La crisi

Come funziona il piano d'evacuazione degli italiani dall'Ucraina

Il ministro Di Maio verso Kiev e poi Mosca

Giulia Pompili

La Farnesina ha da pochissimo aggiornato il suo piano per mettere in sicurezza gli italiani residenti nel paese. In caso di conflitto ci sarebbero tra i 2.500 e i 3.000 connazionali da far uscire dal paese. Con l'aiuto dei "capimaglia"

Mentre si lavora alla missione del ministro degli Esteri Luigi Di Maio prima a Kiev e poi a Mosca (per la seconda sembra che siano ancora in sospeso soltanto alcune questioni logistiche sull’incontro con l’omologo russo Sergei Lavrov, dicono due diverse fonti al Foglio), sul tavolo dell’Unità di crisi della Farnesina è già pronto il piano d’evacuazione dei connazionali in caso di conflitto. E’ stato aggiornato da pochissimo, dopo una valutazione sul campo, all’inizio di febbraio, di una squadra composta da intelligence, Difesa ed Esteri, che ha visitato le città di Kiev, Kharkiv, Odessa e Kramatorsk. La posizione italiana sul conflitto tra Russia e Ucraina è quella condivisa dagli alleati: massimo sostegno all’integrità e alla sovranità nazionale e partecipazione alle sanzioni contro la Russia. Ma, soprattutto negli ultimi giorni, il governo italiano si è allineato alle posizioni dell’Unione europea, che chiede di non interrompere gli sforzi diplomatici e i negoziati. E’ anche per questo che durante il fine settimana, dopo una riunione di coordinamento tra i capi missione dell’Ue a Kiev, si è deciso di lasciare pienamente operative tutte le ambasciate in Ucraina: un segnale che è stato apprezzato da entrambe le parti.   Allo stesso tempo però, i ministeri degli Esteri dei paesi membri hanno invitato i connazionali presenti sul territorio ucraino a lasciare il paese – a titolo “più che altro cautelativo”, dice una fonte confidenziale al Foglio. E per dare un segnale ai cittadini, che nel giro di una settimana hanno visto svuotarsi alcune ambasciate di paesi anglosassoni come in una specie di “effetto domino”.

 

Rispetto all’evacuazione dell’Afghanistan, la situazione in Ucraina è decisamente diversa. Secondo l’Anagrafe Italiani residenti all'estero, attualmente in Ucraina ci sarebbero 1.600 italiani. A questi vanno aggiunte oltre 400 persone che si sono registrate, negli ultimi giorni e con l’intensificarsi della crisi, al servizio del ministero degli Esteri “viaggiare sicuri”. Ma non tutti sono segnalati: secondo i dati del governo, in Ucraina ci sono tra i 2.500 e 3.000 italiani. E’ difficile anche capire quanti di loro nel frattempo, e dopo l’avviso di sabato, abbiano lasciato il paese, perché in molti hanno scelto l’automobile privata e le compagnie aeree, soprattutto le low cost, non hanno ancora rilasciato dati ufficiali. Moltissimi inoltre hanno deciso di restare in Ucraina perché hanno famiglia e lavoro, una vita. Il programma di evacuazione messo a punto dall’Unità di crisi è coordinato dalla logistica della Difesa, parliamo di numeri contenuti e quindi facilmente gestibili attraverso ponti aerei, ma per territori così vasti la Farnesina si avvale anche di quelli che vengono definiti i capimaglia: sono i civili residenti in aree magari più lontane dalla prima sede diplomatica, e che vengono incaricati di avvertire e radunare i connazionali in caso d’emergenza – la stazione capo maglia, nel settore della radiofonia, è proprio quella che coordina e dirama gli avvisi.

 

“Dal punto di vista commerciale abbiamo una buona presenza in Italia”, dice al Foglio una fonte dell’imprenditoria che ha deciso di rimanere a Kiev, “circa 4 miliardi di euro l’anno. Siamo i terzi in Italia dopo Germania e Polonia per interscambio, va forte il made in Italy, come in Russia del resto”. Ma da queste parti non ci sono grandi investimenti, o interessi strategici da proteggere: “C’è Banca Intesa, che possiede la Pravex Bank di Kiev, c’è il colosso di materiali chimici Mapei che ha una sussidiaria qui, ma non è una presenza economica minimamente comparabile a quella che abbiamo in Russia”.  

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”, ed è in libreria con "Sotto lo stesso cielo" (Mondadori). È terzo dan di kendo.