Il premier libico Abdelhamid Dabaiba (foto LaPresse)

cambio di strategia

Il piano americano in Libia: un nuovo governo tecnico, poi il voto

Luca Gambardella

Turchi, russi e ciadiani fanno quello che vogliono, mentre le milizie si fanno la guerra a Tripoli. Per questo il premier Dabaiba è stato scaricato da Washington e dalle Nazioni Unite

Con due interventi molto duri rivolti al Consiglio di sicurezza dell’Onu, martedì sera gli Stati Uniti e le stesse Nazioni Unite hanno scaricato Abdulhamid Dabaiba, il premier di Tripoli su cui per anni avevano deciso di puntare. Gli scontri della settimana scorsa nella capitale libica, in cui almeno 55 persone sono morte e diverse centinaia sono rimaste ferite, hanno dimostrato una volta di più che non solo Dabaiba non controlla l’ovest del paese, ma nemmeno alcune aree di Tripoli. Impossibile continuare a illudersi di potere arrivare a un voto (pseudo) democratico se la pacificazione resta una chimera e allora, ecco il cambio di strategia dettato da Washington. “Sosteniamo la formazione di un governo tecnocratico provvisorio il cui unico compito sarà quello di portare il paese alle elezioni”, ha detto martedì sera l’ambasciatrice americana al Palazzo di Vetro, Linda Thomas-Greenfield. 

  

  

Gli ultimi combattimenti fra milizie “sottolineano l’assenza di comando e controllo sugli apparati di sicurezza frammentati dell’ovest della Libia e lo stato precario della sicurezza”,  ha rincarato il rappresentante speciale delle Nazioni Unite in Libia, il senegalese Abdoulaye Bathily. 

  

Per Dabaiba si tratta di una destituzione da parte del suo sponsor principale, la comunità internazionale, l’unica che aveva offerto legittimità al suo governo. Nelle stesse ore in cui gli americani ritiravano il loro sostegno a Dabaiba, su tre fronti diversi sono giunte altrettante dimostrazioni di quanto la Libia sia ormai terra di nessuno. A nord, al largo della Tripolitania, una fregata turca era impegnata nell’ennesima esercitazione navale nelle acque territoriali libiche. La settimana scorsa è stata annunciata la cessione ai turchi del porto di al Khoms per costruire una base militare. Nonostante lo scalo sia usato già da anni dalla Marina turca per ormeggiare le sue navi militari, i ministri di Dabaiba hanno provato a smentire la notizia della base. Nessuno però crede più alle dichiarazioni del governo di Tripoli, men che meno i residenti di Khoms, che sono scesi in strada a protestare. Contemporaneamente, a est, il viceministro alla Difesa della Russia, Yunus-bek Yevkurov, è sbarcato a Bengasi e ha incontrato il generale della Cirenaica, Khalifa Haftar. I due hanno parlato della cooperazione militare e delle nuove forniture di armi e munizioni che Mosca dovrebbe fornire al suo alleato libico. Nessun riferimento è stato fatto invece alla presenza in Cirenaica dei mercenari della Wagner, che non hanno alcuna intenzione di lasciare la Libia. Infine a sud, nella regione del Fezzan, il premier Dabaiba ha autorizzato 200 uomini delle forze regolari del Ciad, protetti dall’alto dai caccia francesi, a sconfinare in Libia per colpire i ribelli del Fronte per il cambiamento e la concordia (Fact). I ribelli ciadiani sono sostenuti dalla Wagner e lo stesso Fezzan, oltre a essere rivendicato da Haftar, è dove i russi hanno la loro principale base militare nel paese, quella di al Jufra. Facile immaginare quindi che il viaggio a Bengasi da parte del viceministro del Cremlino sia legato agli scontri a sud. 

  

Se in Libia comandano tutti tranne coloro su cui finora ha puntato  la comunità internazionale, allora sembra essere giunto il momento di cambiare strategia. Fino a ieri, il piano di Europa e Stati Uniti prevedeva di indire elezioni e poi di formare un governo di unità nazionale sulla base dei risultati. Ora però gli americani temono sempre di più che le crisi in Sudan e Niger possano contagiare anche Ciad e Libia. Il tempo stringe e per questo propongono di invertire l’ordine: prima si formerà un nuovo governo “tecnico” condiviso da tutti a est e a ovest, e poi si andrà a elezioni. Nei fatti, è una vittoria di Haftar, che così potrebbe riuscire a infilare i suoi uomini nel nuovo esecutivo e contribuire a dettare le regole del voto. Ma la nuova strategia nasconde anche dei rischi. Il nuovo governo dovrebbe essere una soluzione ponte, ha detto l’ambasciatrice Thomas-Greenfield, ma come dimostra il caso di Dabaiba, in Libia accade sovente che un leader ad interim si tramuti in uno a tempo indeterminato. 

  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.