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Il tormento di Seul

L’aria inquinata è niente rispetto al sedersi a un tavolo con Donald Trump e Kim Jong Un

16 Aprile 2019 alle 06:09

Il tormento di Seul

Il modellino del summit intercoreano in scala alla stazione di Dorasan, nella parte sudcoreana del confine sul Trentottesimo parallelo (foto di Giulia Pompili)

La minaccia di cui si parla più spesso, in questo periodo non viene dal Nord della penisola, ma dall’aria. A Seul, così come a Incheon, la città portuale posizionata a una trentina di chilometri dalla capitale della Corea del sud, nel nord-ovest del paese, le polveri sottili sono drammaticamente in aumento e il governo non riesce a far fronte alle sempre più frequenti emergenze. E così nei corridoi dei Palazzi, ma anche per strada, si parla soprattutto di numeri – secondo l’applicazione ufficiale del governo di Seul, per esempio, è malsano stare all’aperto quando l’indice supera i 100 microgrammi per metro cubo (per fare una comparazione, in Italia la soglia di tolleranza è fissata a 50), ma succede spesso che il numeretto oltrepassi i 300, e allora cominciano i problemi. Già da qualche tempo il governo ha dato la possibilità alle autorità locali di chiudere asili e scuole e di vietare le attività all’aperto; quando si prevedono giornate particolarmente inquinate il servizio di trasporto pubblico è gratuito, in modo che le persone siano incentivate a lasciare l’automobile e muoversi in autobus o metropolitana, per senso di responsabilità, più che per misure precauzionali. E tutti sanno tutto delle mascherine: quelle in tessuto che si vendono nei convenience store non servono a niente, ovviamente. Le uniche che hanno qualche effetto sui polmoni sono quelle con i filtri, e che rispettano le indicazioni del ministero della Salute. Ne esistono di vari tipi, a seconda del tipo di attività che si è costretti a fare e del livello di ossigeno di cui si ha bisogno.

 

Il complesso industriale congiunto di Kaesong è ancora chiuso, ma la stazione ferroviaria di Dorasan pronta all’uso

L’inquinamento? Secondo il governo sudcoreano per il sessanta per cento è colpa della Cina. Forse un po’ anche delle centrali a carbone

La versione ufficiale è che la colpa sia della Cina. L’ingombrante vicino che produce, secondo una percentuale che si sente accennare spesso anche dai funzionari del governo di Seul, “il sessanta per cento delle polveri sottili” che arrivano in Corea del sud. E sono stati aperti tavoli di cooperazione per il miglioramento delle condizioni dell’aria – vista anche la svolta green di Pechino, che da un paio di anni non è più al primo posto delle megalopoli più inquinate del mondo, e ha lasciato il posto a Seul. Del resto, non è un buon momento per litigare con i vicini cinesi, e l’Amministrazione di Moon Jae-in lo sa, per questo la versione “è colpa della Cina” viene appena accennata, tanto basta per suggerire all’opinione pubblica il sincero interesse del governo di Seul a rendere l’aria più pulita. Eppure sempre più spesso sui giornali si leggono opinioni contrastanti: il problema è l’enorme uso che fa la Corea del sud di centrali a carbone per produrre energia. Gli ultimi esperimenti finanziati dal governo per provocare la pioggia artificiale (la pioggia riduce il livello di polveri sottili nell’aria) sono falliti, e nel frattempo i giorni in cui l’inquinamento riduce la visibilità a pochi metri sono ormai oltre sessanta l’anno, soprattutto nella capitale Seul.

 

L’aria densa, inquinata, che brucia gli occhi, è uno dei rari motivi per cui ogni tanto, dalle strade del centro della capitale della terza economia dell’Asia orientale, le manifestazioni di piazza si fermano. Il coinvolgimento della gente comune negli affari pubblici è visibile a Seul più che in ogni altra parte del mondo. Davanti all’ambasciata giapponese, e accanto a una controversa statua, una volta a settimana si ritrovano i membri dell’associazione che promuove il ricordo delle cosiddette “donne di conforto”, le donne di piacere sfruttate dall’esercito giapponese durante il periodo imperialista (è una controversia storica e una ferita tutt’oggi aperta determinare se i giapponesi lo abbiano fatto con il consenso delle donne e dopo regolare pagamento oppure no – probabilmente entrambe le cose). Per mesi, davanti alla Corte costituzionale, si sono ritrovati alternativamente membri delle associazioni pro choice e gruppi legati alla chiesa cattolica e ai partiti conservatori, in attesa della sentenza sulla legge che vieta l’aborto in Corea del sud. La sentenza è arrivata, la scorsa settimana, e ha dichiarato incostituzionale la legge che dava ai medici che praticavano l’interruzione di gravidanza fino a due anni di prigione e alle donne un anno. Il Parlamento sudcoreano adesso ha fino al 31 dicembre del 2020 per dotarsi di una nuova normativa sull’aborto.

 

L’area amministrativa di piazza Gwanghwamun è quella dedicata soprattutto agli “affari esteri”. Nello stesso spazio ampio forse un chilometro quadrato c’è il presidio permanente di chi manifesta accanto all’ambasciata americana per domandare a Washington di sfilarsi dalla partita dell’unificazione, e di lasciar fare a Seul. Poco oltre, c’è il banco – non più di una quindicina di persone – di chi chiede che il trattato di sicurezza tra America e Corea del sud sia rafforzato. Se si attraversa la strada, qualcuno seduto per terra tra un paio di tende gialle si appoggia al cartello: go home yankees, and bring the Thaad with you. Il messaggio si riferisce allo scudo antimissile istallato dagli americani due anni fa in Corea del sud, che provocò una reazione cinese senza precedenti: Pechino riteneva che i radar del sistema servissero soprattutto a monitorare la Difesa cinese, e non tanto i missili balistici dei nordcoreani nell’anno più teso della storia contemporanea, quando sembrava fossimo davvero vicini allo scontro armato. La Cina non reagì se non a parole con l’America, ma se la prese con l’alleato sudcoreano, che aveva messo a disposizione il suolo terrestre: furono mesi di boicottaggio “pilotato” da Pechino nei confronti di Seul, soprattutto nel settore turistico, con danni economici notevoli, e ci vollero decine di colloqui e negoziazioni per far tornare i rapporti tra i due paesi alla normalità.

 

Le “donne di conforto” durante il periodo imperiale giapponese, la legge sull’aborto, i rapporti con l’America. Tutto è una manifestazione pubblica

Moon Jae-in è volato a Washington per sbloccare lo stallo sui negoziati con il Nord, è finito a parlare di tariffe auto

L’aria spesso irrespirabile di Seul, quel veleno che riduce la visibilità e rende complicata l’ordinaria amministrazione, è la metafora perfetta dello stallo sulla questione nordcoreana. Dopo il 28 febbraio, cioè dopo il summit di Hanoi tra il presidente americano Donald Trump e il leader nordcoreano Kim Jong-un – quello del sometimes you have to walk, la frase pronunciata da Trump subito prima di prendere un aereo e tornare a Washington senza un accordo sulla denuclearizzazione – la situazione è rimasta bloccata, e quindi la tregua nelle provocazioni sembra sempre più fragile. Durante il summit, Donald Trump aveva domandato a Kim Jong-un progressi tangibili sul processo di denuclearizzazione. La Corea del nord aveva messo sul tavolo il sito nucleare di Yongbyon, come aveva già fatto in passato, durante i colloqui a sei ormai falliti. Ma Yongbyon è un posto particolare: un vasto centro di ricerca a un centinaio di chilometri da Pyongyang, sede di vari reattori nucleari, di impianti di riprocessamento e di arricchimento dell’uranio. E soprattutto è un buco nero dell’intelligence: le poche notizie che si hanno si confrontano con i dati satellitari, ma il problema della comunità internazionale è soprattutto avere un’idea della capacità di produzione della Corea del nord, tutt’ora sconosciuta: secondo diversi report, potrebbero esserci tra le duemila e le quattromila centrifughe per arricchire l’uranio a Yongbyon, e altre duemila in altri siti mai rivelati. Ad Hanoi, Trump sarebbe arrivato con un documento di due pagine nel quale chiedeva a Kim di inserire la lista dei siti nucleari oltre a Yongbyon, e un inventario delle testate. Kim, in cambio dello smantellamento del sito di Yongbyon (non è ancora chiaro se di una parte o dell’intero complesso) avrebbe chiesto la cancellazione di sei delle undici sanzioni economiche imposte dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite nel 2016. Una richiesta esagerata, secondo Trump, che a quel punto avrebbe deciso di sospendere i negoziati. Soltanto una persona è più interessata del presidente americano in carica a risolvere la questione nordcoreana, ed è il presidente sudcoreano Moon Jae-in. Per motivi differenti: Trump vuole mettere la firma su un problema internazionale rimasto irrisolto per quasi settant’anni, Moon ha raccolto l’eredità politica dell’ex presidente sudcoreano Roh Moo-hyun, di cui era capo dello staff, sostenendo la necessità di una moderna “sunshine policy”, di apertura e dialogo con Pyongyang. E così la scorsa settimana Moon è volato a Washington, e a Seul i funzionari del ministero dell’Unificazione speravano davvero in una svolta, che però non c’è stata. Come ha riportato Politico, Moon alla Casa Bianca avrebbe voluto parlare di progressi nella denuclearizzazione e ottenere il sostegno americano per andare avanti con il dialogo Nord-Sud, ma si è ritrovato a parlare di tariffe auto. Ed è ormai opinione corrente in Corea che la sospensione delle esercitazioni militari congiunte tra America e Corea del sud, fermate da Trump come atto di buona volontà nei confronti di Corea del nord (e della Cina) – che le considerava un “atto di guerra” – siano in realtà state sospese perché molto, molto costose, e pagate quasi tutte dalla parte americana. Insomma, da una parte Seul vorrebbe fare da ponte tra Washington e Pyongyang, e non solo si ritrova spesso in una condizione ostile in America, ma sia Trump sia Kim Jong-un preferiscono fare da soli. Kim lo ha detto esplicitamente in un discorso il 13 aprile scorso, facendo capire che non apprezza l’amicizia particolare tra la Corea del sud e l’America.

