Tutti uniti

Putin aveva “torto marcio”. Rimangiatevi gli “Sleepy Joe” e la lagna sul declino occidentale

Paola Peduzzi

Come funziona il multilateralismo? Ognuno fa la sua parte. Con un leader: Joe Biden

Milano. Arrivando a Kyiv la mattina del trecentosessantunesimo giorno dall’attacco russo all’Ucraina, Joe Biden, il presidente americano più sottovalutato di sempre, ha detto: “Quando Vladimir Putin fece partire la sua invasione quasi un anno fa, pensava che l’Ucraina fosse debole, che l’occidente fosse diviso. Pensava di poter durare più a lungo di noi. Aveva torto marcio”. Aveva torto marcio il presidente russo e con lui i suoi sostenitori e quelli che pensano che tener testa al mondo libero sia un’impresa dettata dalla storia, ma avevano torto marcio anche i cantori dell’occidente stanco, debole, in declino, alla fine della sua corsa democratico-liberale. Questi cantori stonati hanno poi rielaborato le loro teorie dicendo: per forza che l’occidente si è unito, imperialista e guerrafondaio com’è non gli è parso vero di potersi compattare per muovere guerra alla Russia, accerchiarla, sfinirla, umiliarla. E’ l’esatto contrario: Putin e i suoi alleati sono tenuti insieme da una guerra brutale e ingiustificata, talmente sbagliata che non sanno nemmeno vincerla, mentre l’occidente ha  superato le sue divisioni per soccorrere il popolo ucraino, per farlo sentire protetto nella casa che aveva già scelto di abitare, nel 2004 e nel 2014: la nostra casa comune, a ovest. E i cantori stonati possono pure rimangiarsi gli “Sleepy Joe” con cui hanno accompagnato – riproponendo il mantra trumpiano – questa prima metà del mandato presidenziale di Biden, compiacendosi nel racconto del presidente troppo vecchio e narcolettico, il presidente delle gaffe, il presidente che annusa i capelli delle donne che abbraccia in modo troppo insistito, il presidente-impostore che s’è rubato la vittoria alle elezioni. Biden ha unito l’America e l’occidente sul sostegno all’Ucraina, esercitando la leadership americana per costruire una risposta multilaterale all’aggressione di Putin.

 

Dopo la storica visita a Kyiv, in una mattina gloriosa di sole e d’azzurro – se si vanno a rileggere i giornali di un anno fa, tutti i titoli sono sull’intelligence americana e inglese che dicono: la Russia è pronta a invadere l’Ucraina – Biden è andato a Varsavia, dove ha incontrato la leadership polacca in prima linea, assieme agli altri paesi dell’Europa nord-orientale dentro alla Nato, i Bucarest-9, nella difesa di Kyiv. Da qui, nell’est europeo che da tempo dava parecchi mal di testa a Bruxelles, sono cambiati i cuori e le menti di tutta l’Europa, come dimostrano i cartelloni luminosi che ieri aspettavano Biden: “Manda gli F-16 all’Ucraina”. Il primo ministro polacco, Mateusz Morawiecki, ha detto: “Il mio lavoro è muovere il pendolo dell’immaginazione dei miei partner dell’Europa occidentale”. E quanto si è mosso questo pendolo: se si guarda a ritroso l’anno appena trascorso se ne vede il movimento indefesso – un pendolo che, pur senza andare mai (non ancora) alla velocità richiesta dall’Ucraina, ha smantellato le ritrosie di tutti gli alleati, una alla volta, senza fermarsi. Ora c’è un gran dibattito sulla leadership interna dell’Unione europea, il baricentro spostato verso est quando è sempre stato a ovest, con tutto il discontento che ne viene, ma in realtà anche questa nuova convivenza è il risultato del “torto marcio” di Putin. Lo è stato e lo sarà. Quando la premier estone Kaja Kallas dice: “E’ molto facile per me dire: certo, diamo i jet a Kyiv, ma io non ce li ho”, sottolinea il fatto che senza la collaborazione di tutti il sostegno a Kyiv non avrebbe retto finora, né potrà farlo in futuro.

 

Ognuno fa la sua parte: questa è l’essenza del multilateralismo, il contrario dell’interesse nazionale al primo posto, ma anche il contrario di una sommatoria di interessi nazionali (ammesso che possa esistere). Ognuno fa la sua parte: l’America con la sua leadership, i suoi miliardi di dollari e le sue forniture militari (e con la determinazione di Biden che ha arginato, almeno finora ma non era affatto scontato, il filoputinismo dell’ala trumpiana del Partito repubblicano, che ora ha la maggioranza alla Camera); gli europei mettendo a disposizione ognuno quello che ha, dai valori alle basi per addestrare soldati ucraini ai fondi militar-umanitari, ai mezzi militari. Non si può ovviamente dire che questa macchina di difesa dall’aggressione russa si sia costruita e avviata senza intoppi, né che possa funzionare senza che ogni paese alleato si impegni a oliarne i meccanismi con pazienza e costanza. Ma Putin aveva torto marcio quando pensava che questa macchina non potesse esistere, e quando ripete che lui ha il tempo e gli uomini dalla sua parte, ancora una volta sottovaluta le risorse della compattezza occidentale: questa macchina si può sempre rompere, certo, ma può anche accelerare. 

  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi