Perché torna il fascino luccicante della Berlino Anni Venti (ma di un secolo fa)

Andrea Affaticati

Libri, articoli e riflessi cupi. Analogie del decennio che verrà

Milano. Berlino anni Venti. Ma non la capitale tedesca dei giorni nostri, per quanto ancora oggi eserciti una grande attrazione, tant’è che l’ex sindaco socialdemocratico Klaus Wowereit la definì “povera ma sexy”. La Berlino della quale si parla qui, matrice di questa mai scomparsa fascinazione, è quella di un secolo fa. La città dalle mille luci, dalle mille ispirazioni e perdizioni, come raccontata anche nella serie televisiva Babylon Berlin (la terza in onda in Italia a partire da marzo su Sky Atlantic e poi su Rai4). Allora la capitale contava quattro milioni di abitanti e una concentrazione di teatri, case editrici, sale cinematografiche, da ballo, gallerie, atelier mai vista altrove. Qui erano di casa Heinrich Mann, Alfred Döblin, Billy Wilder, Fritz Lang, Josephine Baker, George Grosz, Otto Dix, per citarne solo una minima parte. C’era anche Kafka che della città scriveva: “Lì potrò al meglio sfruttare le mie capacità di scrittura anche nel giornalismo. (…) Quello che penso di sapere con certezza è che dalla situazione di indipendenza e libertà nella quale mi verrò a trovare a Berlino, potrò trarre l’unica vera felicità della quale sono ora ancora capace”.

 

È questa la Berlino degli Anni Venti che i più hanno in mente, che molti rimpiangono, soprattutto in Germania. Ma come scrive lo scrittore Florian Illies in un articolo sul settimanale Die Zeit, Berlino aveva molti altri volti, molto meno scintillanti. C’era per esempio quello segnato dalla miseria, dalla disperazione che Alexander Döblin ha immortalato nel suo Berlin Alexanderplatz. E c’era quello violento, alimentato da una propaganda politica dell’odio, che portò all’assassinio di Rosa Luxemburg, Karl Liebknecht e Walther Rathenau. “Il vivere quotidiano era diventato, per una società traumatizzata dalla guerra, una fatica sovrumana”, sottolinea Illies.

 

Ed è questa massa stordita e traumatizzata dalla guerra appena finita, da un passato cancellato e da un presente, la Repubblica di Weimar, per tutti ancora una grande incognita, che si occupa il bellissimo libro di Wolfgang Martynkewicz Am Nullpunkt des Sinns (Al grado zero del senso, ed. Aufbau Verlag) da poco uscito in Germania e che un editore italiano dovrebbe assolutamente tradurre. Martynkewicz sceglie come campo di indagine la mentalità del tempo e come strumento le opere letterarie e artistiche del tempo.

 

La più emblematica è a suo avviso il film di Lang Fritz Lang Dottor Mabuse, film entrato nella storia del cinema e assai più fortunato dell’omonimo romanzo di Norbert Jacques dal quale è stato tratto. Martynkewicz si concentra sulla scena iniziale, perché a suo avviso perfetta sintesi dell’uomo di allora. Nella stessa si vede una mano che tiene tre carte, su ognuna delle quali è ritratto un volto. Poi l’altra mano ve ne aggiunge altre. Alla fine si vedranno otto volti apparentemente diversi, ma di fatto la stessa persona. “Non di maschere si tratta però” avverte l’autore, “piuttosto ruoli diversi, quello del giocatore, dell’imprenditore, dello speculatore, dello psichiatra, del professore”, incarnati di volta in volta dalla stessa persona. Secondo una recensione di allora della Società cinematografica tedesca quel film rappresentava in modo perfetto: “L’umanità schiacciata e disorientata dalla guerra e dalla rivoluzione”, e che ora si vendica delle sofferenze passate concedendosi a qualsiasi licenziosità. “Un personaggio come Mabuse sarebbe stato ancora impensabile nel 1910 e forse non sarà più possibile nel 1930 (…) Ma per quel che riguarda il 1920 centra perfettamente il bersaglio”.

 

Un’analisi che, come mostra Martynkewicz, combacia con quella di Stefan Zweig il quale ne Il mondo di ieri osservava: “Quello che si viveva era una ribellione antiautoritaria. Ci si ribellava a tutto, alla asfissiante separazione dei sessi e alle disposizioni in materia sessuale, alla musica convenzionale, così come all’architettura del passato e alla rigida separazione tra palcoscenico e pubblico”. Era iniziato un tempo di sperimentazione sfrenata in tutti i campi, prosegue lo scrittore austriaco, una sperimentazione che “in un solo balzo” voleva superare tutto ciò che fino a quel momento era stato raggiunto. Kurt Tucholsky, il celebre giornalista e scrittore di quegli anni, provava a incitare i suoi connazionali a cogliere “le pulsioni del nuovo tempo”, ma sapeva anche che quelle pulsioni mettevano paura, “paura del nuovo che nessuno conosce”. Tant’è che nel suo saggio Crespuscolo, pubblicato nel 1920 scriveva: “Questo tempo ha un che di spettrale. (…) Questi uomini babilonici parlano lingue diverse, non si capiscono più, mai come ora non li accomuna più nulla. (…) Sento solo indistintamente che, si sta avvicinando qualcosa che ci distruggerà tutti”. La memoria con il passare del tempo tende a salvare il luccichio più delle tenebre. Ma, come ci insegnano i nostri anni Venti appena cominciati, anche quelle è bene non dimenticarle.

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