Foto LaPresse di Efrem Lukatsky 

Putin? Questa volta l'Europa è pronta

Claudio Cerasa

Sanzioni vere, paesi uniti, no cavalli di Troia. La minaccia russa mostra un nuovo volto dell’Europa 

La forza di Vladimir Putin è quella di trasformare ogni sua offensiva, diplomatica o militare, in qualcosa di simile a uno specchio strategico utile a riflettere le debolezze degli avversari. Anche questa volta, lo schieramento degli oltre centomila soldati russi al confine ucraino, seguito dalle simmetriche esercitazioni nel Mar Nero di trenta navi da guerra, ha contribuito ad attivare in modo traumatico e repentino uno stress test sulle difese se non dell’occidente quantomeno dell’Europa, oltre che della Nato. Il fatto che Putin abbia scelto di arrivare con nonchalance a un passo dal confine dell’Ucraina, lasciando intendere di essere pronto a un’operazione militare da Odessa fino a Kharkiv, che la Russia cercò già di conquistare nel 2014, potrebbe  essere considerato come un primo elemento autoevidente di quello che è lo stato della diplomazia europea: la Russia crede così poco nella capacità di deterrenza dell’occidente da non essere preoccupata dalle possibili conseguenze di un suo ingresso in Ucraina. Eppure questa volta, rispetto al 2014, rispetto ai mesi in cui la Russia di Putin arrivò ad annettere la Crimea, l’Europa si presenta all’appuntamento con il conflitto potenziale ai confini dell’Ucraina con un assetto caratterizzato più da punti di forza che da punti di debolezza.

 

Il primo punto è geopolitico. Se è vero come sosteneva tempo fa non Vladimir Putin ma Emmanuel Macron che la Nato era “clinicamente morta” oggi la Nato di fronte alla minaccia in Ucraina è clinicamente viva. E seppure con un numero di truppe decisamente inferiore al momento rispetto a quello schierato dalla Russia (1.000 soldati) la Nato non ha dubbi sul fatto che l’Ucraina debba essere difesa. Il secondo punto è più politico e una differenza rispetto al 2014 è che l’Europa con il passare del tempo ha visto arretrare le forze politiche più sensibili al richiamo russo. Nel 2014, i sovranisti si facevano fotografare sulla Piazza Rossa di Mosca con indosso la maglietta della Crimea. Oggi i sovranisti, o almeno buona parte di essi, sono passati dalla parte della Nato, al punto da non essere ostili (al Foglio lo ha confermato Lorenzo Fontana, responsabile degli Esteri della Lega) alle sanzioni che l’Europa e gli Stati Uniti hanno minacciato di far partire in caso di invasione dell’Ucraina (l’Europa non può fare a meno del metano che arriva dai rubinetti russi, è vero, ma la Russia non può fare a meno del mercato europeo: Gazprom esporta il 67 per cento nei paesi dell’Unione europea). Rispetto alle sanzioni, poi, sanzioni che prevedono blacklist, blocco delle operazioni finanziarie, blocco della costruzione del Nord Stream 2, un gasdotto che parte dalla Russia e che potrebbe consentire di trasportare verso la Germania e l’Europa 55 miliardi di metri cubi di gas naturale all’anno, le condizioni dell’Europa oggi sono diverse rispetto a quelle di alcuni anni fa. In primo luogo, perché tra i 27 paesi membri dell’Unione europea ce n’è solo uno che potrebbe bloccare le sanzioni, che per essere approvate devono avere l’unanimità dei leader europei, e quel paese è l’Ungheria, che però dal 2014, in risposta alle azioni russe in Ucraina, ha sempre votato a favore del rinnovo delle sanzioni contro la Russia (l’ultimo voto, con proroga di sei mesi, è stato pochi giorni fa, il 31 gennaio). In secondo luogo, dalla fine dello scorso anno, l’Unione europea ha a disposizione una piccola ma simbolica arma con cui può agire anche senza ricorrere al meccanico strumento dell’unanimità: le sanzioni commerciali, che essendo di competenza della Commissione possono scattare anche con una maggioranza qualificata.

 

“Nessuno – ha affermato ieri Scholz a colloquio con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky – potrà dubitare della determinazione della Germania e della Nato se vi dovesse essere un’invasione russa dell’Ucraina”. Ieri il commissario all’Economia, Paolo Gentiloni, condividendo la nota congiunta dei ministri delle Finanze del G7, ha detto, a nome della Commissione, di “sostenere l’Ucraina, la sua sovranità e la sua economia”. Mercoledì, il Parlamento europeo voterà sullo stanziamento di 1,2 miliardi di euro di assistenza macrofinanziaria per “sostenere la stabilità e la resilienza dell’Ucraina in queste difficili circostanze”. La linea rossa da non superare non è ancora stata fissata con chiarezza, segno che le diplomazie sono a lavoro non in modo retorico, ma rispetto a qualche anno fa una certezza c’è: l’Europa che si guarda nello specchio offerto da Putin scopre di essere cresciuta e quello che la Russia perderebbe sconfinando in Ucraina oggi, anche grazie all’Europa, potrebbe essere più consistente rispetto a otto anni fa. 

 

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.