cinquanta o cento voti per i candidati più spericolati, ai quali nessuno ha detto che prima o poi arriverà l’avviso di garanzia per voto di scambio o, peggio, per traffico di influenze. E’ la mafia raccontata da Franco Maresco nel film che tanto ha entusiasmato la critica al Festival di Venezia; una mafia inzeppata manco a dirlo di omertà e canzoni neomelodiche, di cinismo e disincanto; e che si trascina, spacciando e rubacchiando, tra lo Zen e Passo di Rigano, tra Ballarò e la Vucciria.

 

Debbono valere anche per questi combattenti e reduci le leggi d’emergenza inventate trent’anni fa per sradicare la mafia tentacolare, quella che non dava scampo a niente e a nessuno? Il dibattito, come si suole dire, è aperto. E quasi certamente resterà tale per molti anni a venire. Intanto però – e Bonafede sa pure questo – alcuni dispositivi previsti dalle leggi eccezionali, come quello che raddoppia i tempi della prescrizione, sono stati trasformati in strumenti buoni per ogni populismo giudiziario: se ne servono i pubblici ministeri che vogliono a tutti i costi riscrivere la storia d’Italia; se ne servono i cosiddetti magistrati d’assalto: quelli inviati da Dio in terra per rovesciare il mondo come un calzino e trascinare in giudizio tutti i presunti colpevoli che ancora credono nella presunzione di innocenza; e se ne servono tutti quegli inquirenti e inquisitori che presi dal sacro fuoco del moralismo vedono la mafia anche dove non c’è e montano inchieste da talk-show, utili soprattutto a quelle forze politiche che da sempre conquistano i consensi con la cultura del sospetto e lo sputtanamento dell’avversario.

 

 

La norma sulla prescrizione inserita in tutta fretta dal ministro di Giustizia nel decreto “Spazzacorrotti” ha proprio questo scopo: ridurre ulteriormente le garanzie per ogni povero cristo che si trovi impigliato nella rete maledetta di una inchiesta. Prima succedeva che se un processo – in tutti i gradi di giudizio – andava oltre un determinato limite di tempo, il reato automaticamente decadeva. La prescrizione accettava la non verità e l’imputato si liberava delle sue angosce senza che nessuno lo dichiarasse colpevole o innocente. Bonafede ha eliminato questa possibilità. O meglio: i termini della prescrizione dal primo gennaio in poi varranno fino al primo grado di giudizio; ma se la giustizia sarà così veloce da scavalcare la prima sentenza tutto il resto – dall’appello fino alla Cassazione – potrà andare avanti per anni e anni, fino alla morte dell’imputato. Con la conseguenza che i rappresentanti dell’accusa non avranno più una scadenza da rincorrere, i collegi giudicanti terranno un’udienza ogni due o tre mesi, e l’imputato non vedrà mai la luce del sole. Anzi, proprio perché la vicenda non si chiude, sarà costretto a pagare ancora gli avvocati, a vivere ancora come un appestato e a non avere una banca che gli apra una linea di credito o un’amministrazione che gli rilasci la licenza per una lavanderia o una pizzeria.

 

 

Ma gli effetti collaterali – fine gogna mai – non sembrano preoccupare più di tanto il ministro della Giustizia. Il quale è convinto che nel giro di pochi mesi riuscirà anche, con un magheggio politico, a riformare sia il Consiglio superiore della magistratura che l’ordinamento giudiziario, sia il codice di procedura penale che il codice penale. “Un processo durerà al massimo cinque anni”, annuncia. Ma la Sicilia – dove basta ancora un vago e presunto odore di mafia per eliminare di fatto la prescrizione – dimostra esattamente il contrario: Calogero Mannino, ex ministro democristiano, è stato costretto a salire e scendere dalle scale dei tribunali per venticinque anni, e ancora non è finita; il generale Mario Mori, l’ufficiale dei carabinieri che nel gennaio del 1993 fece scattare le manette ai polsi di Totò Riina, torvo padrino di tutte le mafie e di tutte le stragi, è sotto accusa da vent’anni: si è liberato di alcune infamie ma è ancora intrappolato nel mastodontico processo della Trattativa; un processo lungo e impervio: dopo un dibattimento durato cinque anni è arrivato appena a una sentenza di primo grado che intanto ha inflitto a Mori una condanna a dodici anni di carcere.

