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Pedalare stando fermi

La pandemia ha reso necessari i rulli per gli appassionati della bici. L’ultima pagina di una storia secolare. Parlano l’ex campione olimpico Silvio Martinello e Giulio Bertolo, ceo di Elite

28 Aprile 2020 alle 12:49

Pedalare stando fermi

foto LaPresse

Le punte arricciate dei suoi baffi si mossero su e giù velocemente assecondando il sobbalzare invisibile delle labbra. E non era un buon segno. Albert Schock lo capì immediatamente. Quando succedeva questo, voleva dire solo una cosa: il grande capo era in procinto di perdere la pazienza. E Charles E. Pratt era un tipo fumantino, non che fosse cattivo o perfido, ma si agitava con poco. Così appena appoggiò sulla scrivania i fogli che teneva in mano, Schock li prese subito e se li rimise in tasca. C’aveva lavorato a lungo e quel progetto gli sembrava davvero una buona idea. “Non ha senso, non ha alcun senso”, disse invece il presidente della League of American Wheelmen, l’associazione dei ciclisti americani fondata nel 1880. “La bicicletta ha una funzione: agevolare gli spostamenti. E una missione: farci diventare più veloci. E tu vorresti farla diventare uno strumento da camera?”.

 

Si conoscevano da anni i due. Si erano incontrati per necessità. Pratt aveva idee, soldi e buona volontà, Schlock le migliori gambe degli stati del nord: 1.009 miglia e 3 giri di pista nella Sei giorni di Minneapolis, record del mondo; e oltre un centinaio di vittorie nei velodromi nel palmarès. Erano sempre andati d’accordo, ma in quel giorno di giugno del 1894 si era improvvisamente materializzata tra loro un’incomunicabilità preoccupante. Ed era tutta colpa di quel suo disegno: una bicicletta saldata a un treppiedi con una ruota, quella posteriore, poggiata su due cilindri che muovevano una sorta di orologio che segnava la distanza percorsa. “Inconcepibile”, tagliò corto il presidente. “A cosa potrà mai servire una bici da camera?”. “A tenere i muscoli buoni quando fuori fa freddo”, fece Schock. Non era però il genere di domanda che prevedeva una risposta. “La bicicletta non è mezzo per dei senza schiena”, chiuse la discussione Pratt.

 

Schlock non si perse d’animo. Migliorò il progetto e lo brevettò. Due anni dopo in molti lodarono la sua idea. “Una macchina unica”, scrisse il Morning Times di Washington, DC, il 23 dicembre 1896.

 

Non era così. L’idea della bici da camera l’aveva già avuta un signore di Praga nel 1884: un marchingegno con una sola ruota che girava nel vuoto mossa da pedali e sorretta da due supporti in ferro. E nel 1887 in Inghilterra tal J. McClintock aveva creato un arnese sul quale porre i bicicli (le bici col ruotone davanti). Si fissava la ruotina posteriore a un blocco di ferro, mentre quella anteriore, stretta da due aste si muoveva su dei cilindri. In pratica, a ruote invertite, i primi bike trainer della storia.

  

Perché, almeno per i puristi del genere, i rulli sono un’altra cosa: tre cilindri tenuti assieme da due sbarre; uno anteriore a sorreggere la ruota davanti, due posteriori sui quali scorre quella dietro. E, soprattutto, nessun supporto a reggere la bici. Per non cadere serve attenzione, concentrazione, velocità, equilibrio e un minimo di funambolismo. La loro paternità se la giocano un inglese e un americano. Era il 1897 quando, più o meno nello stesso periodo, due brevetti del tutto simili furono depositati negli Stati Uniti e in Gran Bretagna.

 

Per lo scrittore e giornalista Antoine Blondin i rulli erano “marchingegni diabolici”, sui quali “per non farsi male serve l’arte dell’equilibrista”. “E c’aveva ragione Blondin a dire questo. Perché su quei tre cilindri le ruote scorrono liberamente e non c’è nulla che ti tiene in piedi se non il tuo equilibrio e la capacità di pedalare composto. E per salire e scendere di bicicletta se non arte, quantomeno ci vuole coordinazione e destrezza”, dice al Foglio sportivo Silvio Martinello, ex campione olimpico nella corsa a punti, che in carriera ha conquistato cinque campionati del mondo in pista e oltre una dozzina di corse su strada.

 


Foto tratta da Wikipedia


 

Per decenni infatti i rulli relegarono le “bici da camera” in uno spazio angusto: quello del dimenticatoio. All’ingombrante archetipo era stato preferito il più pratico derivato, che poteva essere facilmente trasportato e che permetteva di riscaldare i muscoli al meglio. “Tra i due meccanismi c’è una differenza sostanziale: sui rulli tradizionali non si simulava nulla, i cilindri giravano liberamente e se si voleva far salire la propria frequenza cardiaca non c’era altro metodo che quello di aumentare la frequenza di pedalate”, spiega Martinello. “Erano il ripiego quando fuori c’era troppo freddo o troppa pioggia. Erano soprattutto il pre-gara, almeno per quelle su pista e a cronometro. Erano una noia pazzesca”. Erano a volte una necessità. “L’alternativa era il pedalare dietro motore. Si cercava un percorso tranquillo, compatibile con quello della corsa, e ci si metteva dietro a una macchina per riscaldarsi senza spendere troppo a livello energetico. Così facemmo anche prima dei Mondiali su pista 1985 a Bassano del Grappa. Non sempre però era semplice trovare il percorso adatto”.

 

Qualche anno dopo i simulatori iniziarono a intravedersi in gruppo. Dopo il primo brevetto francese del 1980, che grazie a un calcolatore riusciva a modulare la resistenza dei rulli, si arriva verso la fine degli anni Ottanta all’invenzione della Yamada-Denki, un’azienda elettronica giapponese, della prima bici statica interattiva: in pratica una cyclette che grazie a un computer simulava i tratti in salita, pianura e discesa. “Allora erano marchingegni rudimentali. Ma con il progresso tecnologico hanno sostituito quasi del tutto le uscite su strada prima della corsa”, continua Martinello.

 

Ora che le strade si possono solo vedere dalla finestra e che le uscite in bicicletta sono un rimpianto di un passato vicino che sembra distantissimo, i rulli, o meglio i simulatori, sono diventati per gli amanti della bicicletta una necessaria quotidianità, un modo per “combattere” la stanzialità domestica. Si fissa la bicicletta alla struttura, si mette a contatto la ruota con il cilindro magnetico (i modelli più nuovi hanno un pacco pignoni su cui si fa passare la catena). E si inizia a pedalare.

 

“Non abbiamo mai avuto una richiesta così grande. Rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso è cresciuta di quasi dieci volte. L’impossibilità di uscire non ha fatto passare alle persone la voglia di pedalare. Anzi, forse l’ha fatta aumentare”, dice al Foglio sportivo Giulio Bertolo, ceo di Elite, azienda veneta che ha iniziato con la produzione di portabici, che confeziona rulli da quarant’anni ed è ora tra i leader mondiali del settore. “C’è stata un’esplosione di richieste, il problema è che non possiamo esaudirle. La fabbrica è stata adeguata alle nuove normative anti-Covid, ma non c’è stato permesso di riaprire”. E questo nonostante i rulli siano il miglior attrezzo per non cadere nella tentazione di violare le normative.

  

Un mercato in espansione da anni, che ha iniziato a crescere ben prima dell’avvento della pandemia che ne ha determinato il boom. “Prima del periodo di restrizione, a far crescere la domanda era stato l’avvento dei nuovi prodotti smart”. I simulatori di ultima generazione permettono di riprodurre in modo sempre più preciso i percorsi reali, quelli che i ciclisti affrontano su strada. “La creazione poi di app sempre più curate e precise, oltre che alla pericolosità di parte della nostra rete viaria o alla mancanza di tempo, soprattutto durante la settimana, da dedicare alla bicicletta, hanno ampliato il numero degli utenti”.

  


Simon Yates si scalda su di un simulatore prima della partenza della cronometro Trento-Rovereto del Giro d'Italia 2018 (foto LaPresse)


 

Il successo dei simulatori in questo periodo di domiciliarità obbligatoria lo si vede dal numero di persone connesse. “Se in inverno su una nota app americana c’erano 800 persone che pedalavano con te, ora ti ritrovi in mezzo a dieci, ventimila persone”, evidenzia Bertolo.

 

Pedalano amatori e professionisti. Sugli stessi simulatori, sugli stessi percorsi computerizzati. “E la vicinanza, anche se virtuale, con i campioni della bicicletta è uno dei fattori di questa crescita di interesse per i rulli”, sottolinea Bertolo.

 

Ora i corridori, in mancanza di corse, sui rulli hanno iniziato pure a gareggiare. C’è stata la prima edizione del Giro delle Fiandre virtuale. Si sta correndo il Giro d’Italia Virtual, è appena terminato il Digital Swiss 5, che, come per la Ronde, è stato trasmesso in diretta televisiva. “La speranza è che Van Avermaet sia il primo e unico vincitore del Fiandre da casa. È una forma di competizione imposta dalla situazione, una necessità dettata dagli eventi. Anche un modo per dare visibilità agli sponsor delle squadre, che sono coloro che tengono in piedi il sistema ciclismo”, sottolinea Martinello. “L’uscita in bicicletta è qualcosa di insostituibile, il piacere del tempo che scorre senza che tu te ne accorga, la bellezza del pedalare per le strade, i simulatori, per quanto precisi, e le app, per quanto graficamente curate, non la potranno mai rendere”. Anche perché “è uno sforzo diverso quello che si prova muovendosi all’aperto. Il rischio di disidratazione è più alto, le gambe girano in maniera diversa”.

 

“Nessun rullo può sostituirsi alle uscite in bicicletta”, aggiunge Bertolo. “Possono essere, e lo saranno sempre più, complementari all’attività in strada, ma non saranno mai un’alternativa. Possono però essere anche un modo per iniziare. Molte volte a frenare le persone all’utilizzo della bici sono soprattutto due cose: il fatto di correre sulle strade e il tempo che bisogna dedicare a essa. Con i simulatori queste due problematicità decadono. Ci si può prendere mezz’ora, un’ora per sé, allontanarsi dai pensieri e pedalare”. Con la speranza che presto tornino a essere un complemento e non una necessità.

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