Manifestazioni in Iran dopo l'uccisione di Qassem Suleimani (foto LaPresse)

La guerra, non più interposta e sparpagliata ma diretta e frontale, è molto più vicina

Adriano Sofri

La fine dell’equilibrio di influenza fra Iran e Usa. L’Iraq in preda a una crisi istituzionale e scosso dalle milizie e dalla protesta dei giovani

Dopo l’uccisione di Osama bin Laden, o più probabilmente prima, questo è il colpo più grosso mai assestato dagli Stati Uniti, e quello dalle conseguenze più imprevedibili. Bin Laden era un clandestino braccato, trovarlo ed eliminarlo era soprattutto la punizione per la sfida tracotante dell’11 settembre. Qassem Suleimani era al culmine del potere, dentro e fuori dall’Iran. Era e si sentiva così forte da non metter più in conto il rischio che si decidesse di ucciderlo: senza questa inaudita sicurezza sarebbe stato difficile colpirlo dentro l’aeroporto di Baghdad, al suo arrivo, con gli accompagnatori e il corteo degli ospiti, compreso il “suo soldato”, e uomo forte iracheno, Abu Mahdi al-Muhandis. Oggi nessuno potrebbe ragionevolmente scommettere un soldo sulla pace o la guerra fra Iran e Stati Uniti. Trump dev’essersi sentito davvero alle strette per aver autorizzato un colpo così azzardato, e si può condividere la conclusione del giudizio di Ian Bremmer: “Suleimani era un vero nemico degli Stati Uniti… Il mondo senza di lui è migliore. Ma è impossibile confidare nella capacità di Trump di governare la crisi che arriva”. 

 

 

L’escalation della scorsa settimana basta a mostrare dove arrivi il gioco al rialzo delle provocazioni e della rappresaglie. I miliziani di Kataib Hezbollah – i seguaci di al-Muhandis, gli stessi che hanno poi animato l’assedio all’ambasciata americana – hanno colpito con più di venti razzi un deposito iracheno-americano nella curda Kirkuk, uccidendo un contractor civile e ferendo militari iracheni e americani. La rappresaglia aerea Usa ha ucciso 25 miliziani in basi diverse in Iraq e in Siria. I seguaci di Hezbollah irachena, alla presenza di al-Muhandis, hanno circondato e attaccato l’ambasciata Usa nella Zona Verde di Baghdad, contando sulla complicità di un responsabile della sicurezza fedele a Suleimani. I governanti sciiti erano riusciti a ritirare i manifestanti mentre il dipartimento di Stato spediva 750 uomini delle forze speciali a protezione dell’ambasciata e Trump augurava il buon anno al governo iraniano: “Il mio non è un avvertimento, è una minaccia!”.

 

Si poteva pensare che Trump fosse in realtà nell’angolo, e che il rialzo andasse a tutto vantaggio dell’Iran e dei suoi sottoposti iracheni: molto più disposti, e alcuni senz’altro desiderosi, di spingere la partita fino allo sbaraglio della guerra aperta, che non un Trump spaventato dall’impeachment e dal rischio di affrontare le elezioni pagando un costo carissimo di vite di suoi soldati e cittadini. Ma stavano succedendo cose travolgenti in Iraq. Da mesi manifestanti, soprattutto giovani – quelli sono paesi di giovani spiantati e di vecchi padronali – tengono le strade delle città sciite del centro e del sud a costo di centinaia e migliaia di morti ammazzati, per protestare contro la corruzione dei partiti e la disuguaglianza insultante, l’invadenza straniera – coi consolati iraniani assaltati e dati alle fiamme – l’arroganza delle milizie. Nei cartelli dei manifestanti i nomi dei grandi capi delle Forze di Mobilitazione Popolare, le milizie Hashd al-Shaabi, erano messi sotto accusa per esser stati dalla parte di Teheran al tempo della guerra Iran-Iraq del 1980-’88. Da sempre, l’Iraq è scosso da divisioni laceranti: all’interno, fra la maggioranza sciita e i sunniti, e fra gli arabi e i curdi e le altre numerosissime nazionalità e religioni minori. All’esterno, dove la fede sciita è un motivo di unione con l’Iran, e a dividerli è la nazionalità araba contro quella persiana. 

 

 

L’Iraq è in preda a una crisi istituzionale ancora senza uscita, dopo le dimissioni del primo ministro.

 

Soleimani ha avuto un ruolo determinante tanto nell’organizzare la repressione feroce delle manifestazioni quanto nel manovrare la formazione del nuovo governo: per questo tornava ieri a Bagdad, in un venerdì, il giorno sacro – anche questo sfregio sta nel colpo americano. 

 

 

Si diceva nei giorni scorsi che avesse operato per avere, col controllo della Zona Verde, l’opportunità di tenere sotto tiro il personale diplomatico internazionale. Mentre curdi – compreso il presidente della Repubblica, Barham Salih – e sunniti si tenevano alla larga dal tumulto di strade e istituzioni, si diceva che i dirigenti politici sciiti, che sono anche a capo di fazioni armate accanitamente rivali, ma tutte più o meno fanaticamente infeudate a Teheran, stessero raggiungendo un accordo per votare in parlamento l’evacuazione di tutte le truppe americane. In teoria il programma di Trump, in pratica la fine dell’equilibrio di influenza fra Iran e Usa e l’annessione completa dell’Iraq all’egemonia iraniana. Forse anche questa incombenza ha spinto Trump e il dipartimento di Stato al colpo grosso, enorme, di venerdì mattina.

 

Soleimani non era solo un comandante leggendario per i suoi, era anche l’uomo che decideva. La sua perdita potrebbe consigliare i suoi di prendere tempo e, scontata qualche esibizione immediata, misurare la reazione sul disordine provocato nella gerarchia dei pasdaran. D’altra parte la situazione favorisce gli esaltati e gli avventuristi nel campo iraniano, quelli per i quali il costo in vite umane, comprese le proprie – il martirio – non è una preoccupazione ma un’aspirazione. E’ questa l’arma in più della teocrazia iraniana rispetto alla sventatezza trumpiana. Anche gli ayatollah sfrenati e i mullah e i loro caporali tengono alla pelle più che non diano a intendere, ma nessuno può dubitare che siano disposti a giocare lugubremente la pelle dei loro, di fronte all’eroe abbattuto, il pupillo del vecchio Khamenei. Anche l’Iran era attraversato da tempo da un risentimento contro l’espansionismo militare capeggiato da Soleimani che aveva come complemento una povertà sempre più diffusa. Ma ora è il momento del pianto rituale e della vendetta giurata. La guerra fra Iran e Stati Uniti, non più interposta e sparpagliata ma diretta e frontale, è diventata molto più vicina.

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