La caduta del Muro di Berlino ha “deoccidentalizzato” il mondo

Per il Figaro il crollo del simbolo della divisione dell’Europa non ha aperto alla “fine della storia”, ma ha dato forza ai regimi illiberali 

Questo articolo è stato pubblicato sul Foglio Internazionale. Ogni lunedì due pagine a cura di Giulio Meotti con segnalazioni dalla stampa estera e punti di vista che nessun altro vi farà leggere 

 


 

Sulle rovine di un mondo sepolto, segnato dalla caduta del Muro di Berlino, gli anni Novanta indicarono la via di una nuova speranza: quella che, armata dello stendardo della Libertà, avrebbe saputo ridipingere il mondo con i colori dei diritti dell’uomo e, sotto gli auspici del dolce commercio, favorire l’avvento di una “società universale” (David Ricardo), la nascita di un’umanità trasfigurata dai problemi planetari delle grandi sfide del nuovo millennio. Era solo una questione di risorse, il tempo avrebbe prodotto la sua implacabile dinamica; dopo una fase di transizione, avrebbe abbattuto gli ultimi muri dell’autoritarismo. In America latina, nell’Europa dell’est, nell’Africa del sud, nei Balcani… fino al medio oriente, rinvigorita dalle “primavere arabe”, questa griglia di lettura teleologica funse da bussola a un occidente contemplante e determinato a espandere il suo modello fino ai confini del globo.

 

Oggi la situazione è cambiata. Trent’anni dopo la caduta del Muro, un dubbio percorre gli immodesti vincitori della Guerra fredda che siamo stati. L’ascesa dei regimi “illiberali” ne prefigura la sentenza. E se in fin dei conti il mondo non aspirasse ad assomigliarci, a vivere soltanto per conformarsi ai canoni della democrazia liberale? Più che la fine di un mondo, la caduta del Muro ha provocato il risveglio del mondo, dell’altro mondo, del mondo non occidentale, di un mondo desideroso di trovare le proprie risposte, i termini di uno sviluppo adeguato alle sue aspirazioni. Tanto più che, lungi dal creare le condizioni di una salutare complementarietà tra le nazioni, la globalizzazione delle regole commerciali – simboleggiata dall’entrata della Cina nell’Omc nel 2001 – ha gettato le basi di una competizione economica esacerbata, che ha segnato il ritorno del “mercantilismo”, teoria economica dove lo stato ha un ruolo centrale e oscilla tra apertura e protezionismo. In questo nuovo contesto, l’occidente lo impara a sue spese: la mondializzazione non sarà “felice”, ma conflittuale, non sarà transnazionale, ma internazionale, non sarà “liberale”, ma “realista”, e rianimerà le odiate nozioni di “potenza”, “rapporto di forza” e “interesse nazionale”.

 

Lungi dal sancire il trionfo dell’occidente, la caduta del Muro ha aperto le porte alla disoccidentalizzazione dell’occidente, l’emancipazione del sud verso il nord, l’elevazione dei paesi emergenti al rango di nuovi modelli. Ora le élite africane non si formano più a Parigi, ma a Pechino e Mosca. La Cina sviluppa una banca di finanziamento multilaterale per contrastare l’egemonia del Fondo monetario internazionale (Fmi) e “costruire una nuova politica internazionale multipolare”. I suoi dirigenti, Xi Jinping su tutti, basano la loro riflessione sugli insegnamenti di Confucio. Nel sud-est asiatico, Singapore costruisce con successo un regime democratico, ma dove le nozioni di ordine, armonia e interesse collettivo – ispirate al confucianesimo – devono primeggiare sull’affermazione dei contro-poteri e dei “valori liberali”, giudicati incompatibili con l’identità nazionale. Confucio, ma anche l’ortodossia, difesa come pilastro dell’animo russo e di una nazione desiderosa di essere nuovamente considerata per ciò che è.

 

Fino ai margini dell’occidente, l’emancipazione del mondo non occidentale disinibisce dei paesi che un tempo erano convinti che transizione rimasse esclusivamente con imitazione (dell’ovest). “Oggi, un tema frequente nella riflessione politica – indica il primo ministro ungherese Viktor Orbán, in un discorso del luglio 2014 – è la comprensione dei sistemi che non sono occidentali né liberali, che non sono democrazie liberali, e forse nemmeno democrazie, ma che comunque garantiscono il successo alle loro nazioni (…): Singapore, la Cina, l’India, la Russia, la Turchia”. Il regime illiberale ungherese, più che la prova di un’impenitente immaturità dei popoli dell’est per la democrazia, può essere visto come il tentativo di tradurre in Europa questa ricerca di una via “specifica e nazionale”. Ci invita a misurare ciò che la globalizzazione ha risvegliato: il background culturale inerente a ogni società; ciò che dà senso e sostanza alle comunità umane (…). La forza dei conservatori dell’est, architetti dell’illiberalismo europeo, è il fondare la loro politica sull’esaltazione di un ideale nazionale cosciente del valore delle sue particolarità. Propongono al loro paese una grande narrazione, che include il popolo, le élite, il passato e il divenire della collettività. I loro oppositori liberali, per molto tempo, hanno tenuto il discorso dell’adattamento ai regimi dell’ovest. Stantio, questo discorso produce inoltre un immenso svantaggio: suggerire l’idea che i popoli dell’Europa centrale non disporrebbero nel loro patrimonio di fonti di ispirazioni degne di questo nome per pensare il loro divenire collettivo. L’ampia vittoria elettorale dei conservatori polacchi del partito Diritto e Giustizia (PiS) nel 2015 ne è la dimostrazione. Fu qualificata dal politologo Aleksander Smolar come la “rivolta della dignità”, perché esortò il popolo polacco a rivendicare la propria fierezza e le proprie tradizioni nazionali (cristiane), considerate negli anni Novanta come degli ostacoli alla modernizzazione del paese.

 

(Traduzione di Mauro Zanon)

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