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La bici è una fuga dal Covid. Alessandro De Marchi e il ciclismo che verrà

La Fase 2 alle porte, le nuove distanze necessarie e la necessità di ripensare la mobilità delle nostre città, il riaffacciarsi al mondo in sella. Parla il corridore della CCC

29 Aprile 2020 alle 15:52

La bici è una fuga dal Covid. Alessandro De Marchi e il ciclismo che verrà

Foto tratta dalla pagina Facebook Alessandro De Marchi "Il Rosso di Buja"

“Cos’è quel suono alto nell’aria
Quel mormorio di lamento materno
Chi sono quelle orde incappucciate che sciamano
Su pianure infinite, inciampando nella terra screpolata
Accerchiata soltanto dal piatto orizzonte
Qual è quella città sulle montagne
Che si spacca e si riforma e scoppia nell’aria violetta”. 

 

Gli occhi si riaprono a poco a poco. Provano a mettere a fuoco ciò che è cambiato, ciò che non lo è, indagano il futuro per capire ciò che sarà. Lo spaesamento è tanto, l’incertezza è diventata domestica, come l’ultima quotidianità, quella che la pandemia di Covid-19 ha rinchiuso nelle case. L’aria violetta de La terra desolata di T.S. Eliot in questi mesi l’abbiamo vista da una finestra, ci riaccoglierà a breve. Il lockdown da qualche parte si è già allentato, si allenterà ancora, l’esterno tornerà a essere vicinanza e non solo evasione fugace. Finirà aprile, quell’aprile che è 

“il più crudele dei mesi, genera
Lillà da terra morta, confondendo
Memoria e desiderio, risvegliando
Le radici sopite con la pioggia della primavera” 

 

E arriverà il 4 maggio, con la speranza che non torni presto il blocco, che le gambe possano muoversi e le ruote a scorrere. Lì dove una parziale apertura c’è già stata, come in Veneto e in Friuli-Venezia-Giulia, qualche ombra in più ha fatto capolino fuori dalle case, è tornata a scurire il suolo. “Ieri la regione ci ha permesso di svolgere attività motoria all’interno del nostro comune. E così sono salito in sella, ho ripercorso le strade di Buja in bicicletta dopo quasi cinquanta giorni. Non un allenamento, solo una breve passeggiata in bicicletta. Era da tanto che aspettavo questo momento. Ma è stato strano. Quelle poche pedalate così diverse da quello a cui ero abituato mi sono servite più di due mesi di rulli. E non parlo di gambe, parlo di testa, spiritualmente mi hanno rimesso al mondo”, racconta al Foglio Alessandro De Marchi

 

Il ritrovare l’esterno negato per necessità di salute pubblica assume una dimensione liberatoria, un consolatorio riaffacciarsi al mondo: “Non vedo l’ora che arrivi il 4 di maggio. E non perché voglio allenarmi o tornare alle corse. È qualcosa di diverso, di ben più importante. È il desiderio di ritrovare la mia dimensione, il motivo che mi fa faticare su di una bicicletta: stare all’aperto, attraversare gli spazi. Correre, competere, combattere sui pedali sono cose che ho scelto di fare perché che mi piacciono, ma sono solo una forma dell’andare in bici, non ci sarebbero senza di essa. Ora ho solo voglia di pedalare, di sentire il vento addosso, insomma del gusto della libertà”, spiega il corridore della CCC.

   

La libertà che De Marchi ha sempre ricercato pure in gruppo, o meglio davanti al gruppo, in quelle centinaia e centinaia di fughe nelle quali si è avventurato. Perché “è il modo di interpretare il ciclismo che mi piace di più, che mi rende più sereno, più felice. Essere una lepre inseguita dal branco è una forma di resistenza all’ovvio, è volontà di non darsi per vinto, una sensazione di precarietà che ti impone di trovare in te stesso la forza per non mollare. La fuga è una forma d’amore per la bici, con più contro che pro, con più possibilità di fallimento che di riuscita. Però quando riesce, quando si supera l’arrivo così è una goduria impagabile”, racconta De Marchi.

 

È un mondo dinamico quello dei ciclisti. Sfondi che si muovono, ruote che scorrono in un continuo mutare d’ombre, pianure che diventano colline che si fanno montagne, salite che si trasformano in discese, gambe che ruotano ingranaggi meccanici, aria che sibila nelle orecchie. Una silenziosa dinamicità abituata però alle attese. Ma sono attese calendarizzate, fatte a ondate, a periodi: quello della preparazione invernale, il tempo delle classiche, dei grandi giri, il finale di stagione. Picchi di forma e riposi che si alternano in una ciclicità sempre simile e mai davvero uguale. Il virus ha sospeso tutto questo, ha congelato il tempo e con esso la normalità. I programmi sono stati stravolti, i calendari ridisegnati. L’ultima corsa che è stata disputata risale al 14 marzo, settima frazione della Parigi-Nizza. La prossima chissà. Tutto dipenderà dall’evoluzione dei contagi. La volontà è salvare il salvabile, disputare quanto meno ciò che non può non essere corso, perché se saltasse farebbe saltare una parte consistente del sistema ciclismo. Tour de France e Mondiale su tutto, poi Classiche e Giro d’Italia, ossia gli eventi attorno ai quali girano gli interessi economici maggiori, quelli che spingono gruppi e grandi aziende a sponsorizzare una squadra ciclistica.

