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Il senso di colpa della Germania

Senza l’orgoglio della propria identità, il “peccato originale” continuerà a terrorizzare i tedeschi, accelerandone il collasso, scrive Andreas Lombard su First Things

18 Novembre 2019 alle 10:34

Il senso di colpa della Germania

Foto Wikimedia Commons

Questo articolo è stato pubblicato sul Foglio Internazionale: ogni lunedì, segnalazioni dalla stampa estera con punti di vista che nessun altro vi farà leggere a cura di Giulio Meotti


 

"Dopo la caduta del Muro di Berlino, nessun argomento ha diviso così tanto l’Europa – e la Germania in particolare – come le migrazioni di massa”, scrive Andreas Lombard, direttore della rivista tedesca Cato, sull’americana First Things. “Gli europei hanno il diritto di difendere i propri confini dalle migliaia di migranti africani e mediorientali che ogni giorno tentano di entrare nelle loro nazioni? Quante persone possono essere accolte senza stravolgere la società di uno stato? Queste domande cercano risposta. Ma in Germania, più che altrove, si cerca di rifuggire tali questioni". Il popolo tedesco si sente quasi in dovere di accoglierli tutti, e la difesa dei confini viene vista con imbarazzo. Questa reazione trova le sue motivazioni nel passato. Dopo la Seconda guerra mondiale il popolo tedesco è stato costretto a fare i conti con gli anni del nazismo e delle atrocità contro gli ebrei. I tedeschi hanno introiettato l’idea che solamente ripudiando la propria eredità avrebbero potuto ricostruire una società democratica stabile, anche se ciò avrebbe comportato la negazione, insieme ai loro fallimenti, delle loro conquiste culturali. Un’abnegazione storico-culturale questa, che nella sua espressione più radicale punta all’estinzione. Di conseguenza, l’establishment politico e culturale tedesco usa il ricordo dell’Olocausto per zittire chiunque osi criticare lo status quo.

 

La Germania è divisa da un conflitto politico sull’immigrazione. Le regioni dell’est del paese sono meno accondiscendenti verso politiche di apertura dei confini rispetto alle regioni occidentali. Le zone orientali, infatti, fino alla caduta del Muro non sono state coinvolte nel processo di riflessione storica sul nazismo che si è sviluppato nella Repubblica federale di Germania nel secondo Dopoguerra. Così, mentre le regioni dell’ovest – oppresse dai sensi di colpa del passato – sono più propense ad accogliere i migranti, quelle dell’est preferiscono tutelarsi dalle esternalità negative che accompagnano l’immigrazione. Ma il conflitto politico sull’immigrazione non si ferma alle divisioni territoriali: entra nelle case, divide le famiglie, le aziende, i partiti politici e le istituzioni. Si può dire che tutta la società tedesca sia coinvolta in un continuo dibattito sull’immigrazione. 

 


La conseguenza di questa autocondanna è la convinzione che i crimini dell’Olocausto non possono essere perdonati. Ciò porta a un’espiazione continua senza soluzione di continuità


 

Per molti sostenitori dell’immigrazione di massa, non ci sono mai abbastanza barche nel Mediterraneo. Loro finanziano operazioni di salvataggio che incoraggiano sempre più persone a imbarcarsi. Loro credono che la vita dei migranti valga più di quella dei bigotti che si oppongono al loro arrivo (di solito appartenenti alle classi inferiori della società). Un giornalista dello Spiegel è riuscito a scrivere che vorrebbe vedere inverato il ‘sogno tedesco’ di un melting pot tra europei, persone del medio oriente e africani per creare una nazione assieme. Qualche anno prima, nel 2013, un noto professore di Francoforte aveva scritto che, per espiare i peccati del nazionalsocialismo, sarebbe giusto che la Germania venisse colonizzata dalle minoranze etniche. E questa non è un’opinione isolata. Per molti anni, i diversi presidenti della Germania Federale hanno sempre fatto riferimento alla ‘gente di Germania’ piuttosto che a ‘popolo tedesco’.

 

Come siamo giunti a questo punto? Bisogna guardare alla storia recente. La Germania ha subìto due enormi sconfitte in meno di cinquant’anni dall’inizio del Ventesimo secolo. La Prima e la Seconda guerra mondiale non hanno risparmiato a praticamente nessuna famiglia tedesca, morte, carestia e stupri. Ma, secondo molti, tanta sofferenza sarebbe la giusta punizione per le colpe della Germania e per i crimini del nazismo. Questo pensiero, già covato per decenni nel dopoguerra, si è diffuso con successo durante le proteste giovanili degli anni 70: gli studenti universitari additavano il capitalismo come causa delle guerre che avevano stravolto il continente fino a pochi decenni prima. Le cose cambiarono negli anni 80, quando la visione marxista perse credibilità, e al suo posto il genocidio degli ebrei divenne la chiave di lettura della storia. Le critiche al capitalismo vennero sostituite dalle critiche all’antisemitismo. Il sospetto di antisemitismo e xenofobia divennero la prima arma per “combattere le ingiustizie”.