 

Inutile ricordare che né Mannino né Mori sono imputati di omicidio o di altre nefandezze. L’ex ministro democristiano era partito nel ’95 con il concorso esterno – otto mesi di carcere e tredici di arresti domiciliari – ed è finito pure lui nel calderone della fantomatica Trattativa. Come Mori. Lui però, avendo scelto il rito abbreviato, ha superato con una assoluzione pure il secondo grado di giudizio ma non è detto che i pubblici ministeri non impugnino la sentenza davanti alla Cassazione: lasciarla correre sarebbe un pessimo segnale per la Corte di assise d’appello che ha appena aperto il dibattimento di rito ordinario per tutti gli altri imputati – da Mori, a Di Donno, a Subranni – condannati in primo grado, assieme a due boss e all’ex senatore Marcello Dell’Utri, a pene severissime.

 

Lo strumento che tanto affascina il moralismo giudiziario dei grillini, e che di sicuro avrà ispirato la legge voluta da Bonafede, è l’aggravante prevista dall’articolo 7 di un decreto varato nel ’91 dal ministro Claudio Martelli. E’ la norma che di fatto sancisce l’onnipotenza del pubblico ministero. Se tu vieni accusato di peculato, dopo dodici anni hai diritto alla prescrizione. Ma se il pm ti contesta l’aggravante mafiosa prevista dall’articolo 7 gli anni necessari per la prescrizione automaticamente raddoppiano: ne serviranno 24. Lo stesso vale per l’abuso di ufficio: in via ordinaria il reato viene prescritto dopo cinque anni, ma con l’aggravante mafiosa di anni ne servono dieci. E così per ogni accusa, per ogni imputazione. Non decide il tribunale o la Corte d’assise. Basta la semplice contestazione. Che può essere sottoscritta dalla procura in un avviso di garanzia; ma, se il processo è già cominciato, può anche essere comunicata alla Corte nel corso di una qualsiasi udienza. Se questo avviene, l’indiziato può mettersi il cuore in pace perché non avrà salvezza: il processo viene assoggettato da quel momento al cosiddetto “regime del doppio binario”. La procura non avrà più sei mesi per chiudere l’indagine, ma potrà dilatare i tempi fino a due anni. Le intercettazioni telefoniche e ambientali non avranno né limiti né confini: il pm potrà utilizzare il trojan e ogni altro apparecchio invasivo anche per catturare conversazioni con persone del tutto estranee all’inchiesta. Non solo. L’articolo 7, oltre ai tempi della prescrizione, raddoppia anche i tempi della custodia cautelare. E, come se non bastasse, finisce non solo per dimezzare, dopo la condanna, i benefici carcerari, ma anche per avviare un processo suppletivo: quello per le misure di prevenzione che, come si sa, possono comprendere sia il sequestro che la confisca dei beni.

 

Si dirà: ma è la mafia, bellezza! E davanti alla mafia non c’è garantismo che tenga. Ma c’è un però: come spesso succede, anche le buone battaglie possono nascondere l’abuso. Pensate che l’articolo 7 è stato contestato persino a un cronista, Franco Viviano, accusato di violazione del segreto istruttorio per avere pubblicato su Repubblica i “pizzini” del mafioso Salvatore Lo Piccolo, detto “il Barone”. Pensate che l’ex governatore della Sicilia, Totò Cuffaro, accusato di avere traccheggiato con le tariffe della sanità per favorire i ras delle cliniche private, era stato assolto in primo grado; ma quando cominciò l’appello e il reato stava per cadere in prescrizione, la Corte resuscitò l’aggravante dell’articolo 7 – motivato dal fatto che l’ex presidente della regione aveva anche incontrato un medico mafioso – e tanto bastò perché “Totò vasa-vasa” venisse rinchiuso per cinque anni nel carcere di Rebibbia. Oppure pensate a quello che è successo ai tre poliziotti finiti sotto processo a Caltanissetta per avere gestito – male, malissimo – il falso pentito Vincenzo Scarantino.

