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Paolo Borsellino e la verità ritrovata

Il rapporto tra Borsellino e i colleghi della procura di Palermo letto attraverso documenti inediti, che smontano parecchi teoremi sulla Trattativa stato mafia

17 Luglio 2019 alle 06:09

Paolo Borsellino e la verità ritrovata

foto LaPresse

In occasione del ventisettesimo anniversario della strage di Via D’Amelio, in cui il 19 luglio 1992 morirono il magistrato Paolo Borsellino e i cinque agenti della sua scorta (Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina), il Foglio è in grado di rivelare alcuni aspetti inediti del grave contrasto che prima della strage caratterizzò il rapporto tra Borsellino e i colleghi della procura di Palermo, dove prestava servizio, in particolare attorno all’indagine che con molta probabilità contribuì all’uccisione del magistrato da parte di Cosa nostra, quella su mafia e appalti. Ma andiamo con ordine.

 

La strage di Via D’Amelio è in larga parte ancora avvolta nel mistero, ancor di più dopo che nel 2017 la Corte di Assise di Caltanissetta, con la sentenza del processo Borsellino quater, ha svelato l’incredibile depistaggio delle indagini realizzato attraverso le rivelazioni di alcuni falsi pentiti (tra cui Vincenzo Scarantino), che ha prodotto “uno dei più gravi errori giudiziari della storia del nostro Paese”, costata la condanna all’ergastolo di otto innocenti. A Caltanissetta è ora in corso il processo sul depistaggio, che vede imputati tre poliziotti accusati di aver “indottrinato” i falsi pentiti, mentre la procura di Messina sta valutando l’operato del pool di pubblici ministeri all’epoca in servizio a Caltanissetta che portarono avanti l’indagine depistata (pool composto dal procuratore capo Giovanni Tinebra, deceduto, e dai sostituti Antonino Di Matteo, Carmelo Petralia e Annamaria Palma, con questi ultimi due ora formalmente indagati).

  


Tutto ruota intorno a una riunione del 14/7/92, cinque giorni prima dell’uccisione di Borsellino. Ricordate mafia e appalti? Per commemorare il sacrificio di Borsellino urge fare luce su ciò che accadde attorno a un’indagine archiviata subito dopo la sua morte


 

La sentenza del Borsellino quater ha stabilito che ad accelerare l’uccisione di Borsellino furono diversi motivi, come il probabile esito sfavorevole del maxiprocesso e la pericolosità, per Cosa nostra, delle indagini che il magistrato era intenzionato a portare avanti, in particolare in materia di mafia e appalti.

 

Si tratta della celebre indagine fortemente voluta da Giovanni Falcone, e poi ripresa da Borsellino, incentrata sulle connessioni tra politici, imprenditori e mafiosi. L’inchiesta fu condotta, tra la fine degli anni ‘80 e il 1992, dai carabinieri del Ros guidati dall’allora colonnello Mario Mori e dal capitano Giuseppe De Donno. Dall’indagine emerse per la prima volta l’esistenza di un comitato d’affari, gestito dalla mafia e con profondi legami con esponenti della politica e dell’imprenditoria di rilievo nazionale, per la spartizione degli appalti pubblici in Sicilia. La persona di riferimento del sistema di gestione illecita degli appalti veniva individuata in Angelo Siino, poi passato alla storia come il “ministro dei lavori pubblici” di Cosa nostra. Il 20 febbraio 1991, i carabinieri del Ros depositarono alla procura di Palermo l’informativa mafia e appalti relativa alla prima parte delle indagini, su esplicita richiesta di Falcone, che all’epoca stava passando dalla procura di Palermo alla Direzione degli affari penali del Ministero della Giustizia e riteneva di fondamentale importanza l’informativa. Il dossier passò per le mani prima dell’allora capo della procura di Palermo, Pietro Giammanco, e poi dei sostituti Guido Lo Forte, Giuseppe Pignatone e Roberto Scarpinato. Alla fine, il 7 luglio 1991 la procura chiese solo cinque provvedimenti di custodia cautelare. Non solo, ai legali dei cinque arrestati fu incredibilmente consegnata l’intera informativa del Ros, anziché gli stralci relativi alle posizioni dei diretti interessati, col risultato che tutti i contenuti dell’indagine vennero resi pubblici, vanificando il lavoro degli investigatori. La vicenda provocò una frattura insanabile tra il Ros e la procura di Palermo e diverse polemiche sui giornali, che parlarono addirittura di “insabbiamento” della parte di indagine che chiamava in causa esponenti politici.

