Foto di Mohamed Messara, via Ansa  

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La Tunisia chiede più finanziamenti e mezzi per gestire i flussi di migranti

Redazione

Il governo Meloni lavora per sbloccare le risorse del Fmi sperando di contenere la crisi economica del paese e le partenze illegali. Ma il ministro degli Esteri tunisino Nabil Ammar dice: "Non si possono imporre riforme drastiche"

"Abbiamo bisogno di finanziamenti e di materiale". La richiesta, ancora una volta rinnovata, è del ministro degli Esteri tunisino, Nabil Ammar, che oggi ha parlato a Repubblica. La Tunisia è al centro dell'attenzione del governo italiano, che teme un aumento massiccio dei flussi migratori in estate e la conseguente gestione, con gli hotspot sovraffollati, nonché carenti di risorse umane e materiali. L'ultimo confronto sul tema c'è stato ieri, in un vertice a Palazzo Chigi con i ministri competenti da cui è emersa l'intenzione di continuare a lavorare per sbloccare i finanziamenti da 1,9 miliardi di dollari del Fondo Monetario Internazionale. La Tunisia, non ancora fallita, è però a rischio default. "Il Fondo esige certe condizioni – spiega oggi il ministro – Noi vogliamo riformare il nostro paese ma non si possono imporre riforme drastiche e da realizzare su un breve periodo. Dobbiamo pensare alla giustizia sociale, altrimenti ci saranno ancora più tunisini che emigreranno clandestinamente. Stiamo negoziando con l‘Fmi".

Dal 2014 a oggi, il paese guidato da Kais Saied ha già ottenuto 162 milioni di euro dall'Europa “per sostenere le riforme” e altri 47 milioni per il controllo dei confini dal governo italiano. Il motivo principale addotto come giustificazione è che, come la Libia e la Turchia, anche la Tunisia si trova a "intercettare i migranti" che vogliono partire verso l'Europa: "La Tunisia ha ricevuto molto meno fondi europei per finanziare questa battaglia di altri paesi, come la Turchia", dice oggi Ammar. "Noi siamo un paese di passaggio, la maggior parte dei migranti arriva dai paesi subsahariani. Abbiamo imbarcazioni e mezzi operativi donati dall'Europa e dall'Italia stessa, ma non sono sufficienti e in certi casi ormai vecchi". 

La settimana prossima Ammar sarà a Roma per incontrare il ministro Antonio Tajani. Le intenzioni le anticipa a Repubblica: "Con l'Italia e l'Europa dobbiamo allargare la cooperazione al di là dei migranti". E perciò propone un aiuto sulle riforme strutturali che sposa la linea del Piano Mattei evocato a più riprese dalla premier Giorgia Meloni: "La Tunisia ha tante potenzialità: creiamo qui e nei paesi subsahariani le condizioni per uno sviluppo vero. L'Italia e gli altri paesi ci dicono: vi aiuteremo nell'immigrazione legale. Ma svuotare la Tunisia delle sue competenze, di medici, ingegneri e tecnici non è la soluzione. Queste persone possono andare all'estero, arricchire la loro esperienza, ma poi bisogna dare loro l'occasione di ritornare".  

Sullo sfondo di queste parole c'è un quadro di crisi economica gravissima. Per distogliere l'attenzione dai problemi economici, il governo di Kais Saied sta puntando su una campagna di odio razziale verso i migranti subsahariani, sostenuta su una presunta teoria di sostituzione etnica. È una modalità che va avanti da anni, ma che negli ultimi tempi sta attecchendo, tanto da sfociare in aggressioni xenofobe ai danni dei subsahariani nel paese. Sollecitato su questo punto, il ministro degli Esteri ha risposto dicendo che il governo di Saied è stato "l'oggetto di una macchina mediatica coordinata tra diversi interlocutori, per lo più stranieri". Per poi ribadire che "La Tunisia non è un paese razzista". E che il presidente Saied "è un vero umanista".

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