 

Nei dibattiti sono sempre i non ebrei a sostenere la tesi dell’eccezionalità storica dell’Olocausto. I tedeschi dichiarano la loro eccezionalità di carnefici, non di vittime. I carnefici giudicano i loro crimini come i più efferati della storia umana; un mostruoso tipo di orgoglio mascherato da senso di colpa. Il punto della questione non è la condanna o meno dei carnefici, bensì la loro arroganza. La conseguenza di questa autocondanna è la convinzione, da parte del popolo tedesco, che i crimini dell’olocausto non possono essere perdonati. Ciò porta ad un’espiazione continua dei propri peccati collettivi, senza soluzione di continuità. Il risultato è che i tedeschi non chiedono perdono. Per chiederlo, infatti, dovrebbero affidarsi a un giudice altro da loro stessi. Allo stesso tempo il terrore che un evento così terribile possa ripetersi, tiene la società in perenne allerta. La paura di un nuovo olocausto continua a ispirare campagne promosse da sedicenti difensori della virtù per combattere i ‘revisionisti’, o i ‘fascisti’. I tedeschi in questo modo rendono attuale un concetto di giustizia arcaico. Se un crimine non può essere espiato o punito, l’unica risposta è quella di cancellarlo. Ma non potrebbe darsi che, nella promessa di non dimenticare mai, nella loro impossibilità di non essere perdonati, i tedeschi abbiano dato troppo onore alla barbarie? Stiamo davvero tornando agli inizi della nostra civiltà? Ma perché i tedeschi non lasciano morire Hitler? Perché non viene sepolto? I criminali sono più dei loro crimini: mangiano e pregano, dormono e amano. Come dice Hegel, l’identità è sempre dialettica, fatta di identità e non-identità. Non esiste l’identità negativa pura e semplice. I tedeschi non si accorgono di essere in bilico tra passato e futuro. Il loro caso non è eccezionale. Il loro problema è che si rifiutiamo di riconoscere la loro normalità di popolo.

 

Un’efficace descrizione dell’antropologia tedesca viene restituita dalla corrispondenza intercorsa durante l’anno 1945 tra Hermann Broch e Volkmar von Zühlsdorff. Broch descrisse il popolo tedesco come un popolo eccezionale: “Il popolo più estremo, sia nel bene che nel male, di tutto il mondo occidentale”. E proprio a causa della loro natura eccezionale, i tedeschi avrebbero guidato la vittoria del mondo sul male. “La Germania giocherà un ruolo di primo piano nella rigenerazione del mondo”, scrisse Broch. Improvvisamente, la Germania diventerà la nazione che espierà i peccati degli altri stati. Zühlsdorff respinse la tesi di Broch. Lui temeva che continuando a incolpare la Germania dei sui crimini, non si sarebbe fatto altro che creare altra ingiustizia. Avvertì: “Un’altra ondata di terrore si riverserà su di noi, si ripeteranno i crimini del nazionalsocialismo in nome dell’antifascismo”.

 

“In quella corrispondenza – continua Lombard – Broch e Zühlsdorff hanno delineato le linee del conflitto politico e culturale acceso ancora oggi in Germania. Da un lato, troviamo la fiducia in un potere speciale, in grado di cambiare il mondo, derivante dall’eccezionale colpa tedesca. Si potrebbe dire che una religione dell’Olocausto viene proposta come nuovo vertice dell’umanità. Questo, temo, si trasformerà in una filosofia di distruzione adottata, non dalle vittime ebree, ma da un popolo tedesco che si lacera da solo. Dall’altro lato, Zühlsdorff pone una certa attenzione sulle questioni del male e della sofferenza umana, l’antico peccato dell’umanità e la lotta per la riconciliazione. Il popolo tedesco non è eccezionale. La storia non si ferma, neanche davanti a eventi atroci. 

 


I leader cristiani avrebbero potuto consolarci dicendo che i colpevoli erano stati puniti per i loro peccati, e che Dio non attribuiva al popolo tedesco nessuna colpa collettiva ed eterna


 

La sinistra tedesca, che vuole sostituire le nazioni con un’umanità senza confini, non considera l’Olocausto come un evento generato dal peccato dell’uomo, bensì come un evento di carattere nazionale. Per loro, l’Olocausto è la naturale conseguenza del nazionalismo, e per questo motivo considerano quell’evento come imputabile alla destra in modo esclusivo. Loro promuovono anche il concetto di identità tedesca negativa, con la speranza dell’avvento di un nuovo ordine politico e culturale più giusto. L’europeizzazione e la globalizzazione impongono di negare la storia e le origini tedesche. I cittadini devono rinnegare tutto ciò che contribuisce a creare la loro identità, come la personalità, la famiglia e persino il loro genere. La sinistra dice che queste rinunce sono necessarie per redimere le persone dal loro passato. L’eccezionalità dell’Olocausto assegna alla Germania un ruolo speciale nella storia dell’umanità. I progressisti dicono al popolo tedesco che deve nascere un nuovo movimento d’avanguardia per eliminare il passato, superare le divisioni e costruire una nuova umanità universale. L’Olocausto diventa così lo stimolo necessario al raggiungimento della pace perpetua e della giustizia sociale.

 

Di fronte alla strumentalizzazione dell’Olocausto i leader cristiani avrebbero dovuto ricordarci l’antica peccaminosità dell’uomo. Avrebbero potuto consolarci dicendo che i colpevoli erano stati puniti per i loro peccati, e che Dio non attribuiva al popolo tedesco nessuna colpa collettiva ed eterna. E’ il singolo a essere condannato per i propri peccati, mai la collettività. Ciò avrebbe placato il sentimento di colpa tedesco, e in secondo luogo, cristiano, per l’Olocausto. Forse è giunto il momento di riaffermare la saggezza della tradizione biblica. Nella sua gentilezza amorevole, Dio offre a tutti la possibilità di essere perdonati. La consapevolezza dei limiti dell’umana prospettiva storica e politica è un dono di Dio e rimane viva nella tradizione biblica europea. I tedeschi devono riprendere confidenza con quella tradizione millenaria che ha forgiato la loro identità prima dei drammatici eventi del Ventesimo secolo. L’alternativa è continuare a nascondersi dietro ai sensi di colpa, mentre la società tedesca, messa a dura prove dalle sfide del nuovo millennio, si avvia al collasso”. (Traduzione di Samuele Maccolini)

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