  

Dopo l’uccisione di Falcone, Borsellino (all’epoca procuratore capo a Marsala e dal marzo 1992 di nuovo alla procura di Palermo come procuratore aggiunto) decise di riprendere l’inchiesta riguardante il coinvolgimento di Cosa nostra nel settore degli appalti e fornirle un nuovo slancio, considerandola di grande importanza. Ciò è confermato sia da un incontro che Borsellino volle tenere il 25 giugno 1992, presso la Caserma dei Carabinieri Carini di Palermo, con Mori e De Donno, ai quali chiese di sviluppare le indagini in materia di mafia e appalti riferendo esclusivamente a lui, sia dalle conversazioni avute dallo stesso Borsellino con Antonio Di Pietro, che allora stava conducendo le indagini sugli appalti al centro di Mani Pulite.

 

Nonostante l’attenzione riposta da Borsellino all’indagine mafia appalti, il 13 luglio 1992, con il magistrato ancora in vita, i sostituti procuratori Lo Forte e Scarpinato stilarono la richiesta di archiviazione, vistata dal procuratore Giammanco e depositata il 22 luglio, solamente tre giorni dopo l’assassinio di Borsellino. L’indagine venne poi archiviata a tempo record, il 14 agosto, quindi in pieno periodo ferragostano, dal gip Sergio La Commare. Da allora nulla è stato chiarito, nonostante gli appelli avanzati da Fiammetta Borsellino, figlia del magistrato, soprattutto dopo la scoperta dell’epocale depistaggio: “Un tema che stava molto a cuore a mio padre era il rapporto tra la mafia e gli appalti. Infatti mi chiedo come mai il suo dossier fu archiviato il giorno dopo l’uccisione”.

 

Lo scorso anno, la sentenza di primo grado del processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, pronunciata dalla Corte d’assise di Palermo, ha voluto improvvisamente riscrivere la storia dell’uccisione di Borsellino, slegandola dall’indagine mafia e appalti. I giudici, infatti, dando ragione ai pm palermitani che nel tempo hanno portato avanti l’inchiesta sulla trattativa (Antonio Ingroia, Nino Di Matteo, Vittorio Teresi, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia), nella sentenza affermano che ad accelerare l’uccisione di Borsellino fu proprio la trattativa tra le istituzioni e Cosa nostra, la cui esistenza sarebbe stata scoperta dal magistrato. La Corte d’assise di Palermo si spinge persino oltre, smentendo quanto stabilito dalla sentenza Borsellino quater: “Non v’è neppure certezza che il dott. Borsellino possa avere avuto il tempo di leggere il rapporto ‘mafia e appalti’ e di farsi, quindi, un’idea delle questioni connesse, mentre, al contrario, è assolutamente certo che non vi fu alcuno sviluppo di quell’interessamento nel senso di attività istruttorie eventualmente compiute o anche soltanto delegate alla polizia giudiziaria, che, conseguentemente, possano avere avuto risalto esterno giungendo alla cognizione dei vertici mafiosi così da allarmarli e spingerli improvvisamente ad accelerare l’esecuzione dell’omicidio del dott. Borsellino medesimo”. Questa interpretazione sembra essere in palese contrasto con la cronologia degli eventi effettivamente avvenuti e sopra ricordati, che vedevano Borsellino in prima linea per rilanciare l’indagine sulla gestione mafiosa degli appalti.

