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Non c’è solo la Brexit. La rivoluzione libertaria dei ministri di Johnson

Il Free enterprise group e il libro “Britannia Unchained” esprimono la linea del nuovo governo

27 Luglio 2019 alle 06:00

Non c’è solo la Brexit. La rivoluzione libertaria dei ministri di Johnson

Alcuni dei ministri del governo Johnson, tra cui Javid, Truss e Gove (Foto LaPresse)

Roma. Tra le migliaia di tweet pubblicati dopo la nomina dei ministri del governo Johnson ce n’è uno particolarmente rivelatorio: “Grandi nomi per le alte cariche dello stato. Sajid Javid, Priti Patel e Dominic Raab sono dei conservatori moderni, positivi e aperti al mercato libero”. L’autrice del tweet si chiama Elizabeth Truss, una brexiteer di tendenza liberale, che da lì a pochi minuti sarebbe diventata ministro per il Commercio estero. I personaggi citati da Truss facevano tutti parte del Free enterprise group, la corrente libertaria dei Tory da lei fondata nel 2011 per portare avanti le idee di Margaret Thatcher. Il gruppo era composto da 38 deputati giovani e ambiziosi, molti dei quali avevano studiato nelle migliori università al mondo maturando una fede incrollabile nelle teorie neoliberiste.

 

 

La maggior parte è stata eletta in Parlamento nel 2010, all’epoca dell’inedita coalizione con i liberaldemocratici, e il loro punto di riferimento nel governo era il ministro dell’Economia George Osborne, l’artefice delle controverse misure di austerity. “Hanno sempre avuto delle idee molto radicali – spiega al Foglio Dominic Grieve, esponente di spicco dell’ala moderata dei Tory – Dicono di ispirarsi alla Thatcher, ma non hanno capito bene il suo messaggio. Lei non era affatto ideologica, anzi era molto pragmatica. Non dimentichiamoci che è stata una delle artefici del mercato unico europeo, e sarebbe stata disgustata dall'idea della Brexit”. Nel 2012 cinque falchi del Free enterprise group scrivono insieme un libro intitolato Britannia Unchained che, guarda caso, è stato immortalato su un sedile della macchina di Boris Johnson poco prima che diventasse premier. “I lavoratori inglesi sono tra i più pigri al mondo”, c’era scritto in un brano: “Dobbiamo smetterla con la cultura della dipendenza. Abbiamo perso troppo tempo a discutere su come dividere la torta tra la manifattura e i servizi, il nord e il sud, gli uomini e le donne”.

  

I membri del Free enterprise group hanno una fede talmente profonda nella perfezione del mercato libero che giungono a conclusioni che molti dei loro colleghi di partito giudicano bizzarre. “L’ala ultraliberista non è mai stata dominante, però a quanto pare lo diventerà nel nuovo governo – spiega Grieve – Penso sia un fatto negativo, e ci renderà più deboli. I cittadini non hanno alcun interesse per queste teorie, e non vogliono rinunciare alle loro tutele sociali”. Priti Patel, oggi ministro dell’Interno, si è dichiarata a favore della pena di morte, e Liz Truss è talmente convinta della benevolenza dei giganti tech che si è opposta a ogni forma di regolamentazione. In pochi all’epoca immaginavano che quel libro sarebbe diventato il manifesto ideologico del governo incaricato di gestire l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. I cinque autori di Britannia Unchained oggi hanno ruoli di spicco nell’esecutivo: oltre a Liz Truss e Priti Patel, c’è Dominic Raab, ministro degli Esteri, Kwasi Kwarteng e Chris Skidmore, rispettivamente sottosegretario all’Industria e alla Sanità. Il ministro dell’Economia, Sajid Javid, non è tra i coautori del libro, ma condivide le loro idee. Anche lui è un nostalgico della Thatcher – ha un suo ritratto in ufficio – ed è un grande ammiratore della filosofa americana ultra libertaria Ayn Rand.

 

Patel, Raab e Javid sono figli o nipoti di immigrati, e il nuovo governo ha promesso di continuare ad accogliere i cittadini stranieri anche dopo la Brexit. Johnson ha ribadito di volere riformulare i piani della May sull’immigrazione, che promettevano di ridurre drasticamente il numero degli arrivi in Gran Bretagna. Su tutto il resto, il nuovo premier è distante dai suoi ministri e, malgrado le sue mille giravolte politiche, non è mai stato identificato con la corrente post thathceriana. Ha premiato i reduci del Free enterprise group per averlo sostenuto alle primarie, ed è pronto a fare affidamento sul loro zelo ideologico per uscire dall’Ue senza accordi. L’ala libertaria dei Tory vede la Brexit come un’opportunità per liberarsi dai vincoli europei e stipulare accordi commerciali con il resto del mondo (“Global Britain” è il loro slogan preferito) sul modello di Singapore. “La maggior parte delle nostre aziende non commercia con l’Europa eppure deve obbedire alle regole di Bruxelles – spiega Eamonn Butler, direttore dell’Adam Smith Institute, un think libertario – Non vogliamo essere risucchiati in un progetto politico europeo dominato dall’ideologia socialista”.

Gregorio Sorgi

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Commenti all'articolo

  • branzanti

    27 Luglio 2019 - 10:10

    Sono costretto a dare ragione (fatica davvero improba) a Noam Chomsky quando diceva che l'applicazione integrale dei programmi libertari porterebbe alla peggiore tirannia mai vista. Questo gruppo di politici ricchi, arroganti e privi di qualsiasi senso della realtà lo dimostra.

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