 

Siamo negli anni compresi tra il 1992 e il 1997. Procura e forze dell’ordine cercano con ogni mezzo i responsabili della strage di Via D’Amelio, dove hanno trovato la morte Paolo Borsellino e gli uomini della scorta. S’avanza un balordo palermitano, quartiere Guadagna, che dice di sapere tutto. E’ Scarantino. Che, manco a dirlo, viene preso in carico e bene “impupato” da magistrati che lo accolgono a braccia aperte e da un alto funzionario di polizia, Arnaldo La Barbera, che si intesta l’intera responsabilità dell’operazione. Si scoprirà molti anni dopo, grazie alle rivelazioni di un pentito autentico, Gaspare Spatuzza, che c’era stato un colossale depistaggio e che la malagiustizia di quel primo processo aveva comportato condanne all’ergastolo per sette poveri innocenti. Qualcuno avrebbe dovuto pagare il conto. Ma La Barbera è morto; e dei magistrati che pure coccolarono Scarantino, non se n’è saputo più niente: ognuno ha scaricato le colpe sull’altro e tutti hanno avuto la possibilità di dire che le decisioni più importanti erano state prese dal procuratore capo, Giovanni Tinebra, morto anche lui ormai da qualche anno.

 

Del giro dei presunti depistatori sono rimasti solo i tre poliziotti: Michele Ribaudo, Mario Bo, Fabrizio Mattei. Sono accusati di calunnia aggravata. La condotta delittuosa, come si legge nel capo d’accusa, si sarebbe conclusa nel 1997 e la prescrizione sarebbe scattata quindi nel 2017, dopo vent’anni. Ma i pubblici ministeri hanno contestato l’aggravante dell’articolo 7 e l’incubo che sembrava vicino alla fine affliggerà gli imputati fino al 2027. Quando dalla morte di Borsellino saranno passati 35 anni.

 

Per carità, potrà anche succedere che i tre poliziotti vengano assolti in primo grado e poi in appello; e che l’assoluzione venga anche confermata dalla Cassazione. E potrà anche succedere che la Suprema corte dica espressamente che la contestazione dell’articolo 7 è stata una mossa azzardata e inopportuna. A quel punto chi risarcirà gli imputati? Il loro calvario poteva concludersi in dieci anni e invece si è protratto per vent’anni. Pagheranno i pubblici ministeri? Pagherà il giudice per le indagini preliminari, pagheranno i giudici del tribunale del riesame che magari avrebbero potuto dire ai pm: no, non c’è motivo?

 

Tranquilli: non pagherà nessuno. E Bonafede sa pure questo. Sa che i magistrati hanno nella giustizia la stessa fede che il prete riversa nella consacrazione eucaristica e nella sua personalissima sacra dote, sacer dos, di trasformare il pane e il vino nel corpo, nel sangue e nell’anima di Cristo. Ricordate Il contesto di Leonardo Sciascia? Lì c’è un giudice, un supremo giudice, che spiega all’investigatore Rogas perché una sentenza non gli provocherà mai un rimorso: “Lo vede lei un prete che dopo avere celebrato messa si dica: chissà se anche questa volta la transustanziazione si è compiuta? Nessun dubbio: si è compiuta. Sicuramente. E direi anche: inevitabilmente. Pensi a quel prete che, dubitando al momento della consacrazione si ebbe sangue sulle vesti. E io posso dire: nessuna sentenza mi ha sanguinato tra le mani, ha macchiato la mia toga…”. Mistero della fede.

  • Giuseppe Sottile
  • Giuseppe Sottile ha lavorato per 23 anni a Palermo. Prima a “L’Ora” di Vittorio Nisticò, per il quale ha condotto numerose inchieste sulle guerre di mafia, e poi al “Giornale di Sicilia”, del quale è stato capocronista e vicedirettore. Dopo undici anni vissuti intensamente a Milano, – è stato caporedattore del “Giorno” e di “Studio Aperto” – è approdato al “Foglio” di Giuliano Ferrara. E lì è rimasto per curare l’inserto culturale del sabato. Per Einaudi ha scritto anche un romanzo, “Nostra signora della Necessità”, pubblicato nel 2006, dove il racconto di Palermo e del suo respiro marcio diventa la rappresentazione teatrale di vite scellerate e morti ammazzati, di intrighi e tradimenti, di tragedie e sceneggiate. Un palcoscenico di evanescenze, sul quale si muovono indifferentemente boss di Cosa nostra e picciotti di malavita, nobili decaduti e borghesi lucidati a festa, cronisti di grandi fervori e teatranti di grandi illusioni. Tutti alle prese con i misteri e i piaceri di una città lussuriosa, senza certezze e senza misericordia.