 

Un’incertezza con la quale dobbiamo convivere. Un futuro che dovremmo ridisegnare poco a poco. In tutto questo una certezza: “Quando ripartirò apprezzerò ancor di più ciò che davo per scontato: il pedalare nella sua semplicità, nella sua purezza di muovere le gambe sulle pedivelle”. E in questa ripartenza la bicicletta potrebbe essere un’opportunità. Perché con il ridimensionamento dell’afflusso nei mezzi di trasporto pubblico, una trasformazione della mobilità è necessaria per non intasare una rete viaria come quella italiana che già in condizioni normali fa fatica a smaltire i flussi di traffico automobilistico. Diversi sindaci, almeno a parole, hanno sottolineato la necessaria centralità della bici nell’immediato futuro. “E non possiamo perdere questa occasione. Perché di possibilità ne abbiamo perse già abbastanza. La pandemia ci dà la possibilità di ripartire in modo diverso, di ripensare a ciò che abbiamo fatto e ciò che soprattutto dovremmo fare per evitare di ripetere gli errori del passato”, sottolinea De Marchi. “La bici è un mezzo perfetto, un bene per tutti. Per chi pedala perché pedalando ci si mantiene in salute, per gli altri perché non è fonte di pericolo per nessuno, per il paese perché non ha controindicazioni, né ambientali né sanitarie. E anche per la propria testa perché è semplice e ha la capacità di semplificare le cose complesse della vita”. 

 

Da Parigi a Barcellona, da New York a Berlino, da Zurigo a San Francisco, le giunte municipali hanno deciso di restringere le carreggiate delle strade per creare piste ciclabili e allargare lo spazio per i pedoni. La sindaca di San Francisco, London Breed, ha spiegato la scelta così: “C’è bisogno di spazio per il distanziamento sociale delle persone. Camminare e pedalare è il modo migliore e più sicuro per garantire la possibilità di muoversi a tutti e per gestire le emergenze. Sarebbe autolesionista permettere alle auto di invadere la città”.

 

Una libertà che misura in un metro e mezzo, la distanza minima di sicurezza, la nuova frontiera dell’interazione sociale. Uno spazio libero che per uno strano gioco del destino era lo stesso che i ciclisti chiedevano, molto spesso inascoltati, agli automobilisti per non rischiare di trasformarsi in un’assenza, in una bici bianca a bordo strada. “Quel metro e mezzo che reclamavamo è diventato una regola di buon senso, quel buon senso che molte volte in strada viene perso. Eppure quel metro e mezzo che chiedevano di far entrare nel codice della strada era sì una regola importante, ma non era il centro della questione”. Per Alessandro De Marchi “regolamenti e le ammende non servono se non si va a fondo del problema. Che è uno solo: non si può alla guida sospendere quelle minime accortezze da tenere per non essere fonte di pericolo per gli altri. Responsabilità, senso civico, rispetto dell’altro: è questo il fulcro della questione, ciò che non può essere dimenticato sulle strade. Meno traffico vuol dire più sicurezza, ma non è solo il numero di veicoli che contano. Negli ultimi giorni prima del blocco, con meno macchine in giro, ho rischiato comunque. E questo nonostante il fatto che il mondo fosse praticamente fermo e la fretta non giustificabile. Dobbiamo cambiare in profondità il nostro atteggiamento alla guida, è necessario comprendere che le strade sono fatte per muoversi, non per far muovere solo una tipologia di veicoli”. Un’intolleranza quelle sulle strade che è molto simile a quella a cui si è assistita nei primi giorni del lockdown contro chi correva, perché “forse fare gli sceriffi con gli altri è molto più semplice di farlo con se stessi”.

  

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E con se stessi tocca però fare i conti. Soprattutto quando tutto cambia e i riferimenti che avevamo vacillano “C’è stata una scissione tra il ciclista e l’uomo. C’è il corridore che soffre il momento, la distanza dalle corse. Soprattutto dopo la caduta al Tour de France dell’anno scorso. Volevo rimettermi a correre, dimostrare di aver superato il momento: so di essere a un giro di boa della mia carriera e tutto quello che sta accadendo ha fatto aumentare la frustrazione della lontananza dalle competizioni. Ma c’è anche l’Alessandro papà e marito. Lo stare in famiglia, passare tanto tempo con mio figlio, mi ha dato una grande serenità”, conclude De Marchi. 

 


 

Le immagini contenute in questo articolo sono state tratte dalla pagina Facebook Alessandro De Marchi "Il Rosso di Buja"

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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