 

Ma c’è di più. Come noto, all’indomani della strage di Via d’Amelio, che seguì l’uccisione di Giovanni Falcone, all’interno della procura di Palermo si aprì una gravissima frattura e ben otto magistrati (inclusi Vittorio Teresi, Antonio Ingroia e Roberto Scarpinato) chiesero un cambio al vertice della procura, oltre che segnali concreti da parte delle istituzioni a tutela delle toghe. Poche settimane dopo Giammanco venne effettivamente trasferito dal Consiglio superiore della magistratura e al suo posto arrivò, qualche mese dopo, Gian Carlo Caselli. Per comprendere cosa stesse accadendo nella procura di Palermo, tra il 28 e il 31 luglio 1992 il Csm convocò i magistrati palermitani. Le audizioni non sono mai state rese pubbliche, ma il Foglio è ora in grado di rivelarne i contenuti. Le audizioni infatti sono state anticipate dall’avvocato Basilio Milio, legale del generale Mario Mori, nel processo d’appello sulla trattativa, e depositate dall’avvocato Simona Giannetti, legale di Piero Sansonetti (ex direttore del Dubbio) e del giornalista Damiano Aliprandi, nel processo per diffamazione avviato contro di loro su querela di Lo Forte e Scarpinato (oggi procuratore generale di Palermo), per una serie di articoli pubblicati sul Dubbio proprio sulla vicenda dell’improvvisa archiviazione dell’indagine mafia e appalti dopo la morte di Borsellino.

 

Dalla lettura delle audizioni dei magistrati della procura di Palermo di fronte al Csm emergono diversi aspetti inediti e di fondamentale importanza. Tutto ruota intorno a una riunione che il 14 luglio 1992, cinque giorni prima dell’uccisione di Borsellino, il procuratore Giammanco convocò in procura per salutare i colleghi prima delle ferie estive, ma anche per trattare “problematiche di interesse generale” attinenti ad alcune indagini: “mafia e appalti, ricerca latitanti, racket delle estorsioni”. Il giorno prima Lo Forte e Scarpinato avevano terminato di redigere la richiesta di archiviazione dell’indagine mafia e appalti voluta da Borsellino. Nella riunione del 14 luglio, alla quale partecipò anche Borsellino, Lo Forte fu chiamato a relazionare sull’indagine, ma dalle testimonianze dei presenti risulta che la parola “archiviazione” non venne mai pronunciata. Non solo. Emergono il forte interesse riposto da Borsellino all’indagine, il suo malcontento per le modalità con cui l’indagine era stata gestita, e la sua profonda fiducia nei confronti dell’operato dei carabinieri del Ros (e questo, lo ricordiamo, a cinque giorni dalla sua uccisione, a dispetto delle ricostruzioni dei teorici della “trattativa”, secondo cui il magistrato il 28 giugno 1992 sarebbe rimasto sconvolto dalla scoperta, tramite Liliana Ferraro, vicedirettore agli Affari Penali al ministero della Giustizia, dei contatti tra i Ros e Vito Ciancimino).

 

Alla riunione partecipò anche Luigi Patronaggio, all’epoca da soli due mesi sostituto procuratore a Palermo, che in seguito al Csm riferisce: “Prima di questo momento io non avevo cognizione diretta delle divergenze e delle spaccature, incomincio a capire che esistono queste divergenze e queste spaccature proprio da questa riunione di martedì 14 luglio 1992”. Patronaggio afferma infatti che la riunione gli sembrò “una sorta di ‘excusatio non petita’”, cioè “si invitano i singoli colleghi a parlare di determinati processi perché sono attenzionati dall’opinione pubblica e la cosa mi stupisce, mi stupisce ancora di più quando il collega, il procuratore Borsellino, chiede addirittura delle spiegazioni, vuole chiarezza, vuole chiarezza su determinati processi, chiede, si informa, e per cui già capisco che qualche cosa non mi convince, non va”. Il procedimento in questione su cui Borsellino chiede insistentemente chiarezza è proprio quello su mafia e appalti, che vedeva coinvolto Angelo Siino e altri: “Paolo Borsellino – aggiunge Patronaggio – chiede spiegazioni su un procedimento riguardante Siino Angelo e altri, e capisco che qualche cosa non va evidentemente, perché mi sembra insolito che si discuta così coralmente delle relazioni dei colleghi assegnatari dei processi, una riunione che doveva avere tutt’altro carattere se non quello di salutarci prima di andare (in ferie, ndr)”.

 


In quella riunione, emergono il forte interesse riposto da Borsellino all’indagine, il suo malcontento per le modalità con cui era stata gestita. Gli atti inediti del Csm dimostrano che pochi giorni prima di morire Borsellino nutriva ancora piena fiducia nei carabinieri del Ros


 

Non solo Borsellino chiede spiegazioni sull’indagine mafia e appalti, ma lo fa in difesa dell’operato dei carabinieri, a conferma della profonda fiducia che a soli cinque giorni dalla strage di Via D’Amelio ancora vi era tra il magistrato e il Ros: “Borsellino in questa ottica – ribadisce Patronaggio al Csm – chiese spiegazioni su questo processo contro Siino Angelo perché lui aveva percepito che vi erano delle lamentele da parte dei carabinieri verosimilmente, e chiese delle spiegazioni che non erano tanto di carattere tecnico, cioè se era stata fatta o non era stata fatta una cosa, ma più che altro era il contorno generale del procedimento, chi c’era, chi non c’era, perché poi in buona sostanza la relazione sul processo Siino fu fatta unicamente, esclusivamente per dire che non vi erano nomi di politici rilevanti all’interno del processo o che se vi erano nomi di politici di un certo peso entravano soltanto per un mero accidente”. Insomma, “Borsellino chiese spiegazione di carattere estremamente generale, chi erano i politici, ma perché….”. Borsellino, infatti, ricorda Patronaggio, in assemblea “disse espressamente che i carabinieri si aspettavano da questa informativa dei risultati giudiziari di maggiore respiro”, non solo nei confronti di politici ma “anche nei confronti degli imprenditori”, e “su questo punto il collega Lo Forte si dilungò spiegando il delicato meccanismo e la delicata posizione dell’imprenditore in questo contesto”.

 

Anche Antonella Consiglio, da pochi mesi sostituto procuratore a Palermo, nell’audizione al Csm conferma che, quando nella riunione del 14 luglio Lo Forte relazionò sull’indagine mafia e appalti, “Paolo Borsellino fu l’unico che aveva qualche argomento in più, che ebbe qualche argomento che interessò i colleghi”.

 

Insomma, a dispetto di quanto sostenuto dai sostenitori della “trattativa” Stato-mafia e anche dagli stessi giudici del processo di primo grado, questi atti inediti del Csm dimostrano che pochi giorni prima di morire Borsellino nutriva ancora piena fiducia nei carabinieri del Ros, tanto da lamentarsi con i colleghi della procura perché il dossier redatto dai Ros sull’indagine mafia e appalti non aveva ricevuto l’ampio respiro atteso. Gli atti, così, confermano anche che fino all’ultimo Borsellino si occupò proprio dell’indagine sulla gestione mafiosa degli appalti, un interesse costante che è stato ritenuto dalla sentenza Borsellino quater uno dei motivi che spinse Cosa nostra a uccidere il magistrato. Indagine di cui, però, la procura di Palermo chiese l’archiviazione dopo soli tre giorni dall’uccisione di Borsellino, ottenendola il 14 agosto 1992.

 

Il modo migliore per commemorare il sacrificio di Paolo Borsellino è fare luce, una volta per tutte, su ciò che accadde attorno a questa indagine negli ultimi giorni di vita del magistrato e subito dopo la sua morte.

Ermes Antonucci

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Commenti all'articolo

  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    17 Luglio 2019 - 16:04

    All'epoca il ministro degli Interni era Oscar Luigi Scalfato. Chi? Quello che disse con voce tonante: "Io non ci sto"

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  • CohleandHart

    17 Luglio 2019 - 14:02

    la testimonianza del neo arrivato patronaggio é tanto più autentica quanto ricorda quello che spesso accade a chi arriva a lavorare da poco: non rendersi conto delle situazioni effettive. la cosa é chiarissima e raggelante. a nessuno fregava delle indagini di borsellino perché erano vere ed autentiche e toccavano la mafia nel vivo, cioè nei soldi. invece i suoi successori hanno altre idee (politiche) e quindi salvano barabba (la mafia vera) archiviando l’indagine di borsellino per poter aggredire gesù (la politica nazionale/romana) e in ogni caso avere così maggior potere e non toccare la situazione locale (che é il vero tumore). se pensate che scarpinato é procuratore capo a palermo capite anche voi che nessuna indagine su reati seri verrà mai fatta e la mafia continua serena a prosperare.

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