 

Nonostante questo, nella Zona demilitarizzata, sul Trentottesimo parallelo, tutto parla del primo summit intercoreano tra Moon e Kim, quello che c’è stato sul confine ormai quasi un anno fa, il 27 aprile del 2018. Prima di tutto perché la Joint Security Area, quella dove il presidente sudcoreano e il leader nordcoreano si sono stretti per la prima volta la mano, lo stesso luogo in cui fu firmato l’armistizio nel 1953, è ancora chiusa al pubblico. Ed è notevole, visto che quella è l’area clou dei numerosi tour organizzati che portano ogni giorno centinaia di turisti sul confine. Per una settantina di euro si comprano i francobolli commemorativi della prima stretta di mano tra i due leader della nuova politica del disgelo, e costa invece soltanto mille won (78 centesimi di euro) l’ingresso nella stazione di Dorasan, quella che dovrebbe collegare via ferro il Sud con il Nord, che però è sinistramente vuota.

 


 Il cartello che accoglie i turisti che da Seul arrivano al binario della stazione di Dorasan (foto di Giulia Pompili)


 

Gli unici treni che passavano qui erano quelli che viaggiavano verso l’area industriale congiunta di Kaesong, chiusa nel 2016 durante un periodo di alta tensione tra i due paesi. Adesso qui arrivano solo i turisti da Seul. All’interno della stazione è stata ricostruita in scala la Joint Security Area, con tanto di pupazzetti che rappresentano Moon e Kim che si danno la mano sul confine. Se fino a qualche anno fa qui il main theme era la mostrificazione della Corea del nord, nemico aggressivo e provocatore, adesso tutto è cambiato, e sembra basti un attimo all’Unificazione.

 


la mappa ferroviaria eurasiatica (foto di Giulia Pompili)


  

“Riportare la Corea del nord al tavolo delle negoziazioni è possibile soltanto mantenendo in essere le sanzioni economiche”, spiega Choi Kang, vicepresidente dell’Asan Institute for Policy Studies, un think tank di rilievo in Corea del sud e di orientamento conservatore, durante un incontro a Seul con accademici europei guidati da Chatham House. Il problema è che la situazione in questo momento somiglia al gioco del mikado: chi muove il primo bastoncino rischia di far crollare tutto: “Ognuno ha un differente approccio sulla questione. L’America vuole il big deal, la Corea del nord vuole trattare un argomento alla volta, e la Corea del sud… ancora non lo abbiamo capito quale sia la strategia”, dice Choi Kang. In passato, le altre “sunshine policy” si concentravano sul processo di pace più che sulla denuclearizzazione, “sui rapporti intercoreani. Adesso abbiamo messo tutto nelle mani di Trump e Kim, senza negoziati intermedi, e non c’è margine di errore o di ripensamenti”. Perché, spiega Choi Kang, per esempio tornare indietro sulle decisioni prese ad Hanoi vorrebbe dire ammettere un errore del leader, che nella cultura nordcoreana è impensabile.

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