A quarant’anni dall’assassinio di Aldo Moro si fa strada l’ipotesi che la ’ndrangheta abbia giocato un ruolo centrale anche nei tragici fatti di via Fani e via Caetani

A tutta 'ndrangheta

Riccardo Lo Verso

Vuoi vedere che ha scalzato la mafia? I magistrati guardano sempre più alla Calabria, nonostante i pentiti smemorati e le indagini nebulose

Vuoi vedere che per decenni gliel’hanno fatta sotto il naso a magistrati e investigatori. Sono stati considerati a lungo come i signori della droga. Interessati esclusivamente, o quasi, prima a fare soldi con la polvere bianca e poi a insozzare con il denaro sporco l’economia dell’operoso Nord Italia.

 

E invece gli ’ndranghetisti calabresi tramavano nell’ombra alla pari di quel perincritato di Totò Riina. Alla pari e oltre, fino a estendere la loro presenza alle trame oscure dei nostri giorni. Sono i nuovi pupari: chissà se in Calabria esiste un’altra parola per indicare chi muove i fili delle marionette.

 

Avrebbe approfittato del fatto che tutte le forze fossero concentrate a combattere la criminalità organizzata di stampo mafioso

In principio fu la declinazione calabrese della trattativa Stato-mafia, poi arrivarono i progetti di attentati ai magistrati, la latitanza di Matteo Messina Denaro e infine pure il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro.

 

Tutte le strade investigative – passate, presenti e future – portano in Calabria, alimentate da una filiera di pentiti fin troppo smemorati che per una strana concomitanza hanno iniziato a ricordare fatti e misfatti d’Italia mentre prendeva corpo il brand criminale calabrese. Un crescendo di dichiarazioni che detterà i tempi dell’agenda giudiziaria per i prossimi anni. Laddove all’inizio c’era solo Cosa nostra, a poco a poco la ’ndrangheta si è conquistata prima uno spazio da comprimaria e poi un ruolo da protagonista, finendo per scalzare la mafia. Anzi, avrebbe approfittato del fatto che tutte le forze fossero concentrate a combattere la criminalità organizzata di stampo mafioso.

 

La traslazione si è consumata, innanzitutto, nel processo sulla trattativa Stato-mafia che si avvia alle battute finali, ma il sasso investigativo lo aveva lanciato Gianfranco Donadio, ex aggiunto della Direzione nazionale antimafia ed ex componente della commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moro. Era stato lui a raccogliere le tardive illuminazioni di Nino Lo Giudice, un tempo a capo di uno dei più potenti clan di Reggio Calabria. Il nano, così viene soprannominato Lo Giudice, prima si pentì, poi si pentì di essersi pentito, e infine si ripentì di essersi pentito del pentimento. E nel tira e molla delle sue dichiarazioni funamboliche si ricordò delle minacce ricevute per tenere la bocca chiusa da Giovanni Aiello, passato alla storia – anzi, alla memoria, visto che è morto – come faccia da mostro, e soprattutto che Aiello, poliziotto dal volto sfigurato, aveva fatto saltare in aria il giudice Paolo Borsellino e gli agenti di scorta. Si era dimenticato delle confidenze ricevute da un compare siciliano nel carcere dell’Asinara. Pentito di memoria cortissima, Lo Giudice. Nel blackout dei suo ricordi era finito anche il particolare che Aiello avesse ammazzato l’agente Antonino Agostino e la moglie Ida Castelluccio, uccisi a Palermo nel 1989. A forza di andare dietro ai racconti rateizzati le speranze di trovare un colpevole si diradano. Le dichiarazioni del nano rese a Reggio Calabria furono trasmesse alle procure siciliane. A completare il quadro ha provveduto Consolato Villani, ex killer della ’ndrangheta, che nella sua ansia spasmodica di farsi largo tra le file criminali, partecipò quando era ancora diciassettenne all’agguato in cui, il 18 gennaio ‘94, persero la vita i carabinieri Antonino Fava e Vincenzo Garofalo.

 

Anche nel caso Moro. Si fa largo l’ipotesi che i boss calabresi abbiano dialogato con le istituzioni, i partiti e i terroristi delle Brigate rosse

Ai pubblici ministeri palermitani, attentissimi alle coincidenze temporali, non sfuggì la prossimità al 21 gennaio ‘94, giorno in cui – ha raccontato un altro pentito, Gaspare Spatuzza – il boss di Brancaccio Giuseppe Graviano gli disse che i calabresi “si erano mossi uccidendo i due carabinieri” e facendo riferimento al mancato attentato allo stadio Olimpico di Roma come un “contributo” offerto da Cosa nostra a una comune strategia della tensione. I magistrati calabresi hanno fatto tesoro delle osservazioni dei pm del processo Trattativa.

 

Ed ecco la traslazione. Dalla Sicilia alla Calabria, regione che vai trattativa che trovi. Non c’è stato neppure bisogno di prendere il ferry boat per attraversare lo Stretto di Messina. L’esito delle nuove indagini è tutto in divenire, ma basta un embrione per vivere già di vita propria. C’era tutta una letteratura giudiziaria, d’altra parte, a suffragare la vicinanza fra i mafiosi siciliani e calabresi. Un humus perfetto per seminare misteri nella certezza che attecchissero.

 

Le prime pagine furono scritte all’inizio degli anni Novanta quando si narrava che Riina, vestito da prete, se ne andava in giro ad Africo, paesino della Locride. Il capomafia corleonese era stato testimone di nozze di don Mico Tripodo, uno dei capi della ’ndrangheta reggina, massacrato dai boss emergenti che non si fecero scrupoli a eliminarlo nonostante fosse amico di Riina. Il capo dei capi, che è sempre stato un uomo di pace, uno malleabile con cui si poteva discutere, non lo vide come uno sgarbo, almeno così sostiene Villani, visto che si scomodò per mettere la buona in terra calabrese. Perché? “Per portare la ’ndrangheta a fianco di Cosa nostra nelle stragi”, sentenzia il pentito che molte cose dice di averle sapute dal cugino, il pentito Lo Giudice. Proprio lui, il nano, che ha sempre avuto una pessima considerazione di Villani. Lo ha definito ora “tragediatore”, ora “dipendente del banco dei meloni”, ora “venditore di patate”. Siciliani e calabresi sono diventati tutti una cosa. Le stragi di mafia rispondevano a un disegno comune.

 

Dalle bombe degli anni Novanta ai recenti progetti di attentati: l’asse Sicilia-Calabria si porta dietro nel tempo la costanza dell’indefinibilità. Mai una certezza, sempre e solo indagini nebulose. Come quelle sull’agguato che i boss palermitani avevano organizzato per uccidere il pubblico ministero della Trattativa Antonino Di Matteo. Da dove poteva giungere il tritolo per l’agguato se non dalla Calabria? Duecento chili di esplosivo per zittire il pm che si era spinto oltre e per fare un favore a Totò Riina che aveva giurato di fargliela pagare chiacchierando con la sua dama di compagnia carceraria, Alberto Lorusso. Fu Vito Galatolo, boss pentito del rione Acquasanta, a raccontare che Matteo Messina Denaro diede il via libera al piano di morte con delle lettere in cui si firmava il fratellone. Non era mai accaduto che utilizzasse questo nomignolo, ma c’è sempre una prima volta. E non era mai accaduto che scrivesse due missive a pochissima distanza di tempo l’una dall’altra.

 

Regione che vai, trattativa che trovi. All’inizio degli anni 90 si narrava che Riina, vestito da prete, se ne andava in giro nella Locride

Del tritolo non è stata trovata traccia. Lo hanno cercato, senza esito, dalla Sicilia al Veneto. Così come non sono stati trovati riscontri ai contatti, sempre riferiti da Galatolo, tra le famiglie palermitane e i calabresi. L’inchiesta sull’attentato è stata archiviata. Troppe ombre e dubbi. Le tesi difensive degli indagati, a cominciare da quelle di Vincenzo Graziano, il boss che avrebbe custodito l’esplosivo, avevano un ampio margine di plausibilità. In ogni caso, “il progetto criminoso – così scrivevano i magistrati di Caltanissetta – anche grazie agli arresti di importanti esponenti di Cosa nostra susseguitisi nel corso degli ultimi anni – non è ad oggi mai inequivocabilmente sfociato in un vero e proprio tentativo punibile”. L’allerta, come è giusto che sia, resta massima.

