Al simposio di Monaco non ci sono i russi ma c'è molta unità occidentale. Parla Ian Bremmer

Paola Peduzzi

Per il presidente dell'Eurasia Group l’allineamento è completo. Al limite c’è una piccola crepa (francese)

“Qui la preoccupazione è grande”, dice Ian Bremmer, presidente dell’Eurasia Group,  e con “qui” intende la Conferenza sulla sicurezza di Monaco, uno degli appuntamenti più importanti dell’anno in materia di difesa e di equilibri geopolitici. “Tutti si aspettano che le cose vadano peggio” e che quella che Annalena Baerbock ha perfettamente definito, proprio a Monaco, come “una crisi russa, non una crisi ucraina” non sia destinata a risolversi presto. Bremmer è uno dei più grandi esperti di rischi globali, è uno che i guai li vede arrivare, ha teorizzato il “Gzero”, cioè un mondo senza una leadership, con molto anticipo e a maggio pubblicherà un libro che si intitola “The power of crisis”, il potere delle crisi, appunto. “Vengo qui ormai da dieci anni – dice Bremmer che qualche ora prima aveva tenuto un incontro con John Kerry, oggi inviato per le questioni climatiche dell’Amministrazione Biden – e in questa particolare edizione con la guerra tanto vicina ho notato due cose: la prima è che non ci sono, per la prima volta, i russi, e questo è un problema; la seconda è che mai l’occidente è sembrato tanto unito, America, Europa, la Nato, tutti. Davvero qui ci siamo sempre incontrati per parlare delle fragilità occidentali, oggi no, oggi si notano soltanto l’unità e l’allineamento”.

 

Perché le mancano i russi? “Perché bisogna tenere aperti i canali di dialogo e la Conferenza serve proprio come tavolo informale delle diplomazie. Se ci fossero i russi, potremmo parlare, potremmo capire, invece così ogni rapporto è interrotto”. Il segretario di stato americano, Antony Blinken, arrivato anche lui a Monaco assieme alla vicepresidente Kamala Harris, avrà un altro incontro la settimana prossima con il suo omologo russo, Sergei Lavrov, ma le aspettative non sono alte. Blinken vorrebbe sapere se ci sarà “un’ulteriore” invasione dell’Ucraina, dando per assodato che è già cominciata e che evacuazioni, denunce di genocidio da parte degli ucraini ai danni dei filorussi dell’est ucraino, soldati russi che non si sono ritirati e anzi organizzeranno un’esercitazione missilistica sono già da considerare come un ulteriore scarto in avanti di Vladimir Putin. 

 

Ian Bremmer pensa che il presidente russo sia consapevole del fatto che ci sarà una rappresaglia, che non ha scommesso, sbagliando, sulle divisioni occidentali: “Ha deciso di andare avanti”, preparando la sua macchina di propaganda e preparando i russi alle sanzioni che arriveranno. Certo è che un’azione tanto unita dei paesi occidentali non era attesa nemmeno da noi stessi. “Abbiamo parlato molto della questione tedesca – dice Bremmer riferendosi all’ambiguità che il governo di Olaf Scholz ha tenuto all’inizio di questa crisi – ma l’incontro tra il cancelliere e il presidente Biden è andato molto bene, c’è un allineamento completo”. Con tutta probabilità Scholz si augura che Nord Stream 2, il gasdotto della discordia su cui gli americani fanno molte pressioni (per fermarlo almeno temporaneamente), non risulti come l’ultima alternativa praticabile per evitare una guerra, perché si ritroverebbe in una posizione invero impossibile. Ma intanto ha cercato di dissipare in ogni modo i dubbi di qualche settimana fa sulla sua affidabilità.

 

Non è un disallineato, Scholz, secondo Bremmer di disallineati non ce ne sono, questo è il talk of the town anche alla Conferenza di Monaco, ma se proprio bisogna trovare qualche crepa, allora questa ha origine in Francia. “Emmanuel Macron è in campagna elettorale e quindi alcuni temono che si possa avventurare su una strada indipendente rispetto agli altri”, dice Bremmer. “Quixotic”, donchisciottesco, spavaldo ma inefficace: è così che Bremmer definisce l’imprevedibilità di Macron o almeno quella che preoccupa qualcuno. Lui preferisce insistere sul fatto che la minaccia di Putin di far guerra all’Ucraina “ha rafforzato la relazione transatlantica, la belligeranza di Mosca ci ricorda che le democrazie sono ancora vive e stanno bene, nonostante le minacce”. Che è quello che si dicono un po’ tutti al simposio della diplomazia internazionale senza russi.

  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi