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Stati Uniti, Iran e la guerra petrolifera

L'uccisione del generale Suleimani ha sovvertito tutti gli scenari che gli analisti avevano prospettato per il mercato petrolifero nel 2020. Ecco cosa può succedere adesso

4 Gennaio 2020 alle 13:53

Stati Uniti, Iran e la guerra petrolifera

Foto LaPresse

L’uccisione del generale iraniano Suleimani da parte degli Usa ha fatto ripiombare il mercato petrolifero in una fase di estrema volatilità, frantumando tutti gli scenari che gli analisti avevano prospettato per il 2020. Soltanto qualche giorno fa, il capo dell’Agenzia internazionale per l’energia, Fatih Birol, commentando la presentazione del World Energy Outlook, aveva dichiarato di non aspettarsi un aumento dei prezzi del petrolio nel breve periodo.

 

Al contrario, il greggio subito dopo lo strike aereo statunitense di Baghdad è schizzato a massimi che non si vedevano da mesi. Il Wti è arrivato a 63,70 dollari al barile, persino più dei livelli raggiunti a metà settembre – quando furono attaccati sul suolo saudita gli impianti di raffinazione della più grande compagnia petrolifera del mondo, la Saudi Aramco – il Brent invece ha toccato quota 69,06 dollari al barile. Non sono pochi coloro che collegano la mossa americana di giovedì notte con gli attacchi avvenuti agli impianti petroliferi di Darhan dello scorso settembre, oltre che all’escalation che è avvenuta nella zona verde a Baghdad negli ultimi giorni. Attacchi quelli di Darhan, secondo Riad, uno dei principali alleati della Casa Bianca, portati avanti dai ribelli yemeniti Houti, molto legati alla politica di potenza iraniana che proprio il generale Suleimani stava perseguendo su tutto lo scacchiere Mediorientale.

 

In quella occasione, si ebbe una interruzione di circa metà della produzione petrolifera saudita per qualche giorno. Oggi lo scenario è completamente diverso, a spaventare gli investitori sono le possibile conseguenze dell’uccisione di Suleimani e i possibili punti di sbocco delle probabili ritorsioni iraniane. Si guarda anzitutto allo stretto di Hormuz, già nei mesi scorsi teatro di un braccio di ferro tra l’Iran e le potenze occidentali. Da questa “strozzatura” passa il 20 per cento del commercio petrolifero globale, secondo le stime del Dipartimento per l’Energia americano. Secondo gli analisti di Rapidan, una società di consulenza energetica basata a Londra, il rischio di nuovi attacchi alle petroliere occidentali in transito nel Golfo è ritornato sopra il 50 per cento dopo l’uccisione del generale.

 

Un altro elemento di fibrillazione riguarda poi l’assenza di personale specializzato nei campi della produzione petrolifera irachena, visto che il Dipartimento di Stato americano ha ordinato l’immediata evacuazione di tutto il personale statunitense sul territorio. Il ministero del petrolio iracheno ha confermato che le condizioni nei campi petroliferi sono normali e stabili, ma c’è da aspettarsi un crollo nella produzione che a dicembre aveva raggiunto dei picchi record: circa 106 milioni di barili di greggio esportati, con ricavi superiori a 6 miliardi e 700 milioni di dollari.

 

Sul medio-lungo periodo questa nuova crisi apre poi altri scenari. Non vi è dubbio, infatti, che, la strategia trumpista della dominanza energetica, passi anche dall’eliminazione di un attore petrolifero fondamentale come l’Iran. Nonostante le sanzioni, il regime degli ayatollah è riuscito a mantenere i suoi progetti di espansione energetica. Solo qualche giorno fa, la Iranian Offshore Oil Company ha comunicato l’intenzione di sviluppare i giacimenti di Siri, nel Golfo Persico, aumentando la produzione offshore di circa 85 mila barili al giorno. India e Cina continuano poi a comprare il greggio iraniano. Gli Usa vivono una fase di rinascita petrolifera, come dimostrano i nuovi investimenti annunciati nel bacino persiano, dove saranno costruiti altri cinque oleodotti capaci di potenziare l’usptream statunitense, ma hanno altrettanto bisogno di conquistare nuove quote di mercato per ripagare l’enorme debito che il settore petrolifero statunitense legato all’espansione dello shale gas e del tight oil ha contratto per sopravvivere alla crisi del cheap oil. Secondo le stime del Wall Street Journal, stiamo parlando di circa 200 miliardi di dollari in scadenza nei prossimi 4 anni, di cui 41 miliardi solo nel 2020. Nel 2015, a causa dell’incapacità di sostenere l’esposizione obbligazionaria sono fallite circa 200 compagnie americane e altre sono fortemente esposte sul mercato. Per questo motivo, la guerra di Trump ai pasdaran è anche una guerra per la sopravvivenza di una delle principali industrie del Paese.

Gabriele Moccia

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