La lotta contro l'antisemitismo non va banalizzata

Giuliano Ferrara

La Segre non è lo specchio dell’Italia ma è il testimone d’accusa della nostra storia

Sottoscrivo tutto, ovvio e doveroso, di quanto si sta dicendo, scrivendo a proposito dell’osceno clima in cui si è rivelato necessario dotare Liliana Segre di una scorta. Osservo però che questa sottoscrizione è una cosa facile, e invece essere leali amici e concittadini degli ebrei è difficile. Quando si trascura questa difficoltà, segno tragico della storia e della metastoria, non si fa un servizio schietto e giusto alla causa dello sradicamento dell’antisemitismo. Agli ebrei si deve un riconoscimento che non sia sommario, che non sia scontato, la questione ebraica non è materia di educazione civica. Qualcosa non va se uno dice che vuole incontrarla, l’altra che è pronta a applaudirla (Salvini, Meloni), qualcosa non va se tutti, ma proprio tutti, si sentono tenuti a entrare nella scorta, e lo proclamano con toni stentorei come un fiocco di pura retorica ornamentale, pedagogica: la senatrice non è una signora con i capelli bianchi che deve essere accompagnata mentre traversa la strada, non è un testimonial tra gli altri possibili di quanto siamo buoni e di quanto sono cattivi gli altri, non ha nessun bisogno di entrare in un ordine di pace solidale a buon prezzo, ha un numero carnale tatuato sull’avanbraccio, è entrata a Auschwitz-Birkenau e ne è uscita con la fine liberatoria della guerra mondiale, la sua storia è parte di una storia unica, è lo speciale stigma dell’elezione, è passione e riscatto complicati da tenere insieme per noi italiani, per noi europei, per tutti. 

 

 

A Dresda hanno deciso di votare una mozione contro il nazismo come problema e come pericolo della società tedesca risorgente, e il partito della Merkel non ha seguito l’iniziativa dichiarandola, come riferisce il Post, “puro simbolismo politico”. Questa remora ha qualcosa di comprensibile. Gli ebrei non sono lì per consentirci la buona coscienza collettiva sotto il profilo simbolico. Non devono essere usati per affermare un messaggio universalista e umanitario che si incarni in un linguaggio simbolicamente corretto, sia pure quello che con ottime intenzioni e risultati ancora da decifrare ha generato le controverse legislazioni contro l’hate speech. Non hanno bisogno di un safe space come quelli in cui vogliono iscriversi i vittimisti ideologici dei campus americani. Sono di nuovo vittime di odio in molti paesi europei, sono assimilati alle politiche dello stato di Israele verso il quale entrano in azione disconoscimento e boicottaggio, e sono tutti loro, non in maniera simbolica, a richiedere una protezione speciale che non è solidarietà cantata, non è tiritera, non è leziosaggine e iconismo generico, è e deve essere dura e severa capacità di comprensione. Ma non è paradossale dire che sono loro a doverci scortare e proteggere, è dalla loro forza e dalla loro autorevolezza come bocche infuocate dello spirito novecentesco che dobbiamo tirare l’ispirazione. Non è possibile un giorno consegnare alla menzogna dello stato-apartheid il loro profilo nazionale ebraico, e un altro giorno ricoverarli a parole sotto l’ala protettrice della nostra indignata amicizia. Qualcosa non funziona nella catena delle certezze morali in dispiegamento, e nel linguaggio che si sono scelti. La senatrice Segre non è la reliquia veneranda di una storia trascorsa di fronte alla quale ci interroghiamo benevoli e accorati su come è ridotto il nostro paese per doverle assegnare una scorta. E’ il testimone d’accusa della nostra storia e della nostra responsabilità di ieri e di oggi. E sono due persone diverse.

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  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.