 

A proposito del fratellone Messina Denaro, ormai in fuga dal 2 giugno 1993, quando fu raggiunto da un mandato di cattura per le stragi di Roma e Firenze, le ricerche hanno ripreso a battere con insistenza la pista calabrese. Le ultime tracce concrete del padrino di Castelvetrano sono rappresentate dal carteggio confidenziale che si è scambiato fra il 2004 e il 2006 con Svetonio, nome in codice di Tonino Vaccarino, l’ex sindaco di Castelvetrano assoldato dai servizi segreti per stanare il latitante. E poi ci sono i pizzini che avrebbe scritto, ma di cui non si conosce il contenuto, affidati due anni fa alla rete di fiancheggiatori che ne gestivano la stazione di posta.

 

Con una cadenza che neanche una donna avanti negli anni in perenne lotta contro i segni del tempo, il boss di Castelvetrano si è sottoposto a intervenuti di chirurgia facciale. Un testimone ascoltato dai magistrati di Firenze ha di recente raccontato che Messina Denaro fino a qualche anno fa si muoveva in Toscana, protetto da uomini della ’ndrangheta che si sono anche presi cura del latitante costretto alla dialisi. Fra Calabria e Sicilia il capomafia godrebbe della protezione del cerchio magico delle logge massoniche. In procura, a Palermo, dove gli esiti nulli delle ricerche hanno imposto un cambio di strategia, accolgono con molte, moltissime perplessità le ultime rivelazioni. Si ha come la sensazione che la pista calabrese sia diventata la cartina di tornasole, lo specchio in cui si riflette una stagione di insuccessi investigativi. Non per demeriti, s’intende. Quando si arriva al dunque e mancano le risposte è in Calabria che si cerca riparo.

 

Prendete il caso Moro. Nell’anno in cui ricorre il quarantesimo anniversario dell’assassinio del presidente della Democrazia cristiana si fa largo l’ipotesi che la ’ndrangheta abbia giocato un ruolo centrale negli accadimenti di via Fani e via Caetani. I boss calabresi dialogarono con le istituzioni, i partiti politici e i terroristi delle Brigate rosse che dal canto loro hanno sempre detto di avere fatto “tutto da soli”, smentendo la partecipazione di personaggi ancora da identificare. E cioè dei mandanti esterni.

 

Una pista calabrese per le ricerche di Messina Denaro. Ma si ha la sensazione che sia lo specchio di una stagione di insuccessi investigativi

Sembra un film già visto. I fascicoli delle procure di mezza Italia sono zeppi di indagini su menti raffinatissime mai scoperte. Da un lato l’orrore delle morti e dall’altro le ombre e i fantasmi che ancora, nel caso delle stragi di mafia, non sono stati individuati.

 

Il primo a parlare di complici esterni per l’omicidio Moro è stato Saverio Morabito, pentito della ’ndrangheta. Rivelò che Antonio Nitra, mafioso di San Luca, partecipò al sequestro. E sempre Nitra aveva legami con un carabiniere, pure lui di origine calabrese, Francesco Delfino, che sarebbe poi diventato generale dei servizi segreti. Delfino è morto nel 2014. Immancabile la frase che ha chiuso le sue biografie post mortem: si è portato i segreti nella tomba. A onore del vero, Delfino ci ha messo del suo visto che in un libro sussurrò l’esistenza di un burattinaio che reggeva i fili delle trame, italiche e oscure.

 

Vuoi vedere che sopravvalutando Cosa nostra si è sottovalutato il ruolo della ’ndrangheta. Vuoi vedere che mentre Totò Riina non era ancora il sanguinario stragista che piazzava bombe in giro per l’Italia la ’ndrangheta, approfittando del cono d’ombra mafioso, si muoveva già ad altissimi livelli. C’è materiale per tutti, dagli storiografi agli scrittori. Passando per la magistratura, naturalmente.

Di più su questi argomenti: