Un raid americano a Baghdad ha ucciso il generale iraniano Suleimani

Vicinissimo al leader supremo Khamenei, da quindici anni era l'architetto della strategia iraniana in medio oriente e della repressione degli ultimi mesi in Iraq. Il Pentagono conferma che è stato Donald Trump a ordinare l'operazione

Due giorni dopo l'assalto all'ambasciata americana, nella notte tra giovedì e venerdì, gli Stati Uniti hanno lanciato un attacco aereo e con droni in Iraq. Alcuni missili hanno colpito due veicoli che si trovavano vicino all'aeroporto internazionale di Baghdad. Nell'operazione è stato ucciso Qassem Suleimani, il potente generale iraniano capo delle milizie al Quds dei Guardiani della Rivoluzione, la forza d'élite dell'esercito della Repubblica islamica, incaricata di compiere operazioni coperte all'estero. Negli ultimi anni Suleimani aveva coordinato l’azione iraniana in Siria, gli attacchi su Israele e la recente repressione della proteste antigovernative irachene da parte dalle milizie sciite filo-iraniane presenti nel paese. Il Pentagono ha confermato che è stato Donald Trump a ordinare l'uccisione del generale. Il raid segue infatti le parole del capo del dipartimento della Difesa, Mark Esper, che mercoledì aveva preannunciato “azioni preventive” qualora Washington avessero rilevato “altri comportamenti offensivi da parte di questi gruppi, che sono tutti sostenuti, diretti e finanziati dall'Iran”. 

 

    
Nell'operazione, avvenuta poco dopo la mezzanotte, è stato ucciso anche Abu Mahdi al Muhandis: il “numero due” di Hashed al Shaabi, le “forze di mobilitazione popolare”, la coalizione paramilitare filo-iraniana, ormai affiliata al governo di Baghdad. La rete di milizie armate, prevalentemente sciite e molte delle quali hanno legami stretti con Teheran, sono state ufficialmente incorporate alle forze di sicurezza dello stato iracheno.

   

   

Suleimani era uno degli uomini più potenti in medio oriente: stratega con ambizioni politiche, è spesso apparso al fianco della guida suprema, l'ayatollah Ali Khamenei, ma si è sempre mosso nell'ombra. La morte del generale iraniano segna una escalation nel conflitto rimasto a lungo sotto traccia tra Washington e Teheran. Khamenei ha proclamato tre giorni di lutto nazionale: il sentiero intrapreso da Suleimani continuerà ad essere seguito, ha dichiarato nel discorso con cui ha minacciato una dura risposta contro gli Stati Uniti, ma i responsabili dell'attacco che ha causato la morte del generale dovranno far fronte ad una grave ritorsione. Il segretario di stato americano Mike Pompeo ha pubblicato su Twitter un video che mostra iracheni in festa per strada. “Gli iracheni”, scrive Pompeo, “danzano nelle strade per la libertà, grati che il generale Suleimani non c'è più”.

    

   

Anche il primo ministro dimissionario dell'Iraq, Adil Abdul Mahdi, ha preso una posizione, molto critica, riguardo all'attacco americano a Baghdad. “L'assassinio di un comandante militare iracheno che detiene una posizione ufficiale è un'aggressione contro l'Iraq, una flagrante violazione della sovranità irachena e un palese attacco alla dignità del paese”, ha scritto Mahdi su Twitter. “Una pericolosa escalation rischia di scatenare una guerra devastante in Iraq, in medio oriente e nel mondo. È una palese violazione delle condizioni per la presenza delle forze americane in Iraq, il cui ruolo si deve limitare alla formazione delle forze irachene e alla lotta allo Stato islamico nella coalizione internazionale e sotto la supervisione e l'approvazione del governo iracheno”.

   

   

 

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