Boris Johnson nuovo leader dei conservatori britannici (Foto LaPresse)

Gli anti Boris

Paola Peduzzi

Johnson è il premier della Brexit, ma il Regno Unito ha un flirt (estivo?) con il terzo partito, “oltre il tribalismo”

Roma. Boris Johnson è il settantasettesimo primo ministro del Regno Unito: senza sorprese, i 160 mila membri del Partito conservatore lo hanno scelto in massa, dandogli il margine di vittoria (66-34) che voleva, anzi pure qualcosa di più. Nel suo discorso festoso, Johnson ha detto che farà la Brexit “do or die”, sconfiggerà Jeremy Corbyn, leader del Labour, e riunirà il paese. Nulla di nuovo, insomma: Boris è Boris, vuole firmare le carte del divorzio il 31 ottobre e se non c’è accordo pazienza, la base conservatrice è contenta così. I moderati invece, che non sono tanti ma esistono e fissano di continuo la mappa elettorale convinti che un nuovo voto sia inevitabile, sono parecchio preoccupati: mentre ci si agghindava per l’incoronazione di Johnson, non molto democratica e di sicuro poco elettrizzante, c’è stata un’accelerazione sul fronte anti Boris o anti Brexit – che ormai coincidono. E’ vero che i Tory si sono radicalizzati sulla Brexit anche per contenere l’assalto di Nigel Farage, ma c’è ancora un elettorato che ora definiremmo “tendenza May”, dal nome della premier che oggi lascerà Downing Street, per un accordo negoziato e un divorzio tranquillo. Questo elettorato si sente trascurato, e come tutti i trascurati diventa volubile. Ed è qui che entra in scena l’alternativa, quel terzo polo che il Regno Unito cerca come nemmeno Moby Dick.

 

Il Partito liberaldemocratico si è dotato di una nuova leader, Jo Swinson, che accettando l’incarico raggiante – le si è spezzata la voce solo quando ha ringraziato suo padre, scomparso lo scorso anno – ha fatto uno dei discorsi più liberali sentiti di recente: “Di fronte al nazionalismo, al populismo e alla catastrofe della Brexit i due principali partiti hanno fallito, io farò tutto quello che è necessario per fermare la Brexit”. La Swinson ha fatto un passo ulteriore: “Questo è il momento di lavorare insieme, non è il tempo del tribalismo”.

 

L’appello della Swinson è chiaro: il terzo partito che andiamo cercando da tempo, alternativo ai Tory e al Labour brexitari (in misura molto diversa, falchi i primi e colombe il secondo, ma pur sempre a favore del divorzio, e in entrambi i casi l’elettorato non si è mostrato soddisfatto) è quello dei Lib-dem, se pensate che il Regno Unito meriti di meglio venite qui. Ma fatelo, non chiacchierate e basta: “La politica non è uno sport da spettatori. Gridare contro il televisore non è sufficiente: dovete unirvi a noi”.

 

I conservatori hanno cercato di ignorare la notizia, e l’hanno liquidata con il solito mantra: il partito del rimpianto è già sconfitto in partenza. Il Labour invece è molto più infastidito, e infatti sono circolati subito video in cui il partito di Corbyn ricorda che la Swinson ha lavorato nel governo del conservatore David Cameron – quando era in coalizione con i Lib-dem – e quindi è una di destra. Corbyn si intestardisce sul tribalismo, e la Swinson ancora ieri ha escluso un’alleanza con il Labour: il terzo partito oggi non vuole più fare da spalla, da partner di minoranza dei grandi, vuole guidare il ballo.

 

Le alleanze per Swinson funzionano soltanto con partiti come i Verdi, che alle suppletive che si terranno tra otto giorni a Brecon and Radnorshire, in Galles, hanno deciso di farsi da parte per concedere tutte le chance possibili ai Lib-dem che vogliono strappare il seggio ai Tory (e potrebbero farcela, perché sta crescendo il Brexit Party ma non abbastanza e il candidato conservatore ha un problema di note spese). Potrebbe quindi essere gallese l’esordio della Swinson e della Remain Alliance, l’alleanza anti Brexit alla quale lei tiene moltissimo e che ha fretta di costruire, perché questo è il momento d’oro dei liberaldemocratici. Fallito l’esperimento di un partito nato da zero – Change UK ha avuto vita breve ma soprattutto confusa – la capacità di attrazione né di destra né di sinistra, o come dice la Swinson “non tribale”, è finita tra le braccia dei liberaldemocratici, che sono stati votati anche alle europee in particolare da molti laburisti. Anche l’ex premier Tony Blair ha ripetuto due sere fa a Newsnight che lui vorrebbe continuare a votare il Labour come ha sempre fatto, ma oggi è diventato davvero difficile essere tribali (proprio così: anche lui ha usato lo stesso termine). La Swinson cavalca l’onda, esclude un patto con il Labour, “è un partito pro Brexit”, e tenta di forzare i volubili a questo salto verso il terzo partito, oltre il tribalismo che per ora, in occidente, ha funzionato, pur con forme molto diverse, soltanto nella Francia di Emmanuel Macron.

  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi